aldo sottofattori

 

 


Manualetto
di formazione politica elementare

ad uso dei genitori potenziali e reali

 

 

 

 

 

A Nica che mi ha liberato il tempo per scrivere,

e a Betti che ha accompagnato queste pagine

sonnecchiando accanto alla tastiera

 

 

 

 

 

 

 

 

Indice

 

0 – Introduzione

1 – Populismo

2 – L'età dell'oro

3 – Il galleggiamento

4 – Il crollo

5 – Compendio

6 – La falsa scienza

7 – L'antipolitica diventa populismo

8 – Il piatto è servito

9 – La fine è questa

0 – Dunque, si conclude


Appendice:
Sulla illegittimità della “ricchezza”

Bibliografia minima

 

 

 

 

0 – Introduzione

 “Le parole, ormai, non hanno più alcun senso”. È un'espressione che ricorre sempre più frequentemente a causa di una sequenza di fenomeni politici inattesi e apparentemente indecifrabili che hanno segnato gli ultimi decenni a partire della fine del secolo scorso. La rivoluzione mondiale contro la politica si sta dimostrando qualcosa di sorprendente e le generazioni anziane sono costrette a riscontrare una piega imprevedibile della Storia. Le generazioni più giovani, invece, essendo nate entro questo ingovernabile caos, riterranno privo di senso interpretare gli eventi: i fatti accadono e basta. Le circostanze stanno conducendo i giovani e le giovani a perdere completamente la memoria del passato, cosicché il mondo rischia di rinascere come nuovo ad ogni generazione. Uno strano destino per una specie che ha avuto alle sue spalle i benedettini che hanno salvato l’“antichità”, l’Illuminismo, lo Storicismo, il Positivismo.

Ma se si è convinti della natura potente delle parole, della loro capacità prodigiosa di illustrare con precisione i fatti del mondo, è possibile una spiegazione plausibile delle cose. Purtroppo non è possibile contenere quanto seguirà nello spazio di un twitt, la dimensione oggi ritenuta ottimale per esprimere mondi e per conquistare un’approssimativa attenzione altrui; tuttavia si garantisce un ragguardevole sforzo di riduzione delle pagine al minimo indispensabile per consegnare una lettura pertinente del panorama politico attuale. Una volta individuato il percorso, chi sentirà l’esigenza di adeguati approfondimenti potrà trovarli nelle biblioteche con un bel lavoro, certamente impegnativo, di rimessa a nuovo della propria visione del mondo.

Un ultimo chiarimento dovrebbe essere dato in merito al sottotitolo di questo piccolo manuale. Meglio soprassedere, per ora. Con lo sviluppo delle pagine la ragione di una scelta apparentemente curiosa apparirà chiara.

1 – Populismo.

Con l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America è accaduto un terremoto mondiale. La “statura” del personaggio è nota, così come è nota la modalità con la quale l’evento è maturato. Non solo il figuro ha conquistato la presidenza, ma ha ottenuto successo nonostante l’apparato politico del suo partito remasse contro la sua nomina. Anche se la ricomposizione del dissidio tra Partito Repubblicano e Presidente è nell’ordine delle cose, questa elezione possiede un’enorme potenza esplicativa nel descrivere qualcosa che è, nello stesso tempo, segno dei tempi e prospettiva per il futuro. Essere volgari, razzisti, ignoranti, condire il tutto con arroganza e spuntarla – seppure contro un avversario di bassa lega – rappresenta qualcosa che nel passato non sarebbe mai potuto accadere; ma vincere superando l’ostilità dell’apparato del proprio partito in un Paese come gli USA significa trascendere le possibilità immaginabili soltanto pochi decenni or sono. Significa che ormai ampie parti di umanità si spingono alla ricerca di riferimenti fuori della politica. Il fatto che ciò avvenga ancora sfruttando la politica – e dunque rimanendo entro l’architettura istituzionale – è un fatto paradossale che però non deve trarre in inganno: quando sotto il sole regna la confusione i fatti si contraddicono con se stessi, ma esprimono tendenze chiare. Tant’è vero che il fenomeno Trump non costituisce un fatto isolato; rappresenta l’approdo in terra d’America di un processo universale di decadimento della fiducia nella politica che ormai non esclude nessun angolo del pianeta.

Le forme dell’antipolitica, espressione della sfiducia manifesta che progressivamente si rafforza e confluisce nel populismo, sono essenzialmente tre. In primo luogo l’astensione elettorale. Oltre una piccola soglia fisiologica, l’autoesclusione di grandi numeri di elettori dalle competizioni elettorali dimostra semplicemente disinteresse dei soggetti rispetto al governo della cosa pubblica. Certamente la democrazia non dovrebbe misurarsi soltanto con un frego messo su una scheda, ma si presume che chi, senza motivi reali, non sceglie il programma di una coalizione senza averne almeno in testa un abbozzo proprio (questi casi andrebbero distinti, ma sono quantitativamente trascurabili) difficilmente poi si mostrerà particolarmente interessato ad una partecipazione attiva nella formazione dei processi sociali che lo riguardano. Fino al recente passato tale partecipazione era assicurata dai partiti di massa che costituivano un ampio raccordo tra società e istituzioni. La loro scomparsa o – meglio – la loro trasformazione in qualcosa di simile a corporazioni capaci di “assorbire” tutto lo spazio politico, interrompe o rende molto labile il rapporto tra cittadini e istituzioni. La separazione tra gli uni e le altre diventa, con il passare del tempo, un vallo sempre più profondo e se nel passato l’astensionismo poteva essere letto come distacco dalle istituzioni da parte di persone ancora legate al vecchio mondo e prive di cultura politica, oggi si manifesta come ostilità aperta alla politica e ai suoi personaggi.

La seconda forma di antipolitica è rappresentata dal facile passaggio dell’elettore da uno schieramento all’altro. Anche in questo caso il riferimento ai partiti di massa è un passaggio obbligato per comprendere le differenze con il passato. Nell’Ottocento i partiti socialisti compresero l'importanza dell'irruzione delle masse popolari nella Storia e agirono per favorirla. Da quel momento le forze conservatrici attuarono politiche simmetriche per ostacolare l’avanzata delle idee socialiste e comuniste. Nacquero così i partiti popolari e i partiti oscuri delle forze reazionarie. Il ’900, con le sue tragedie e le poderose trasformazioni economiche e sociali rappresenta l’apogeo dei partiti di massa. Il teatro costruito dalla Storia mette in campo ideologie forti che hanno il potere di racchiudere i propri “credenti” in recinti di idee incompatibili tra loro con il risultato di rendere abbastanza difficile le dislocazioni dei cittadini politicizzati da un ambito politico all’altro. In Italia questo fenomeno di “democrazia bloccata” è stato piuttosto marcato a causa della presenza di un forte partito comunista, ma in tutta Europa la separazione tra partiti socialdemocratici, popolari e conservatori ha corrisposto ad una sostanziale separazione degli elettorati “fedeli”. La rincorsa al centro dei partiti socialdemocratici e laburisti e la complessiva omogeneizzazione di idee e di programmi intorno al pensiero unico liberista ha messo in libertà buona parte delle rispettive basi elettorali. Molti vedono in questo approdo la liberazione degli individui da marcate costrizioni ideologiche e l'opportunità di una maggiore autonomia di giudizio e di scelta. Teoria risibile sulla quale possiamo soprassedere osservando che tale libertà si è tradotta, da un certo momento in poi, nella capacità di punire il soggetto che governa sostenendo solo temporaneamente il suo avversario. L’alternanza delle coalizioni di governo si spiega ormai in un solo modo: nell’impossibilità della coalizione al potere di realizzare il programma con il quale si è presentato alle elezioni e nel risentimento di gran parte dell’elettorato che si sente regolarmente tradito ed usa il voto come punizione e condanna.

Giungiamo alla terza forma di antipolitica, la più importante. Essa si manifesta con la cattura dei sentimenti viscerali di un'ampia parte dell’opinione pubblica da parte di soggetti con cultura politica grezza. Si tratta di soggetti capaci di incrementare la strisciante ribellione popolare contro la politica e di piegare le istituzioni a usi diversi da quelli tradizionali ponendo in discussione il barlume di democrazia nato nel cosiddetto quarto di secolo dorato del secondo dopoguerra (fine anni ’40-inizio anni ’70). Donald Trump sembra rappresentare il modello ideale di questa rivolta contro la politica, ma da tempo altri personaggi, favoriti da processi su cui cercheremo di gettare un po’ di luce, hanno percorso la stessa via. Berlusconi, Salvini, Grillo in Italia, ma Le Pen, Farage, Hofer, Wilders, Petry, Orban e tanti altri personaggi minori che stanno “fiorendo” un po’ ovunque, costituiscono l’espressione concreta di quella particolare malattia della politica che prende il nome di “populismo”.

Il populismo rappresenta il cammino inverso rispetto all’operazione condotta dai partiti socialisti dell’ ’800 e del ’900 riguardo la funzione da assegnare al popolo. Mentre questi immaginavano che l’ingresso delle masse nella politica avrebbe assolto la funzione di sviluppare la democrazia e di istituire l’universalismo dei diritti quando non, addirittura, di realizzare una società di eguali e giusti, il populismo rappresenta l’artificio per mezzo del quale individui carismatici tentano di usare il popolo come una clava per colpire ulteriormente una democrazia già fragile e realizzare autoinvestiture. Essi, gestendo con disinvoltura le contraddizioni del mondo del nostro tempo – immigrazione, disoccupazione, povertà crescente, crisi economica –, semplificano la lettura della realtà e la offrono in pasto a estesi gruppi sociali desiderosi di rivincite e frustrati dalle involuzioni che investono i rispettivi paesi. È evidente che questa operazione può nascere all’interno di quelle contraddizioni del mondo moderno che non riescono a trovare soluzioni nel quadro di strumenti politici che nel passato funzionavano. Pertanto, la riuscita dell’operazione populista si sviluppa a partire dal fallimento sia della prospettiva socialista, sia della prospettiva cristiano-popolare o genericamente democratica. Converrà ancora sottolineare come la destra reazionaria – il vettore del populismo – sia stata in grado di pescare abbondantemente tra le masse che nel passato costituivano il serbatoio elettorale della sinistra. Ma dopo aver accennato a “cosa” è accaduto, occorre ora comprendere “perché” ciò sia accaduto.

2 – L’età dell’oro

Circa mezzo secolo fa, in un libro di storia dell’ultimo anno di scuola superiore si poteva leggere questo brano dello storico Giorgio Spini che, di fatto, concludeva il volume:

L’umanità non aveva fatto a tempo ad assuefarsi al proprio ingresso in un’era atomica che già si trovava di fronte all’avvento di una nuova fase storica, dell’età spaziale. Il progresso tecnico e scientifico, del resto, continuava a trasformare sempre più velocemente il volto del mondo, rendendo gradualmente superati problemi che fino a ieri apparivano di immensa gravità. Sino dagli ultimi anni della II Guerra Mondiale, nuovi ritrovati avevano consentito di debellare flagelli che un tempo affliggevano senza scampo l’umanità: come la micidiale malaria, che tormentava popolazioni intere, spariva davanti all’invenzione di sostanze atte a sterminare gli insetti, così sparivano innumerevoli malattie con la scoperta degli antibiotici, come quella della penicillina ad opera dell’inglese Fleming. Annosi problemi di materie prime cominciavano ad apparire anacronistici per lo sviluppo della chimica e la comparsa di sempre nuove materie sintetiche. Aerei a reazione superavano ormai gli oceani in poche ore laddove venti anni prima soltanto si richiedevano lunghi giorni di navigazione. Nasceva tutta una nuova industria atomica che metteva a disposizione della civiltà risorse incalcolabili di energia… (Giorgio Spini, Dalla preistoria ad oggi 5, 1965)

Non occorre particolare acume per cogliere il carattere apologetico di uno scritto che leggeva perfettamente lo spirito del tempo che alcuni storici hanno chiamato “Età dell’oro”. Termini come “umanità”, “civiltà”, “era”, ripetuti con insistenza nel brano, costituivano il leitmotiv di quel periodo di autentica ubriacatura di speranza in un futuro che sembrava proiettarsi in una dimensione radiosa. Difficilmente avrebbe potuto essere diversamente: le innovazioni che si succedevano in una sequenza impressionante potevano davvero fornire l’impressione che qualcosa di nuovo stesse accadendo nella Storia permettendo l’uscita dei popoli dalla condizione del bisogno. Del resto, ciò che sembrava materializzarsi era un sogno a lungo coltivato apparso secoli prima (Bacone) e prolungatosi fino nell’era del Positivismo. Ma a differenza del passato, ora sembrava che le scoperte e i benefici potessero essere estesi a tutto il genere umano. Nuovi beni inondavano il mercato ad un ritmo vertiginoso ed entravano nelle case liberando gli individui dagli impegni e dalle fatiche che avevano segnato tutta la storia umana. La produzione manifatturiera nel mondo ebbe un incremento del 400% in circa venticinque anni, un incremento mai osservato nel lungo tragitto dell’Homo sapiens, neanche nei momenti di maggior sviluppo. Anche la produzione agricola subì un’impennata, non tanto per la messa a cultura di nuove terre, bensì per l’aumento di produttività offerto dalla meccanizzazione e dall'industria chimica. Ciò non poteva non determinare un drastico crollo della popolazione agricola. A metà del secolo scorso la popolazione europea che viveva di pesca, allevamento e agricoltura era più di un terzo della popolazione totale. In alcuni paesi superava il 40%. Ma soltanto un paio di decenni dopo i lavoratori agricoli scesero quasi ovunque sotto il 10%. Ormai la popolazione europea andava qualificandosi come essenzialmente urbana. Un altro indice della sensazionale trasformazione economico sociale è testimoniato dal turismo di massa. Oggi possiamo considerare il turismo un’industra a tutti gli effetti, ma i più giovani ignorano come questo costume collettivo abbia preso corpo per la prima volta nella storia umana proprio nel periodo in questione. Un grande sviluppo investì anche la formazione che divenne oggetto di importanti riforme. Per supportare lo sviluppo tumultuoso dell'economia era necessario un grande numero di tecnici e amministratori e pertanto tutte le istituzioni educative furono potenziate a tal fine.

Immensa è stata l’influenza del formidabile riversamento di merci e di denaro nella cultura occidentale. Soprattutto sulle masse giovanili. L’allungamento dell’attività formativa dei giovani e delle ragazze, negli istituti tecnici, nei licei e nelle università, consentiva l’espansione di ambiti di scambi e relazioni che nel periodo precedente erano riservati soltanto ai figli dell’élite e quindi condizionate dalla cultura tradizionale. Ora prorompevano stili e approcci alla vita che svecchiavano visioni, credenze e comportamenti del passato. Il reddito dei giovani che entravano senza alcuna difficoltà nel mondo del lavoro non doveva alimentare il bilancio familiare in virtù del nuovo benessere collettivo e andava a riversarsi su consumi tipici della nuova cultura giovanile la quale, a sua volta, contagiava in modo indiretto le generazioni precedenti influenzandole sul piano del linguaggio e dei comportamenti.

L’entusiasmo si manifestava collettivamente: nella gente comune (dell’Occidente) che vedeva veramente crescere anno dopo anno la disponibilità di beni che prima della guerra si sarebbe solamente sognata; nei capitalisti che potevano aspirare a profitti mai immaginati; nei politici conservatori per la coincidenza di interessi con quelli dei capitalisti; nei politici “progressisti” e nei sindacati che potevano confidare di diventare gli alfieri del benessere collettivo facendosi portavoce delle istanze dei lavoratori. Per un ampio periodo sembra che si sviluppi una dinamica positiva tra questi quattro attori. Ma esiste un quinto attore che svolge un ruolo direttivo, seppur nascosto: lo Spirito del progresso. Pur essendo senza corpo, esso si è impadronito delle menti degli altri quattro, le ha sottoposte al suo dominio e, ricoprendo di fiori le catene, ha provveduto a stringere senza pietà l’immaginazione e la fantasia affinché non potessero involarsi verso altri lidi. Un capolavoro autentico soprattutto perché ha illuso i quattro attori “corporei”, di essere liberi, autonomi e facitori del proprio destino. È in questo quadro che nasce quella autentica rivoluzione culturale che finisce per trasformarsi in rivoluzione antropologica. Il grado di soddisfazione della popolazione si espande per il susseguirsi di risultati che l’economia assicura a tutti. Se non subito – come nei “Paesi in via di sviluppo” –, in una prospettiva che sembra a portata di mano.

A quest’ultimo proposito occorre citare un altro fenomeno di rilevanza mondiale: la decolonizzazione. Nel dopoguerra si avvia il processo di indipendenza dei paesi che per tempi lunghissimi avevano dovuto sopportare il fardello doloroso della colonizzazione ad opera delle potenze europee. Questi territori, che avevano svolto il ruolo di fornitori di ricchezze e materie prime per lo sviluppo delle potenze colonialiste, giungevano all’emancipazione politica dopo vigorose battaglie contro gli sfruttatori. Il corso degli eventi raccoglie le interessanti esperienze delle nuove nazioni nel cosiddetto fronte dei “paesi non allineati” (rispetto ai due blocchi controllati politicamente dagli USA e dall’URSS). Il cammino iniziale di questi paesi risente del clima di progresso che si respira nei quattro angoli del mondo e, sebbene fosse chiaro a tutti che si sarebbero dovuti attendere i tempi occorrenti per sviluppare l’accumulazione originaria (quel processo economico iniziale che permette di dare poi l'avvio alla società del benessere), nessuno avrebbe dubitato che la strada indicata dall’Occidente sarebbe stata perseguita universalmente e in modo accelerato. Da questo momento si compie un passaggio che l’umanità, ostinatamente, riterrà irreversibile. Sarà proprio questa ostinazione, come vedremo a disseminare la strada della Storia di indicibili sofferenze.

In ogni caso, l’espansione dei bisogni e dei consumi diventa un’idea inarrestabile, una certezza. Ma un conto è la persuasione degli umani, un altro è il percorso della Realtà, quella strana entità che se ne infischia delle convinzioni nate nella mente della nostra specie e che procede per la sua strada attenendosi a complicate leggi sociologiche e biologiche che ancora siamo lontani dal decifrare compiutamente. Dunque, come interpretare il pur onesto sproloquio dello storico Giorgio Spini? Abbiamo presente un medium posseduto dallo spirito a cui presta la voce? Ebbene, in questa fase l’umanità diventa vittima dello Spirito del progresso, lo spirito del tempo che riesce a impossessarsi della voce dei più riuscendo in tal modo a creare una potente coesione sociale. Non importa se posta su un solido terreno o, come nel nostro caso, sul terreno franoso di un’idea strampalata.

3 – Il galleggiamento

Alla fine del venticinquennio dorato che si compie nel 1973, l’idea del progresso, così come comunemente intesa, non poteva apparire un’idea strampalata visto che, per i più, non lo è nemmeno oggi. Qualcuno aveva già avuto dei sospetti, ma per l’insieme dell’umanità il pensiero critico sul progresso era lungi dall’essere non solo accettato, ma nemmeno immaginato. L’essere umano è così, bisogna prenderne atto: gli eventi sono regolarmente in anticipo sulla sua immaginazione. Dunque, con il sopraggiungere delle prime instabilità che incominciavano a essere segnalate dalla discesa di tutti gli indici di “sviluppo” (primo tra tutti, il PIL), non si ebbe la sensazione della crisi sistemica, ma si credette di essere di fronte a recessioni come tante altre apparse nei periodi precedenti. Si viveva ancora offrendo attendibilità e autorevolezza al famoso saggio di Keynes “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (scritto nel 1930) che era stato accolto come premonizione di un futuro tanto fulgido quanto inevitabile.

Eppure i sintomi erano chiari. Inoltrandoci negli anni ’70 emergono indicatori che segnalano l'inizio di fenomeni nuovi e negativi. Il primo è l’aumento della disoccupazione; il tasso di disoccupazione, con l'esaurirsi del periodo aureo, incomincia a crescere di anno in anno portandosi, alla fine degli anni ’80, tra il 9 e il 10%, ben 6 volte rispetto al periodo degli anni ’60. Il secondo è costituito dalla ricomparsa di una povertà che si sarebbe estesa ulteriormente nel tempo; la povertà aumenta e, tra l’altro, si palesa in modo significativo nelle grandi città con l’apparizione diffusa di donne e uomini senza casa. Correlato a questo fenomeno, si manifesta una progressiva crescita della ricchezza rispetto ai redditi da lavoro. Per un certo tempo la classe media rimarrà indenne, ma con il nuovo millennio subirà anch’essa attacchi dolorosi. Tuttavia, ciò che crea un iniziale sottile disagio è la progressiva instabilità economica legata alla perdita dei meccanismi di controllo e di pianificazione che poco prima avevano funzionato egregiamente. Si tratta di indicatori sufficienti per presagire l’inizio della parabola destinata a condurre all’attuale caduta libera del nostro mondo.

Nel frattempo la sinergia tra evoluzioni tecnologiche, che inizialmente si erano sviluppate su campi separati, determinava la progressiva sostituzione dei lavoratori con le macchine. Il fenomeno aveva accompagnato lo sviluppo economico dai primordi della rivoluzione industriale. Gli economisti e i politici salutarono questi processi di trasformazione come l’avvento di condizioni migliorative per tutti. Si dava per scontato quello che effettivamente era già accaduto nel passato: l'espulsione di forza lavoro dalle fabbriche a causa della meccanizzazione avrebbe ridotto l’esercito dei lavoratori nei settori innovati, ma l’effetto complessivo determinato da innovazione, nuovi processi produttivi, e nuovi prodotti sul sistema economico avrebbe condotto al riassorbimento della forza lavoro “liberata”. Tuttavia, nonostante le ipotesi di scuola e l’esplosione del settore terziario, l’eccedenza di lavoratori sul mercato è via via diventata strutturale e progressivamente crescente.

Poco a poco si prese atto che l'età dell'oro era ormai dietro le spalle. Sebbene la ricchezza in Occidente si incrementasse sempre di più, sia pure con brevi intervalli recessivi (’73-75, ’81-83), i tassi di sviluppo incominciavano a ridursi rispetto a quelli del periodo precedente. I governi europei, generalmente socialdemocratici e di ispirazione keynesiana, non sapendo che fare, si abbandonarono alla speranza di un periodo di ripresa economica che finì per non ritornare più.

Fu così che si riaprirono formidabili spazi per i teorici conservatori dell’economia neoclassica. L’attacco fu rivolto subito verso le politiche della spesa pubblica dei governi socialdemocratici che avrebbero ostacolato la crescita dei profitti, quindi l’accumulazione e, in definitiva, quel benessere collettivo, che, se non fosse stato possibile acquisire subito, lo sarebbe stato certamente in futuro, purché lo Stato si fosse mantenuto alla larga da un eccesso di spesa. Qui inizia una fase determinante e imprevedibile ai fini dello sviluppo del futuro populismo: lo Stato, con la sua burocrazia, con il suo elefantismo segnato dallo spreco e dall’inefficienza, con una legislazione che genera “lacci e lacciuoli” viene accusato di essere la causa prima dell’intralcio allo sviluppo e alla modernizzazione: la nuova narrazione afferma che troppi ostacoli messi in campo dalla politica limitano la creatività degli imprenditori e del mercato e ostacolano la produzione della ricchezza destinata, in diversa misura, a tutte le componenti sociali.

Alla vigilia della grande svolta thatcheriana-reaganiana i governi socialdemocratici sono in stallo; presi a tenaglia tra gli interessi dei capitalisti e quelli dei lavoratori, rimangono paralizzati e non riescono a dare le risposte a interessi ormai diventati tra loro troppo divergenti: la realtà è che, essendo evaporata la formidabile crescita del PIL del periodo precedente, non esiste più lo spazio per il compromesso sociale tra salari e redditi da una parte, e profitti dall’altra. Così si compie la sconfitta della socialdemocrazia sul teatro Occidentale.

I nuovi governi di destra – supportati dall’ideologia degli economisti neoclassici, dalla grancassa dei media e dall’egoismo delle classi medie desiderose di mantenere il trend di consumi precedente – avviano le politiche di rigore teorizzate da economisti conservatori come Milton Friedman e Friedrich von Hayek, ma, guarda caso, si trovano invischiati nel solito problema: lo Stato ha raggiunto una sua forma materiale-simbolica-organizzativa che non si lascia facilmente domare nemmeno dai campioni del liberismo e la spesa pubblica continua a crescere pur diminuendo la qualità dei servizi. Si crea, insomma, una situazione destinata ad aprire la crisi strisciante dello Stato. Ma poiché lo Stato rappresenta il luogo occupato di volta in volta dai partiti di governo, è su questi che si annida il malcontento alimentato da insoddisfazioni crescenti. Inizia il periodo in cui, a differenza di quanto affermava Giulio Andreotti, si logora chi, di volta in volta, si trova al governo; chi occupa gli scranni dell'opposizione può contare su un momentaneo credito, quello strettamente necessario per scalzare gli avversari politici e diventare, a sua volta, bersaglio degli strali popolari. Dopo la svolta thatcher-reaganiana, non vi saranno sostanziali differenze sulle scelte economiche amministrative dei partiti che si succederanno al governo. Sia i vecchi partiti socialdemocratici diventati ormai conservatori e proni funzionari delle grandi istituzioni economiche e finanziarie internazionali, sia i tradizionali partiti conservatori si cimenteranno in politiche assai simili a prescindere dalle diverse aspirazioni etiche pubblicamente espresse (o intimamente sentite) dai rispettivi funzionari politici.

Nonostante le difficoltà, l'antica promessa continua a circolare nel mondo: il progresso è il destino dell'umanità. Ormai da tempo, il mantra si è installato in ogni mente con la forza della certezza, ma la promessa non si realizza. Sebbene sul piano tecnico-scientifico si registrino sorprendenti evoluzioni che dovrebbero garantire il grande salto, qualcosa impedisce il decollo delle fasi iniziali di quella liberazione umana dal bisogno da sempre assicurato come cifra evolutiva dell'umanità.

Cosa c'è di più frustrante dello scarto abissale tra l'attesa di promessi miglioramenti della propria esistenza e il peggioramento progressivo delle condizioni di vita? Come è possibile che i figli siano destinati a vivere peggio dei padri quando per secoli, sia pur con lentezza esasperante, è avvenuto il contrario? Proprio ora che tutto sembra così a portata di mano? Non ci sono tecnologie, macchine, capitali disponibili quante nel passato non si erano mai viste?

Il clima sociale è irrimediabilmente cambiato. Nel passato, quando i modesti miglioramenti della vita si realizzavano, venivano semplicemente goduti o attribuiti alla benevolenza divina. Ora, dopo il recepimento nell'immaginario collettivo dell’idea del progresso, nelle masse si fa strada il risentimento per la rapida evaporazione di quei diritti che dovevano rappresentare l’araldo annunciante il mondo nuovo.

Questo è anche il periodo del crollo dei partiti di massa. È un fenomeno lento, strisciante. Poco a poco i partiti perdono la funzione che nel periodo dorato del secondo dopoguerra avevano avuto come cerniera tra istituzioni politiche e società. Il popolo rimane quindi lentamente abbandonato a se stesso, e mentre in precedenza i modelli partitici socialdemocratico, demo-popolare e comunista possedevano gli strumenti per offrire la lettura degli accadimenti sociali ai loro iscritti, direttamente o tramite strutture associative da loro influenzate, ora lo spazio simbolico viene progressivamente occupato dalla spazzatura teologica fornita dai media in un contesto in cui i partiti diventano semplicemente oligarchie formate da animali dominanti privi di qualsiasi visione del mondo. La teoria neoclassica dell’economia – sull'onda di slogan come “basta tasse”, “poco Stato”, “ognuno imprenditore di se stesso” – si espande a furor di popolo. I ceti medi assorbiranno la credenza che i privilegi acquisiti in termini di incremento di capacità di spesa possano essere garantiti con la diminuzione delle tasse, mentre i ceti popolari, abbandonati dai loro referenti politici, potranno essere gabbati facilmente con gli strilli del ciarlatano di turno. La rincorsa al centro, costituita dall’universalizzazione del modello economico neoclassico, fa sì che anche i partiti discendenti dalla socialdemocrazia (come il PD in Italia) si omologhino alla stessa prassi politica dei partiti conservatori. Di fatto il panorama politico viene sostanzialmente saturato da partiti che, a prescindere dalle etichette e dalle derivazioni storiche, sono sostanzialmente conservatori. Ciononostante, per i motivi prima accenati, la spesa statale diventa incomprimibile o, meglio, richiede adattamenti adeguati nel rispetto di tempi giusti. Occorre del tempo affinché coloro che sono destinati a pagare l’operazione acquisiscano la rassegnazione necessaria per non dar vita a possibili conflitti sociali. In altri termini occorre che si attenui, nel modo più diffuso possibile, la memoria dei diritti. In fin dei conti, le generazioni non si rinnovano? Se si riesce a interrompere la memoria nel processo di trasmissione culturale, il gioco è fatto!

Private dei canali di formazione civile da parte di partiti regrediti ad amministratori della crisi sistemica, le popolazioni possono soltanto alimentarsi dei pasti guasti di un’informazione generalmente ammaestrata e prona all’ideologia del pensiero unico. In tale quadro viene anche a degradarsi il tradizionale processo di trasmissione delle idee tra una generazione e la successiva. Solo il caso potrà mantenere vivi i semi di un pensiero critico in qualche nicchia del sociale. Ma come è noto, il caso è sempre avaro. La norma sarà quel silenzio esistenziale pronto a esplodere quando lo scarto tra l’aspettativa che la società cuce sull'“individuo” e la sua miserevole condizione diventerà insopportabile.

Si avvia così un periodo di crisi strisciante nell’attesa che accada qualcosa; e infatti qualcosa accade. Ma questa è storia recente.

4 – Il crollo

A cavallo del terzo millennio si registrano due crisi finanziarie senza grandi effetti sull'economia reale. Complessivamente l'economia mondiale può ritenersi in condizioni ancora accettabili considerando che la crescita complessiva – trainata dalle economie dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), paesi che finalmente si affacciano nel mondo come protagonisti – dà l'impressione di attualizzare le grandi speranze dell'umanità e di confermare i teoremi ottimistici della scienza economica neoclassica.

Invece, nel 2007, esplode improvvisamente una crisi senza precedenti. Negli USA si manifesta un drammatico deprezzamento dei prodotti finanziari legati al credito fondiario. In precedenza vi era stata una concessione di mutui ipotecari che ora prefigurano insolvenze di dimensioni impreviste. Subito si manifesta un effetto domino: caduta libera del valore di prodotti finanziari, scomparsa della fiducia dei risparmiatori, crollo delle borse. Tra le perdite delle borse e la perdita dei valori degli immobili migliaia di miliardi di dollari si dissolvono nel nulla. Nel clima di sfiducia generale si restringono i canali di finanziamento dell'industria e così, nel 2008, la crisi si estende all'economia materiale, crisi favorita anche dalla diminuzione della domanda aggregata. L'anno successivo lo spauracchio della recessione si manifesta con la perdita di parecchi punti di PIL nei paesi europei. I BRICS non scivolano nella recessione, ma hanno comunque flessioni rilevanti dei loro indici.

La piccola ripresa economica dell'anno che segue – siamo nel 2010 – non è sufficiente a far riapparire il sole. Infatti proprio in quell'anno esplode la crisi dei debiti sovrani, la liquidità presa in prestito dagli Stati per finanziare la spesa pubblica. Tali debiti erano stati accumulati nei decenni precedenti con progressioni pericolose (in particolare quello di alcuni Stati tra i quali l'Italia). Ma allora l'economia era in espansione, anche se negli ultimi tempi in forma tutt'altro che smagliante, e sembrava garantire la fiducia dei mercati finanziari e dei prestatori. Ma ora, nel marasma creatosi negli Usa e trasmessosi alle economie di tutto il mondo, il debito sovrano sembra aprirsi a pericolose falle che evocano un nome terrorizzante: insolvenza! I Paesi europei più esposti a causa della fragilità delle loro economie, non potendo agire sui tassi di cambio, si salvano grazie a pesanti interventi della troika: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea e la Commissione Europea. Il risultato di questi salvataggi non avviene però in modo indolore: i conti pubblici di questi paesi vengono sottoposti a rigidi controlli che si traducono in una riduzione della spesa pubblica, nel blocco sostanziale dei consumi, nell'aumento della disoccupazione, nella riduzione del welfare e nel rischio continuo di precipitare in situazioni di recessione.

Secondo l'interpretazione corrente, l'economia reale – quella che si basa sulla produzione di beni e di servizi – non riesce a riprendere la spinta naturale che si manifesta dopo una recessione a causa delle distorsioni dell'economia finanziaria. In effetti negli ultimi decenni questo settore strategico per l'economia capitalistica ha subito evoluzioni sorprendenti e metastatiche. La massa di denaro accumulata dai paesi esportatori di petrolio e quella derivata dai surplus commerciali delle cosiddette “tigri asiatiche” ha creato una liquidità finanziaria che si è messa in moto per il pianeta alla ricerca di investimenti a scopo speculativo. Quando tale massa di denaro ha potuto contare sulla deregolamentazione finanziaria avviata da misure prese negli USA (la fine della separazione bancaria tra l'attività commerciale e l'attività di investimento e la nascita e lo sviluppo di strutture finanziarie rivolte alla speculazione), si sono create le condizioni per la nascita di colossali strutture finanziarie finalizzate a produrre denaro attraverso il denaro. L'operazione complessiva è stata supportata sia da presidenti repubblicani che democratici: ciò dimostra che la pressione dell'economia finanziaria sulla politica è divenuta, da un certo momento in poi, asfissiante e capace di superare qualsiasi ostacolo di ordine politico. Nel giro di poco tempo, anche il Regno Unito avrebbe ricalcato le sue norme su quelle degli USA seguita, poco dopo, da tutta l'Unione europea. Dunque, le politiche di liberalizzazione per mezzo delle quali si sono rimossi tutti i vincoli e i controlli delle istituzioni pubbliche, associate alla libera circolazione dei capitali e la privatizzazione delle banche e dei fondi, hanno creato le basi per la successiva instabilità. Ora che questi fenomeni possono contare su altre evoluzioni di sistema, come il potenziamento della mondializzazione dei flussi finanziari o come l'informatizzazione che consente scambi di enormi quantità di denaro in tempo reale, la resa della politica di fronte al mostro da essa stessa partorito diventa ineluttabile e gli Stati stessi diventano potenziali vittime di movimenti finanziari veloci e incontrollabili che possono influenzare i debiti sovrani con finalità speculative.

I critici keynesiani di questo aberrante meccanismo insistono sulla patologia di un sistema finanziario che finisce per dare un senso concreto al termine “post-industrialismo”. In effetti la possibilità di creare denaro direttamente dal denaro bypassando la sfera della produzione risulta una pratica vincente se è vero che il valore dei prodotti finanziari supera di quasi 10 volte il valore dell'economia reale prodotta in tutto il mondo. Si tratta però di autentica merda che, per propria natura, non potrà mai tradursi – se non in minima parte – in valore reale pur potendo, come si è visto, creare bolle speculative dai risvolti devastanti sulle economie reali.

Ma siamo davvero sicuri che la perversione del sistema finanziario sia l'unico problema che ostacola la ripresa del “glorioso cammino verso il progresso”? Siamo sicuri che una politica economica rinnovata su basi neokeynesiane sia in grado di rilanciare le “magnifiche sorti e progressive” e sconfiggere l'austerità? Dovremmo chiederci per quale motivo le ricette keynesiane potrebbero funzionare nelle odierne condizioni se non hanno funzionato quando ancora l'economia non era integrata a livello mondiale come lo è oggi. Ma, come vedremo, il pensiero dominante e il pensiero “critico” commettono lo stesso errore di fondo e dunque non possiedono la chiave per uscire dalla triste condizione in cui hanno ridotto lo stato delle umane cose.

Allo stato attuale l'economia globale si presenta come una serie inestricabile di rompicapo. Gli analisti non sono in grado di ricucire la trama che lega problemi che presentano, anche singolarmente considerati, notevoli complicazioni di interpretazione. Il risultato è un'umanità posta nelle mani di un'élite che non sa precisamente dove indirizzarsi. Qualcuno ha immaginato la situazione di viaggiatori su un aereo la cui cabina di comando è deserta. Niente di più indicato per esprimere la condizione che si è creata in questo punto della Storia.

L’umanità – per difendere le regole su cui si basa la riproduzione sociale e sulle quali c'è consenso quasi assoluto, giacché, se si escludono minoranze estreme, nessuno sembra volere un mondo diverso – dovrebbe ricondurre il mostro della finanza al suo ruolo naturale, ma non è in grado di domarlo; dovrebbe combattere la deflazione quando si presenta, ma evitando di produrre quella inflazione che nel passato ha fatto traballare le economie; dovrebbe sviluppare tecnologia, ma sono proprio gli effetti tecnologici non padroneggiati a creare danni irreversibili all'ambiente; dovrebbe produrre “sviluppo sostenibile”, ma ormai è chiaro che l'espressione è un ossimoro; dovrebbe ampliare i mercati, ma tale ampliamento genera instabilità; dovrebbe correggere le diseguaglianze, ma sono proprio le diseguaglianze a fornire la benzina a questo sviluppo pur ormai stentato; dovrebbe ricondurre i consumi a giusta misura, ma in tal modo deprimerebbe l'economia. Ma, soprattutto (e come presto andremo a vedere), se l'economia si sviluppa l'ambiente muore e si gettano le condizioni per la morte dell'economia.

È in questo groviglio di nodi che la Storia si è fermata.

5 – Compendio

Conviene ora – prima di riprendere il filo del discorso – riassumere le tre fasi del lungo processo che ha portato all’attualità e identificare le nuovissime contraddizioni con le quali l’umanità deve confrontarsi. Si può discutere se nel ’900 le masse popolari siano state semplici strumenti nelle mani delle oligarchie e di circoli politici ideologizzati e fortemente strutturati, e, quindi, se la democrazia correttamente intesa sia mai esistita, ma non si può negare che nel secondo dopoguerra, in particolare nel periodo dorato, esse siano state oggetto di particolare riguardo da parte delle élite, sia pure per interesse e non certo per filantropia. La produzione della ricchezza sociale di quegli anni, come già si è visto, accontentava un po' tutti. L'esplosione dei tassi di sviluppo consentiva ai capitalisti di ottenere profitti mai visti. In Italia, gli elettorati del Partito comunista e della Democrazia cristiana potevano guardarsi in cagnesco, ma oggi, quando parecchi decenni ci separano da quei momenti, possiamo comprendere come quelle ostilità fossero effetti ritardati, e in fase di progressiva attenuazione, di un’eredità culturale sviluppatasi a cavallo di due secoli. In realtà i conflitti reali si disponevano sul piano della distribuzione del reddito, grazie all'espansione della ricchezza prodotta. Per quanto fosse forte, il Partito comunista era più occupato a sviluppare democrazia e politiche keynesiane che a pensare a improbabili rivoluzioni o a riflettere sul socialismo in senso lato. Del resto uno sguardo allargato ad ambienti politico-sociali privi dell'anomalia italiana, come i paesi dell'Europa occidentale, è illuminante: nell’Occidente, il luogo dello sviluppo economico, la sinistra decide una strategia diversa da quella che la stessa socialdemocrazia aveva inizialmente previsto: una lunga marcia verso l’elettorato di centro al fine di conquistare la classe media e partecipare alla costruzione della società affluente, la società dei consumi. Da questo momento in poi le differenze tra destra e sinistra si attenuano progressivamente ovunque fino a diventare ricette un po' diverse per realizzare l'unico piatto gustoso per tutti: il prolungamento dell'accumulazione capitalistica e i suoi “dolcissimi” frutti.

Questa è anche la fase della decolonizzazione dei territori a lungo “amministrati” (e sfruttati) dalle potenze europee. Il processo di decolonizzazione apre grandi speranze nei paesi ex-coloniali: ciò che è accaduto in una parte del mondo presto si potrà estendere a livello globale (non a caso si parla di “paesi in via di sviluppo”). Sembra che la visione hegeliana, secondo la quale le tragedie umane costituiscono il prezzo da pagare per l'affermazione storica dello Spirito Assoluto, stia finalmente per affermarsi. O, come pronosticato nel Manifesto di Marx, sembra che l'attivismo mondiale della borghesia sia riuscito a strappare gli altri popoli da un sonno atavico per scaraventarli nella fucina della Storia. La modernizzazione, lo sviluppo, la fine di arcaismi che legavano con le loro catene le donne, i poveri, o popoli interi emarginati, sono a un passo dall'essere compiuti; sarà questione di poco: dieci, venti o cinquant'anni non sono nulla rispetto a un grande obiettivo come la realizzazione della fine della Storia. Insomma, come il nucleo di una cometa nella sua corsa irresistibile si trascina dietro gas, pezzi di ghiaccio, polvere e minerali vari, così l'Occidente si trascina dietro tutte le culture umane impregnandole del suo modo di produzione e, soprattutto, delle sue promesse. Il “quinto attore” – lo Spirito del progresso – apre le sue ali sull'umanità tutta. La coccola, la circuisce, l'inganna. Non deve nemmeno insistere, come fece il Demonio con i nostri progenitori, perchè, caduto il muro di Berlino, nessuna visione alternativa bussa a nessuna porta. Deve solo produrre un effetto rinforzo. Deve legare i corpi all'idea, e in modo indissolubile, affinché la Storia muoia davvero e tutto si riconduca ad un eterno presente fatto di consumi e di pace eterna all'interno dell'unico mondo possibile: un mondo privo di conflitto che somiglia molto a quello rappresentato dal film The Truman Show, con la differenza che la condizione di Truman Burbank finisce d'essere quella di un individuo per diventare uno status universale.

Per alcuni decenni le cose sono andate secondo le previsioni. Ma il quinto attore, questa specie di angelo ingannatore che aleggia sul mondo, da un certo momento in poi incomincia a perdere potenza, ad ansimare. Rimane praticamente l’unico governatore delle idee umane, ma, come abbiamo visto, la sua voce diventa fievole, meno convincente. Cosicché i suoi referenti politici incominciano a innervosirsi. Qualcosa non va per il verso giusto. L'economia keynesiana viene ricusata con l'avvento della signora Thatcher e, successivamente, con Ronald Reagan, viene dichiarata la causa di ogni male; così la teoria neoclassica riprende il sopravvento nel determinare le scelte economiche degli stati.

 Sotto le contraddizioni di un processo economico sempre più affaticato, la destra ha rivoluzionato l’economia riplasmando e rafforzando le aspettative delle classi medie. Ricordiamo l’individualismo metodologico della signora Thatcher che soleva asserire che la società non esiste mentre esiste solo l’individuo. Per quanto falsa già sul piano epistemologico, questa asserzione svolge un notevole ruolo culturale rinforzando una componente negativa dell’individuo umano: l’egoismo diventa un potente strumento per indebolire la socialità umana e ricostruire aspettative in linea con l’ideologia del progresso ricucita però sul singolo. Già, perché questa ideologia balorda conosce soltanto la “seconda persona singolare”!

Tra piccole recessioni e successive riprese, il sistema si diffonde e si rafforza a livello globale trasformando il pianeta in una colossale fabbrica di beni grazie al contributo dei paesi emergenti più ricchi di risorse e di lavoro umano. Anche in questo caso si procede per circa un trentennio finché, nuovamente, il sistema entra in definitiva frenata a seguito della grande crisi. A questo punto la politica ha già perso il controllo della situazione e attua inediti esperimenti per tentare di riportare il sistema in carreggiata: vengono varati governi di coalizione e governi tecnici senza alcun successo.

Il sistema economico entra in una crisi endemica da cui non riesce più a riaversi. Le classi medie, che la sociologia aveva rilevato come componente fondamentale delle società occidentali – sia per dimensione quantitativa, sia per ruolo di supporto alle istituzioni – corrose dalla crisi, incominciano a mostrare insofferenza verso coloro che dimostrano di non riuscire a guidare il Paese. Ma la politica ha ormai ceduto molta parte del potere alla finanza sovranazionale e gli Stati, ormai decostituzionalizzati, impiegano il potere residuale in termini puramente tecnici: il rapporto tra conflitto sociale e democrazia è ormai perduto anche a seguito della scomparsa dei partiti di massa. Così prende forma una politica di austerità che conduce negli scantinati ampie fasce di classe media che sperava di ritagliarsi un bel posto nell’attico della società. La ricchezza, essenzialmente monetaria, viene assorbita dalle tasche dei lavoratori e trasferita nelle casse dei signori dell'1% mentre il welfare state e l'economia del benessere sono giudicate la causa del rallentamento dell'economia e quindi prosciugate.

 Se tutto questo accade nel nostro mondo si comprende cosa possa accadere nei “paesi in via di sviluppo” che sprofondano nella miseria associata alla distruzione delle povere tradizioni locali. Laddove si creano condizioni particolari grazie a forti organizzazioni statuali su territori ricchi di risorse (Cina, India, Russia, Brasile, Sudafrica) i tassi di sviluppo riecheggiano quelli del trentennio. Dunque è nei concorrenti dell'OCSE che occorre riporre la speranza di una ripresa mondiale? Non scherziamo! I tassi di sviluppo sono elevati, è vero, ma seguono la legge universale di tutti gli “sviluppi” (è una legge invisa o sconosciuta agli economisti?): forte crescita iniziale e attenuazioni successive, tra l'altro segnate da assenza di organizzazioni dei lavoratori paragonabili a quelle che hanno accompagnato l’evoluzione delle società europee. Il risultato è la produzione di una ricchezza grande e di una miseria ancora maggiore, perciò il degrado umano si espande. Ma l’aspetto centrale e più grave, quello che gli indici economici non registrano, è un altro: le élite politiche ed economiche di questi paesi – nella illusoria speranza di emulare i “Paesi dello sviluppo” – danno fondo alle risorse dei loro territori aggredendo gli stock naturali e gettando le basi per le prossime calamità naturali che si rifletteranno ancor più nel crollo della produzione di risorse alimentari e strategiche.

Il quadro è completo. Nelle vecchie società i tassi di sviluppo sono sempre più asfittici, la povertà aumenta, il welfare si riduce drasticamente, i giovani non hanno le stesse prospettive dei padri. Nelle nuove società le classi benestanti, rapinando i frutti di uno sviluppo destinato a durare lo spazio di un mattino, condannano le classi subalterne a una vita spesso subumana e in ogni caso tolgono loro ogni aspettativa. Milioni di cittadini del Sud del mondo, esuberanti dal punto di vista demografico, presi tra guerre di varia natura, dall’impoverimento biologico dei loro territori, dalla miseria e dalla fame, da sconvolgimenti ambientali, si mettono in movimento per il pianeta. Se raggiungono luoghi già poveri entrano in concorrenza con la povertà; se raggiungono popoli ancora (per poco) benestanti, entrano in concorrenza con il loro declino alimentando nuove e pericolose forme di razzismo e di proiezioni identitarie.

Afferma uno psichiatra, Henri Maldiney, che la psicosi si manifesta come intersezione “tra l’impossibilità di realizzare un ideale e l’impossibilità di rinunziarvi”. La tragedia dell’umano Occidentale sta in questo doppio legame. È vittima di un malinteso senso del progresso che per un certo tempo ha toccato con mano, che si è fissato nel suo DNA e che, da un certo momento in poi, ha incominciato a sfuggirgli. Ora qualcosa gli suggerisce che questo ideale sarà sempre più lontano. Ma non sarà irraggiungibile? Che prospettiva intollerabile! Ecco servita la psicosi dell’Occidente! Qui, come vedremo, incomincia a germogliare la mala pianta del populismo che è semplicemente il termometro che segna la febbre cronica (non temporanea...) delle istituzioni politiche ed economiche liberali. E il resto del mondo che non riesce a raggiungere neanche un minimo promesso? Masse immense, tradite da una decolonizzazione che, si credeva, avrebbe dovuto seguire altre vie e raggiungere grandi obiettivi, non sono soggette a psicosi perché questa alterazione della psiche presuppone, appunto, un doppio legame; presuppone, cioè, che si perda qualcosa che si è sperimentato e che non si tollera di perdere. Ma queste masse non hanno mai sperimentato il welfare. La loro condizione, dunque, si trova in un punto di passaggio che conduce dalla rassegnazione all’odio. Se permangano nella fase della rassegnazione o se incomincino a maturare odio, e in quale misura, dipende da fattori di ordine ambientale, culturale e storico.

6 – La falsa scienza

Conviene ora abbandonare lo sguardo storico per gettare uno scandaglio su quella mirabile “scienza” che è costituita dall'economia. La tesi che verrà ripresa – in effetti non è certamente nuova – è che i politici e gli economisti cerchino nel posto sbagliato la ragione dei guai e delle difficoltà che opprimono i loro atti. Successivamente sarà più semplice collegare il fallimento della politica con l'emersione diffusa del populismo. Si comprenderà, allora come la frenata dell'accumulazione capitalistica non dipenda da politiche economiche di stampo neoclassico o neokeynesiane sbagliate, bensì da distorsioni della relazione umana con il proprio ambiente.

È noto come i bisogni umani siano strutturati a vari livelli. I bisogni di base hanno una natura materiale e dalla loro soddisfazione dipende la realizzazione dei bisogni più “elevati”. Del resto anche i latini avevano formulato il concetto con il motto “primum vivere, deinde philosophari” che esprime bene come la fioritura delle manifestazioni elevate dell’umano dipenda dal soddisfacimento dei bisogni di base (il motto latino spesso viene enunciato in termini più espliciti: “primum manducare, deinde philosophari”). Perciò si presume che l'esasperazione delle tensioni sociali potrebbe smorzarsi fino a scomparire se si verificasse la ripresa del processo di accumulazione capitalistico in grado di ripristinare, a livello universale, il laboratorio dell’età dell’oro. Il patto di non (eccessiva) belligeranza stretto tra i quattro attori occidentali nel secondo dopoguerra si riproporrebbe a livello universale a seguito della smisurata produzione di merci trainata dall’evoluzione tecnologica. Non si realizzerebbe di certo l’uomo nuovo immaginato da certe visioni progressiste, ma verrebbe tutelata quella triste serenità agognata da buona parte dell’umanità che si priva di fantasie su futuri troppo lontani. Ma vediamo più da vicino i motivi per i quali una simile possibilità è materia da fantascienza.

Sebbene esistano varie teorie economiche possiamo raggrupparle sotto la stessa famiglia e parlare al singolare. Infatti, sebbene le differenze interne siano ampie, non è a tali differenze che devono essere rivolte le critiche che seguiranno. Ciò che qui interessa è il rapporto dell’economia con qualcosa che tale “scienza” si rifiuta di prendere in considerazione: il contesto materiale in cui essa nasce, cresce e si sviluppa. È proprio il pertinace rifiuto ad accettare la sua determinazione da quel contesto che rende impossibile l’uscita dal vicolo cieco in cui l’umanità si è cacciata.

Ogni azione economica attinge dal mondo materiale: è essa stessa azione materiale svolgendo una funzione di assorbimento di materia e di rilascio di rifiuti. Insomma, ogni azione economica esercita una funzione distruttiva sulla natura, cioè sull’ente a cui appartiene pure la specie umana. Anche un’economia che si presentasse con caratteristiche biocentriche – cioè un'economia materialista – non potrebbe evitare l'impatto sulla natura, ma l'effetto sarebbe contenuto in ragione del rispetto di alcune condizioni fondamentali: 1) la capacità portante della specie che svolge attività economica, in altri termini, la numerosità dei suoi membri; 2) l’equilibrio della specie rispetto alla comunità biotica, cioè la comunità del vivente; 3) la natura praticamente riciclabile dei rifiuti prodotti. Ma l’economia sostenuta dall’ideologia del progresso non possiede un approccio materialista, non è una scienza in grado di soddisfare i bisogni della comunità rispettando e impiegando razionalmente le risorse disponibili. La scienza economica, vittima dell’ideologia del progresso, si basa sull'impiego accelerato di protesi artificiali sempre più complesse. Già la scienza della meccanica aveva dato un bello scossone al mondo. Usare la zappa o il trattore non è la stessa cosa, così come non è la stessa cosa usare il piccone o una macchina per il movimento terra. Ma poi sono seguite la chimica, la fisica atomica, le biotecnologie e oggi si stanno affacciando ulteriori evoluzioni conoscitive capaci di aprire nuovi scenari. L’effetto di questa potenza umana “combinata”, sia a causa del superamento della capacità portante, sia per l'aspirazione all'opulenza di una sua importante componente, è triplice: 1) attinge a una smisurata quantità di materie prime, 2) produce un’esorbitante quantità di rifiuti, 3) attenta alla comunità biotica, cioè all’insieme delle popolazioni delle diverse specie la cui interrelazione garantisce l’equilibrio della vita.

Il primo punto è messo in evidenza dal fatto che la specie umana – fermo restando l'inaccettabile e odiosa sperequazione esistente tra i suoi membri – assorbe ormai il 140-150% delle risorse che la Terra è in grado di produrre. Ciò può sembrare strano considerando che niente può essere creato dal nulla. La spiegazione sta nel fatto che la nostra specie non si limita a prelevare le risorse “cicliche” della natura, ma attinge direttamente agli stock che le generano riducendo, in tal modo, le possibilità di successivi prelievi. L’enormità di questo fatto è testimoniata, a titolo d'esempio, da uno studio dell’UNEP (agenzia dell'ONU per il Programma ambientale) secondo la quale, negli ultimi quaranta anni l'estrazione delle materie prime si è triplicata e, presumibilmente, si moltiplicherà ancora per tre entro il 2050. Si tratta di numeri paurosi che inducono a pensare che la trasformazione della Terra in un cantiere distruttivo per la comunità biotica – l'insieme degli organismi viventi la cui relazione reciproca ed equilibrata garantisce la vita – sia ormai più che un'ipotesi e poco meno di una certezza. La comunicazione dell'UNEP evidenzia l’attuale propensione distruttiva e l’insostenibilità nel tempo delle pratiche umane fin qui adottate. Qui appaiono argomenti che sono semplicemente cancellati (più che respinti) dal pensiero dominante. A livello mondiale, le materie prime – soprattutto quelle non rinnovabili il cui impiego dovrebbe essere sottoposto a rigidi controlli e, prima ancora, ad attente riflessioni di ordine strategico – sono semplicemente dissipate dall'attività industriale e agricolo-industriale con il beneplacito della politica. Nonostante ci separino 700 anni e sviluppi tecnologici immensi, la differenza tra gli antichi sacerdoti di Rapa Nui le élite moderne sembrerebbero azzerate dallo stesso livello di incoscienza riguardo l'importanza della salvaguardia dell'ambiente e dell'uso razionale delle risorse materiali disponibili. Difficile sapere quali pensieri si agitassero nella mente degli arcaici indigeni dell'Isola di Pasqua, in compenso sappiamo quali formulazioni magiche si materializzano nella mente di coloro che oggi hanno in mano i destini degli esseri umani. Secondo tali geni, il sistema è abbastanza indifferente rispetto alla scarsità delle risorse poiché i prezzi possiedono di un'ottima capacità regolativa che permette di rallentare o accelerare la loro commercializzazione (e quindi il corrispondente consumo); inoltre – asseriscono – si può sempre contare sulla possibilità tecnica di trovare succedanei nel caso che una specifica risorsa si esaurisca. In realtà una materia prima dovrebbe avere un valore assoluto determinato dalla sua riproducibilità o potenziale sostituibilità in caso di esaurimento, condizione del tutto trascurata sia dalle pratiche speculative che dalla voracità trasformativa del sistema economico e dalla teoria che lo supporta. Insomma, la stravagante fiducia della teoria economica sulla capacità regolativa dei prezzi e sulla pretesa tecnologica di individuare elementi sostitutivi certi in caso di “esaurimento”, permette alle élite economiche e politiche di procedere imperterrite verso la distruzione della vita sul pianeta Terra.

Il secondo punto è conseguenza del primo: il dissennato consumo di risorse produce inevitabilmente una colossale produzione di rifiuti. Nuovamente occorre ribadire che i “rifiuti” della società attuale non sono confrontabile con gli scarti e le scorie delle civiltà passate. Ciò che l'umanità produceva veniva riassorbito dai cicli della natura. Gruppi umani incapaci di rielaborare la natura potevano certamente distruggere ecosistemi – come appunto nell'Isola di Pasqua – ma non potevano produrre danni di lungo periodo (o di lunghissimo periodo come nei casi di Fukushima o Chernobyl). Invece, da un certo momento in poi, lo sviluppo tecnoscientifico ha generato situazioni nuove e gravi anche se i rifiuti non hanno costituito un problema né per la politica, né per l'economia per un lungo lasso di tempo. A tutt'oggi la condizione non è per niente cambiata  per la maggior parte delle popolazioni del pianeta che devono convivere con notevoli rischi sanitari determinati da residui pericolosi di lavorazioni di ogni tipo. In Occidente le cose sono apparentemente migliorate in quanto la risposta alla malattia prevede anche la ricerca delle cause che l'hanno generata e impone quindi al potere pubblico di porre qualche rimedio. Ciononostante nella sola Europa sono stati stimati circa 250.000 siti da bonificare. Purtroppo il processo di degrado delle merci o, addirittura, il consumo immediato di xenoprodotti è letteralmente invasivo e si fa intercettare soltanto in piccola misura dalle tecniche di smaltimento. Il resto apparentemente scompare, ma si va a depositare nelle acque, nella terra e nell'aria imponendo presenze che impongono la loro cattiva convivenza a una natura evolutasi senza la loro esistenza. Che le vittime siano le acque dolci o marine, l’atmosfera saturata dall’anidride carbonica o gli oceani inquinati dalla plastica, i terreni agricoli invasi da sostanze xenobiotiche o da discariche “legali” o abusive, le risorse necessarie alla vita degli umani e delle altre specie si degradano con una rapidità mai vista nel passato. Naturalmente il problema non è soltanto sanitario, ma anche economico. Il degrado del sito spesso diventa un ostacolo allo stesso sfruttamento dello stesso o ne preclude definitivamente (o per tempi troppo lunghi, secondo la logica economica) le possibilità d'impiego. Tra le misure tampone escogitate dal sistema e sostenute da ambientalisti poco avveduti, il riciclo dei rifiuti con l'obiettivo di raggiungere l'agognato “rifiuti zero” o addirittura il sogno dell'economia circolare che, secondo i nuovi stregoni, non richiederebbe altre risorse rispetto a quelle già impiegate.

La conseguenza – e qui si richiama il terzo punto – è che le specie viventi subiscono un attacco insopportabile e si estinguono. Oggi le specie animali e vegetali si stanno “spegnendo” ad un ritmo che supera in termini esorbitanti il tasso normale medio di estinzione. Secondo rilievi autorevoli il ritmo di estinzione avanzerebbe con un ritmo da 1000 a 10.000 volte più rapido di quello fisiologico. Questo annientamento dovrebbe far emergere in modo evidente la questione etica, visto che si stanno sopprimendo gli spazi e le condizioni di vita di esseri viventi che hanno occupato il pianeta quando Homo sapiens era ancora lontano dall'apparire. Il cinico che decidesse di alzare le spalle di fronte all’aspetto etico dovrebbe comunque sapere che l’esistenza umana, ponendosi nella complessa rete relazionale con tutti gli altri esseri viventi, mentre annienta la rete, crea le condizioni per un futuro tragico per se stesso. Gli altri animali e i vegetali non sono un’addobbo del mondo atto a renderlo gradevole ai nostri occhi, ma la condizione stessa per la sussistenza di una vita che non sia postapocalittica.

La conclusione di questo discorso è semplice: l’economia non è una scienza, ma lo strumento con il quale il quinto attore – lo spirito del progresso – induce gli altri quattro a compiere scelte controadattative, cioè scelte che, lungi dal risolvere i problemi dell’esistenza umana, l’aggravano radicalmente fino a portare la specie ad una condizione di non ritorno. L’economia, fondandosi su una specie di esuberanza calcolistica, crede di avere lo statuto della geometria di Euclide, mentre invece, operando nel mondo della trasformazione materiale e della caducità con una visione pericolosamente idealizzata, dispone degli strumenti perfetti per distruggere la vita dell’umano e del suo habitat (che ormai coincide con il pianeta). L’economia, quindi, opera in un mondo che possiede anche notevoli attriti naturali oltre a quelli politico-culturali indotti dai sindacati, dai partiti, dalle tribù politiche, dalle banche e dalle crisi cicliche di natura endogena ecc.. Anzi, gli attriti naturali, che per molto tempo hanno potuto essere persino trascurati senza causare apparentemente alcun danno, diventano ora il problema principale e, qualora venisse ipoteticamente realizzata una società umana pacificata e giusta, continuerebbero a far sentire i loro effetti che, se trascurati, non lascerebbero scampo. Ecco perché il pensiero dominante supporta un meccanismo economico che procede in avanti senza conoscere la meta e non considera altro se non ciò che è strettamente umano, riducendo il resto a mera oggettualità.

Questa breve rassegna chiarisce perché la crisi economica attuale non ha nulla delle precedenti. Per quanto esse potessero essere distruttive e preannunciassero (ma solo a menti rare e particolarmente aperte) i futuri problemi, esse avevano la possibilità di risolversi temporaneamente grazie all’occupazione di nuove terre e alla scoperta di nuove risorse. Le fasi espansive seguivano quelle recessive sulla base di meccanismi interni dell’economia liberista, ma esistevano le condizioni perché il gioco potesse funzionare comportando sempre trend positivi. Oggi la specie umana ha saturato gli spazi e, da tempo, ha incominciato a premere esageratamente sull'ambiente, sia per motivi demografici, sia per il consumo delle risorse necessarie al tipo di sviluppo che ha scelto. Perciò, maggiore sarà il consumo globale, minore sarà il tempo in cui potrà essere sostenuto. Inoltre i cataboliti della civiltà umana – dalla co2 alla plastica, dalle deiezioni degli allevamenti alla diffusione di prodotti chimici che hanno effetti ancora sconosciuti, dalle emissioni industriali al semplice degrado delle strutture – stanno progressivamente attentando alle basi della vita cancellando migliaia di specie e distruggendo l’equilibrio della comunità biotica. Purtroppo pochi hanno compreso che lo sviluppo tecnologico – lungi dall'incrementare la capacità portante dell’animale umano – agisce come riduttore delle possibilità di colonizzazione dell'ambiente da parte della specie umana. Ciò può apparire controintuitivo al senso comune, ma è intollerabile che dentro le università si continui ad alimentare la leggenda della pietra filosofale. Insomma l’input, l’output e il meccanismo interno del sistema economico che vive del primo senza riconoscerlo e trascura il secondo, costituiscono una terna correlata e concorrono tutti nella direzione sbagliata perché costruiti su esigenze ciecamente espansive. Se la diminuzione delle risorse minerarie ed estrattive, agricole, forestali, marine crolla, è evidente che il desiderato sviluppo economico diventa un'aspirazione priva di possibilità. E i “cataboliti” del sistema – insomma, i rifiuti – svolgono una funzione di logoramento, se non di distruzione, su altre risorse naturali rendendone definitivamente irrecuperabile grande parte. Questo è sicuramente uno dei motivi per i quali l’overshoot day – il giorno in cui l’umanità consuma tutte le sue risorse disponibili – si anticipa ogni anno (attualmente cade intorno alla seconda decade di agosto). Dunque, qual è la verità semplice, chiara, evidente che fatica ad affermarsi nel gioco illusorio del pensiero dominante (e anche nel pensiero critico)? Questa: il processo di accumulazione economica – peraltro distorto e squilibrato – che ha segnato secoli di storia si è definitivamente interrotto perché prossimo ai limiti del sistema. Nemmeno un nuovo demiurgo, per quanto onesto e incorruttibile, potrebbe rimetterlo in moto. Né ora, né mai. La dichiarazione, per quanto banale, dovrebbe essere sconvolgente. Gli eventuali critici della tesi dovrebbero chiarire come sia possibile ricondurre l’overshoot day al 31 dicembre (e il risultato sarebbe ancora di gran lunga insufficiente) stando l’attuale popolazione mondiale e la cristallizzazione delle strutture istituzionali consolidatesi nel nostro tempo e nel mondo intero. Sarebbe uno sforzo ideologico-argomentativo senza alcuna speranza.

L’ideologia del progresso è prossima alla disfatta e nel momento in cui collasserà, l’umanità si troverà paradossalmente a dover guardare all’indietro. Cosa significhi una tale spaventosa eventualità lo si vedrà a breve. Per ora si può soltanto rilevare una conseguenza densa di implicazioni: anche la Storia, in un certo senso, sta finendo. Ciò non significa l’esaurimento del percorso umano, ovviamente, quanto piuttosto la fine di una narrazione fortemente introiettata nella nostra cultura occidentale che vede lo sviluppo del tempo proiettato verso un perfezionamento civile attraverso la pace, il benessere, la conoscenza, l’accesso collettivo alle opportunità offerte dallo sviluppo tecnico e scientifico. Che tutto questo, all’origine, fosse possibile non è dato di sapere. Certamente non si è verificato e, a meno di cambiamenti istituzionali che non possiamo ancora immaginare, nemmeno si potrà verificare in futuro.

7 – L'antipolitica diventa populismo

Finalmente possiamo comprendere i fatti che ormai caratterizzano sempre di più il nostro mondo e convergono nella crisi della politica! Si tratta di un fenomeno maturato negli ultimi decenni, manifestatosi dapprima lentamente e in seguito con una accelerazione impressionante. La crisi della politica è semplicemente l’effetto dell’interruzione del processo di accumulazione capitalistico con effetti a livello globale che si ripercuotono a livello locale in ogni angolo della Terra.

Quale potrebbe essere il mondo delle fate e degli elfi in grado di cancellare la crisi della politica? La condizione europea e statunitense degli anni ’60 diffusa a livello mondiale! Le uniche tensioni – potenzialmente anche gravi – sarebbero quelle per la distribuzione del reddito, ma in fase espansiva, dopo ogni crisi, gli attori giungono sempre ad accordo e, eventualmente, al diavolo i principi! Ma, come si è visto, quello è un mondo perduto, non soltanto per motivi inerenti a limiti interni della scienza dell'economia, ma soprattutto perché ormai la specie ha sottoposto l'habitat ad uno stress nettamente superiore a quello sopportabile. Tuttavia questo fatto è decisamente ignorato, persino contraddetto dalla visione tecnologica che assegna all'umano, dominando la natura, la possibilità di risolvere qualsiasi problema si presenti ad ostacolare i suoi disegni. E allora ecco apparire una reazione rabbiosa da parte delle masse verso la politica ritenuta responsabile di un fenomeno che non comprendono. Perchè stupirsi? Chi ha fatto e tuttora continua a fare le promesse? Chi invoca con insistenza l'esigenza di rilanciare lo sviluppo? Chi, a partire dalla modernità, si è sobbarcato l'onere di creare l'ordine sociale e, soprattutto, il suo ordine simbolico, i suoi miti? Il capitale? No di certo che, semmai “crea posti di lavoro”: piuttosto la politica! Chi, ad ogni tornata elettorale getta discredito sui politici concorrenti e invoca il voto degli elettori su programmi che regolarmente falliscono? Gli imprenditori? Ma via... E a che scopo tutti i partiti si cimentano in questa prospettiva autolesionistica riproponendo stancamente obiettivi impossibili? E allora perché sorprendersi se su di essi si scatena la rabbia, il rancore, il risentimento di bottegai, di ceti medi, e, infine, del proletariato ormai lasciato solo con i suoi guai? Perché meravigliarsi, allora, se incominciano a emergere individui carismatici (o mezzo-carismatici) come Berlusconi o Salvini o Grillo cioè personaggi capaci di mostrarsi diversi (essendolo davvero, almeno sotto importanti aspetti) dal personale politico tradizionale? Senza contare che poco a poco l’intossicazione comportamentale si trasferisce anche alla parte restante – i partiti classici – in un processo di degrado che non conosce limiti. Non si creda però di essere di fronte a un problema tutto italiano. Per niente! Ovunque fioriscono le “anomalie”: partiti xenofobi e populisti montano come un'ondata nera che minaccia di sommergere tutto l'Occidente, ma ormai il modello si sta allargando a livello globale favorito dalla diffusione della corruzione universale.

L'anomalia più grande è certamente lui, Donald Trump. Non solo ha fatto fuori la candidata del Partito Democratico, ma il suo percorso verso il successo è avvenuto nonostante l'ostilità accesa dell'apparato del suo stesso partito. Leggiamo bene questo fenomeno. Se l'élite repubblicana ostacola il proprio candidato, un volgarissimo magnate capace di farsi strada con argomenti che un tempo avrebbero fatto arrossire pure se espressi in modo più edulcorato, e questo viene eletto dal popolo significa che ormai si è consumata una scissione tra la classe politica con i suoi apparati e la società. Ha poco senso obiettare che mezzo popolo americano, la parte più istruita e colta, non ha votato per lui. Trump rappresenta la fase acuta della malattia, ma molti di coloro che ancora rifiutano le estremizzazioni sono prossimi a passaggi intermedi, e non è escluso che possano essere presto infettati dal virus quando la morte del futuro diventerà chiara per tutti. Ancora regge la destra tradizionale, ma fino a quando potrà resistere alla caduta dell'angelo del progresso senza assumere essa stessa i tratti del populismo? La pressione ostile di un'opinione pubblica ormai allo sbando si basa sulla crescente convinzione che i partiti abbiano tradito le promesse su cui hanno costruito le loro fortune di ceto sociale privilegiato. Che tale convinzione sia ben riposta è un dato di fatto e va riconosciuto. Ma ciò che sfugge a livello generale è che i partiti, non disponendo di poteri sovrannaturali, potrebbero battere qualsiasi strada convenzionale – cioè costruita sui postulati del pensiero unico – senza poter perseguire il benchè minimo risultato. Purtroppo, abbagliate dalle antiche promesse welfariste sono le stesse masse a pretendere ciò che ormai appartiene ai sogni. Cosicché si crea la paradossale condizione che rende le masse ostaggio dei vecchi sogni della politica, e la politica, ostaggio delle masse. Solo che a un certo punto la relazione si spezza. Come? Nell'unico modo possibile: assegnando credito a chi blatera contro la casta, a chi riesce a girare la frittata sostenendo che la crisi è il frutto esclusivo di cattive linee di governo, a chi strilla che lo Stato assorbe eccessive risorse ostacolando l'economia con troppe tasse. La confusione sotto il cielo diventa totale: chi è ricco si lamenta per l'eccessivo prelievo fiscale; chi è senza lavoro attribuisce le sue disgrazie alla stessa causa; nessun occupato si preoccupa della rilevanza sociale del suo lavoro e dell'utilità delle merci che escono dalle sue mani; nessun disoccupato si preoccuperebbe della rilevanza sociale del suo lavoro e dell'utilità delle merci che uscissero dalle sue mani; nessun sindacato si preoccupa della rilevanza sociale di ampi segmenti – forse addirittura preponderanti – della produzione.

La prossimità della fine del processo di accumulazione del capitale, senza che nessuno dei due soggetti (governanti e governati) sia disposto ad accettarla, costituisce la nascita dell'antipolitica e, da questa, del populismo.

8 – Il piatto è servito

Così come il dopoguerra aveva sancito la scissione tra due sinistre – con quella moderata che si candidava a governare (e a diventare destra) e abbandonava quella radicale al suo miserevole destino, ora, nel baillamme di questi tempi interessanti, si presenta il paradosso della presenza di due destre. La prima, liberale, tradizionale e costituita dai vecchi partiti usciti dal secondo dopoguerra (o dalle loro trasformazioni), non riesce a raccapezzarsi nel caos da essa stessa prodotto e cerca ancora i buchi che fanno entrare l’acqua dentro la barca non avvedendosi che la chiglia ha uno squarcio irreparabile ed è destinata ad affondare. La seconda, reazionaria e collerica, tenta di ripristinare il potere dello stato-nazione intercettando il risentimento delle masse, fattosi ormai rabbioso, per reindirizzarlo a favore di un rafforzamento del sistema. Si immagina che, recuperando le leve del potere e della governamentalità e regolando gli effetti della mondializzazione con misure protezioniste e populiste, si possa rimettere ordine nella zona geografica di propria competenza: lo stato-nazione, appunto. Occorre dire che, almeno apparentemente, è proprio questa destra reazionaria che tenta di rompere gli schemi, rispolverando, in abiti moderni, populismi di altri tempi e di altri luoghi (ricordiamo i vari bonapartismi o i peronismi o esperienze analoghe).

La nuova destra, dunque, rispolvera parole d’ordine che piacciono ad un pubblico completamente spoliticizzato, arrabbiato, ormai confuso e indistintamente di destra o di “sinistra”: lotta alla disoccupazione (non importa se si tratta di occupazione sottopagata o supersfruttata), realizzazione di nuove infrastrutture per potenziare il sistema economico (non importa se gravemente distruttive sul territorio o impattanti sulla qualità della vita del cittadino), protezionismo (per le merci degli altri, ma non per le proprie), limiti agli ingressi degli immigrati (per disporre della forza lavoro che eventualmente serve ma non di più). Si comprende come idee di questo genere possano solleticare persino gli appetiti di quel socialismo sovranista che da tanto tempo ha rinchiuso i suoi interessi nel recinto del gretto nazionalismo e che può persino sbandare di fronte a sirene di tipo lepenista.

La durezza dei reazionari contro i conservatori è reale. Acquisito il principio che la globalizzazione genera caos e disordine, si pensa di ridare vita agli interessi nazionali. Ma se tutti i soggetti abbisognano di qualcosa di qualcun altro, come è possibile che tutti abbiano da guadagnare se si chiudono in se stessi? I vari Trump, Le Pen, Wilders, Petry, Salvini, Orban potranno strumentalizzare la collera dei soggetti sensibili alle loro melodie, approfittando della naturale tendenza dei popoli a porsi nelle mani di leader carismatici nei momenti di crisi, ma non occorre essere profeti per predire che il caos mondiale aumenterà ancora di più perché i loro disegni sono destinati ad affermarsi nella misura in cui, lo credano o meno, riescono a sopraffare gli interessi degli altri. Se la globalizzazione – così come è stata realizzata – si è dimostrata una catastrofe, le chiusure di questi emergenti personaggi, qualora si consolidassero, genererebbero guerre commerciali e finanziarie tra gli stati, nel clima generale di una concorrenza senza freni. È perfino facile prevedere che si moltiplicheranno le guerre per rapinare le risorse altrui necessarie per calmare l’eccitazione delle proprie folle. Insomma le tragedie del ’900 sembrano semplici anticipazioni di quelle che – con ogni probabilità – si ripresenteranno molto presto in varie parti del mondo. In assenza di soluzioni che oggi possono apparire inimmaginabili, l’umanità è destinata a pagare in breve tempo un conto salatissimo che si misurerà nella riemersione di brutali confronti nazionalistici e, laddove i nazionalismi non si siano sufficientemente consolidati, in guerre tribali. Ma è altamente probabile che insieme con questi due cavalieri dell’apocalisse ne emerga un terzo, anch’esso posto sotto naftalina da un Illuminismo fallimentare: le guerre di religione. Tutto questo sembrava superato con la secolarizzazione della società avviata verso la modernizzazione. Ma se la modernizzazione si dissolve nel nulla, tutta l’effervescenza del vaso di Pandora riprende il suo dominio nel mondo.

9 – La fine è questa

La maggior parte degli interpreti è abbastanza consapevole dei motivi della degenerazione della politica che causano il fenomeno del populismo. Quello che invece nessuno sembra riconoscere è che non esiste alcuna possibilità convenzionale di uscire da questa situazione. Tutti esprimono una pur timida fiducia nel futuro, anche se su basi diverse. I politici della destra classica brancolano nel buio, ma attendono fiduciosi che i nodi si sciolgano da soli. La nuova destra populista è convinta che i nodi vadano sciolti con le misure della rivoluzione nazionalista. Gli antagonisti al sistema ripetono come un mantra che il sistema capitalistico deve essere superato, ma non hanno la minima idea di come ciò debba essere fatto. Per la sottoclasse dei movimentisti, basta muoversi e il resto verrà da sé. Questi ultimi sono i cattivi interpreti della nota affermazione marxiana secondo cui il comunismo è il movimento che abolisce lo stato di cose presente. Insomma tra i fissati delle potenzialità tecnologiche e dell’economia del riciclo e gli apologeti del general intellect, tutti confidano in un futuro che non avverrà mai. Nessuno si pone il dubbio che, a dover essere ridefinita, debba essere la stessa relazione che gli umani hanno impostato nei confronti della natura (di cui essi stessi sono parte). Nemmeno i santoni della decrescita, pur avendo avuto un’ottima intuizione, si spingono a tanto.

Il sogno piuttosto volgare e prosaico secondo il quale l’umanità avrebbe ritrovato il compimento del suo destino nella diffusione di beni di massa grazie allo sviluppo scientifico e tecnologico non si è realizzato, né si realizzerà mai, almeno nel modello fin qui adottato. Si potrebbe discutere se lo scopo finale della vita sia quello di annegare nei consumi di  una società opulenta. Su questa tesi potrebbero impegnarsi gli psicologi; in ogni caso sarebbe pura perdita di tempo perché quello scopo finale non può essere raggiunto per ragioni già messe in chiaro da Marx nel XIX secolo; ragioni che, una dopo l’altra, si stanno puntualmente avverando per motivi prettamente interni alla scienza dell’economia.

Purtroppo anche la teoria marxiana, essendosi concentrata sulla macchina della riproduzione capitalistica per individuarne il funzionamento, non ha preso in considerazione – almeno in modo determinante – i fattori di input di questa macchina, né i fattori di output, entrambi altrettanto strategici per un giudizio complessivo sul sistema. Cosicché anche le eventuali soluzioni alternative al capitalismo elaborate dal marxismo rischierebbero di infrangersi contro i confini dell’ambiente che, per quanto elastici, non possono superare i sottili margini concessi dalle leggi della natura. Dunque la limitazione dei fattori di input dei processi produttivi (le risorse energetiche e materiali) e l’impossibilità di limitare i fattori di output – la riduzione di terre, aria e acque a pure discariche che fanno ammalare e uccidono – fa sì che il sogno costruito sul progresso non potrà mai realizzarsi senza immaginare un riposizionamento rispetto alla natura che allo stato attuale sembra essere l’ultima preoccupazione dell’umanità. Tale riposizionamento obbligherebbe a evidenziare il carattere dell’animalità dell’umano, il suo fondamentale essere corpo, piuttosto che intelligenza demiurgica. Ma è bene non addentrarsi in questo tema poiché farlo imporrebbe di moltiplicare per 10 il numero di queste pagine.

Comunque ci sbaglieremmo a tracciare una linea netta di demarcazione tra fattori interni e fattori esterni. Le difficoltà relative (o interne) del processo di accumulazione capitalistico sono politico-sociali e interagiscono con quelle assolute (o esterne) costituite, da una parte, dalla progressiva limitazione delle risorse disponibili e, dall’altra, dai costi sociali progressivamente crescenti connessi all’inquinamento industriale e domestico. Gli attori che giocano un ruolo importante nella determinazione delle linee guida dell’economia se ne rendono conto? Sì e no. Se vengono organizzati incontri internazionali per la protezione del clima vuol dire che una parte del sistema di potere è consapevole del problema, per quanto la produzione di CO2 sia soltanto una parte della questione ambientale. Ma i sistemi economici che fanno riferimento agli Stati che partecipano a quegli incontri si comportano coerentemente con le risoluzioni? I ripetuti fallimenti di quelle conferenze internazionali offrono una risposta precisa. Ordunque è necessario insistere: il sistema economico attuale sta distruggendo il mondo; la natura si rende sempre più avara nell’offrire le sue risorse per alimentare il sistema economico e diventa il luogo che con crescente difficoltà riesce ad assorbire gli effetti della produzione industriale determinando un ulteriore fattore limitante.

E allora cosa dobbiamo aspettarci?

Intanto l'estinzione di massa degli altri abitanti del mondo che ci hanno preceduto nell’evoluzione e che stiamo facendo bellamente sparire dalla faccia della Terra. Se li consideriamo un semplice ornamento del panorama di cui possiamo fare a meno ci sbagliamo di grosso. L’umano si definisce in rapporto alla moltitudine degli esseri che hanno condiviso la sua evoluzione. Non riconoscere questo significa semplicemente non conoscere se stessi, illudersi di essere l’ordinatore del mondo, il demiurgo e, dunque, riconfermare la distruttività della specie che condurrà direttamente al collasso della vita sulla Terra. Non solo. La stessa civilizzazione dovrebbe esprimersi primariamente nella dimensione etica, e l’etica dovrebbe partire soprattutto dalla considerazione che una specie non può pretendere che tutto sia dato per sé, visto che non è stata creata da un dio bensì dal lento lavorìo della natura. Siamo di fronte a un caso in cui giustizia e interesse si sovrappongono in modo perfetto. Perciò il rifiuto dell'etica porta con sé la nemesi: l’annientamento della variabilità genetica della vita animale e vegetale ha il suo riflesso nella distruzione degli habitat, nel cambiamento del clima e nella riduzione a discarica delle terre, delle acque e dell’aria. Nemmeno gli oceani sono indenni dall’operazione distruttrice della specie, una distruzione che presto si ritorcerà contro tutti noi. La trasformazione del mondo in discarica produrrà quelle malattie che già oggi, nei distretti particolarmente colpiti da una industrializzazione senza freni, si stanno manifestando a livello epidemico: malformazioni genetiche, tumori, problemi polmonari, digestivi, metabolici. La perdita dei terreni a causa del loro riprovevole trattamento diminuirà la disponibilità di cibo per una popolazione che finora si è dimostrata incapace di porre limiti alla sua numerosità. Se molti saranno costretti a emigrate a causa dell'uso improprio delle terre, altri lo saranno per le inondazioni delle zone costiere, se il clima continuerà a riscaldarsi. Nonostante i convegni internazionali, il carbonio continua a essere la forma di energia più sfruttata e dunque l’innalzamento delle temperatura globale è qualcosa di più di una minaccia e il trasferimento di centinaia di milioni di individui lontano dai luoghi di origine sarà semplicemente obbligato poiché nessuno può vivere troppo a lungo con l’acqua alle ginocchia o sulla terra crepata dal sole. Se tali ambienti non potranno più produrre cibo, potranno forse essere disponibili per altre attività economiche? E allora la perdita di suolo vitale indurrà intere popolazioni a mettersi in marcia per la sopravvivenza. I numeri attuali dei profughi, per quanto spaventosi, sono ancora piccola cosa rispetto a quelli di coloro che emigreranno in un futuro già in corso per trovare una pur miserevole sussistenza. Se troveranno le porte aperte condivideranno una vita larvale con coloro che li accoglieranno e inevitabilmente si svilupperanno fenomeni di intolleranza e razzismo. Se, più probabilmente, troveranno le porte chiuse vorrà dire che la stessa parola “umanità” non potrà più essere usata per evidente perdita di significato. Inutile insistere su altri effetti indiretti che produrrebbero anch’essi effetti tragici come la perdita irreversibile di gran parte della copertura arborea del pianeta, lo sviluppo della siccità, la facilità di innesco di incendi devastanti.

Il populismo eredita questa condizione. Se è probabile che le difficoltà dei prossimi tempi possano dare carburante a questa forma di impazzimento della politica, è evidente che alla lunga i sottoscrittori delle azioni del populismo si renderanno conto di essere stati raggirati da certi pifferai con altri mezzi oltre a quelli messi in atto da certe operazioni della finanza o della politica conservatrice tradizionale. A quel punto la “ragione” non potrà più trovarsi in nessun angolo del mondo.

Povero Hegel… quante illusioni. Se la Storia è stata un susseguirsi di atti di macelleria per giungere a questo punto, anzichè all’Autocoscienza dello Spirito Assoluto, vuol dire che la sua filosofia non è valsa il tempo necessario per elaborarla. E povero anche l’Illuminismo, che ha illuminato soltanto l’incapacità di una specie di stare al mondo. E povero anche il Positivismo che ha dato la stura soltanto a scienze “locali” dimenticando quella ricomposizione “olistica” che forse avrebbe fatto comprendere agli apprendisti stregoni la necessità di muoversi con cautela nel produrre le loro realizzazioni. Ma forse la dimensione morale di filosofi e scienziati – sempreché si sia manifestata – non ha potuto competere con la potenza dei mercanti e dei finanzieri che in vari modi hanno provveduto al loro mantenimento.

0 – Dunque si conclude

Ora dovrebbe essere chiara la natura del sottotitolo. Perché non rivolgersi ai “cittadini” che sono i referenti diretti delle considerazioni politiche? Perchè gli individui, nel ruolo di cittadini, sono soggetti al potere totalizzante del sistema e delle sue sirene. L’interesse del sistema – inteso come complesso di istituzioni tendenti alla conservazione dello stato di cose esistente – è quello di tenere alla larga idee che possano mettere in discussione i fondamenti ideali e culturali su cui si regge la riproduzione sociale. Purtroppo il pensiero dominante in ascesa vince permeando tutto il corpo sociale: emanato dalle classi dominanti, si insedia nelle classi dominate bruciando letteralmente il pensiero critico. Le classi dominate vivono dentro il sistema e non possiedono un punto di vista esterno attraverso il quale giudicare la loro vita. Se insoddisfatte, possono solo rivendicare quello stesso buon funzionamento sociale che – da un certo momento in poi – le classi dominanti non riescono più a garantire secondo i vecchi canoni (produzione, estrazione di plusvalore, investimenti, nuova produzione e così via...), quei canoni che nel “periodo dorato” hanno generato l'illusione di uno sviluppo infinito portatore di benessere e condivisione (pur diseguale) delle risorse sociali. In fin dei conti il pensiero dominante può contare non soltanto sulla distorsione percettiva della realtà creata dai media ammaestrati, ma anche sulle capacità di ricatto esercitate sui governati. I lavoratori non hanno forse la loro vita assicurata se le imprese godono di buona salute? Non dobbiamo stupirci se sono i primi a pretendere che l'economia funzioni secondo i parametri che certamente non hanno scelto, ma che consentono loro di mangiare e di mandare la progenie a scuola.

Del resto l’abbiamo visto anche in questa rapida carrellata che speriamo sia stata costruita in modo sufficientemente comprensibile: la socialdemocrazia deviata del dopoguerra, la svolta thatcher-reganiana e, infine, la scesa in campo di nuovi venditori di sogni sono tre operazioni-fase diversissime, ma tutte votate a mantenere un modo di produzione specifico caratterizzato da instabilità, ingiustizie e foriero di catastrofi. Da notare che il livello di degrado sistemico si riflette – non certo per caso – sulla caratura dei personaggi che accompagnano le tre fasi. Se in partenza si possono registrare personaggi come Brandt, Berlinguer o Moro, e alla fine del processo altri come Trump, Orban, Grillo o Salvini, qualcosa vorrà pur dire. Tutto fila in perfetta linea con la concezione materialistica della storia. In questo quadro rivolgersi ai cittadini per metterli in guardia significa solo perdere tempo. Non si può competere con il pensiero dominante in tutte le sue varianti. E purtroppo non si riesce ad aprire un varco nemmeno presso i pensieri alternativi o antagonisti che continuano a sostenere una assurda visione prometeica dell'“uomo”.

Forse l’unica possibilità dotata di senso consiste proprio nel rivolgersi a coloro che possono essere colpiti nelle relazioni più care le quali – in genere – superano di gran lunga qualsiasi altro tipo di interesse. Da qui il motivo che giustifica il sottotitolo e l’invito ai genitori a prendere atto dei processi che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi già in forme avanzate e prossime a diventar compiute.

Cosa dovrebbero fare dunque, una genitrice e un genitore potenziali? Semplice: dovrebbero rinunciare a diventare tali, alla faccia delle necrostimolazioni dei vari inviti istituzionali a fare l'opposto. Ragioniamo un attimo. Come e cosa dobbiamo aspettarci in un prossimo futuro, diciamo venti, trenta anni? L’abbiamo visto nelle pagine precedenti. Ha senso scaraventare nella vita piccoli esseri che dovranno lottare per vivere in un clima di patologica concorrenza con ampie probabilità di venire sconfitti? E anche se qualcuno di essi “vincerà”, come potrà vivere bene in uno spazio fisico fatiscente e segnato dal rischio di crisi sanitarie ed epidemiche, in feroce concorrenza con gli altri? Ha senso venire al mondo in un quadro così minaccioso, se non si è ancora nati? In un ambiente sociale altamente degradato in cui il welfare sarà completamente dimenticato, se non mai conosciuto? Dove il rischio di guerre totali si alimenta con la corsa agli armamenti degli stati “democratici” e autocratici che, nel perseguire la psicopatologia della “difesa”, sono assolutamente identici? Del resto tra le righe che precedono vi è una tesi neanche troppo nascosta. Se l’umanità deve ritrovare un giusto posto nel mondo, uno dei suoi impegni principali consiste nell'alleggerire – e nel più breve tempo possibile – la propria presenza su questo pianeta. Ogni soggetto che nasce si porta dietro delle esigenze che dovrebbero essergli/le garantite, se siamo d’accordo che è giusto aspirare solo a una vita degna di essere vissuta e ciò comporterebbe una ulteriore pressione sulle risorse naturali (ogni nuovo nato italiano avrà bisogno di uno spazio corrispondente a 5 campi di calcio per vivere la sua vita). Perciò è comprensibile il desiderio di maternità e di paternità degli umani, ma se la filiazione ha sempre implicato la responsabilità, mai come in questo momento essa diventa indispensabile. Chi vuol procreare deve sapere che questo è il momento meno adatto della storia umana. Del resto esiste un’infanzia abbandonata, violentata, massacrata e dimenticata da “nobilissime” istituzioni pubbliche. Distribuire solidarietà e amore in quella direzione può significare dare rimedio a stati di abbandono intollerabili.

E coloro che i figli li hanno già? Un bel problema. Mettiamola così: possono trovare l’occasione per comprendere che gli scenari del prossimo futuro impongono un grandissimo sforzo collettivo per immaginare e realizzare, il più rapidamente possibile, quel nuovo rapporto che deve essere ricostruito dall’essere umano con il mondo. Un nuovo diritto che ridefinisca il concetto di (non)proprietà, una nuova politica finalizzata alla costruzione di una società solidale, una nuova economia che ponga paletti insuperabili al fine di sviluppare bisogni compatibili con le risorse ormai pericolosamente ridotte, una nuova pluralità di culture diffuse e ricche dei meravigliosi stimoli che la nostra specie sa generare, una nuova solidarietà estesa senza eccezioni alla comunità biotica, una nuova tecnologia dolce e ben orientata, la soppressione della ricchezza, che, persa la spinta propulsiva di un tempo, è ormai soltanto segno e causa della sofferenza dei più. C’è molto da fare se si vuole che i figli e le figlie – e non le spesso citate “future generazioni” che proiettano il nostro pensiero in tempi tanto lontani da non produrre in noi alcun moto interiore – possano vivere la loro vita con soddisfazione e in amicizia con il prossimo in una società solidaristica.

Ma tutto questo presuppone due condizioni. La prima è la cancellazione di una élite mondiale che o per ignoranza, o per volontà ha portato all’attuale vicolo cieco. Occorre cancellare dalla politica chi, giocando a monopoli, spinge l’umanità nel baratro. Nessun rispetto (politico) per i liberali mascherati da socialisti, per i conservatori, per i populisti. Una vera tempesta dovrebbe fare la definitiva pulizia di questo sedimento della Storia. È facile. Non siamo in democrazia? Qual è il problema?

Il problema nasce piuttosto con la seconda condizione: occorre sapere cosa fare, come farlo e farlo al più presto, per mezzo di rinnovate istituzioni politiche e sociali agenti in una democrazia finalmente autentica. Purtroppo il tempo scarseggia e la soluzione richiede un impegno disumano. Forza, genitrici e genitori! Riconvertitevi di nuovo in cittadini del mondo. Riappropriatevi della politica e muovetevi nel segno del motto internazionalista: “la salvezza dei miei figli e legata alla salvezza di tutte le figlie e di tutti i figli della Terra”. E, naturalmente, della comunità biotica di cui tutti facciamo parte. Ma fate presto, fate presto! Il tempo è quasi scaduto…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Appendice

 

Sulla illegittimità della “ricchezza”

Immaginiamo che le risorse materiali (flussi) generate in un anno dal pianeta siano Qt e che gli individui umani siano N. In questo sistema ipotizziamo che i bisogni minimi necessari per soddisfare le esigenze primarie di un soggetto siano Q'. Se il rapporto tra Qt e N è (molto) maggiore di Q', le teorie giustificazioniste dell'accaparramento di risorse (accumulazione di ricchezza) Qr da parte di una élite proprietaria di numerosità Z funzionano all'interno dell'ideologia dell'élite stessa. In particolare si ha che:

se Qt / N >> Q' allora Qr = Qt NQ'

La classe dei ricchi Z = (A + B + C + …) si spartirà Qr nel modo seguente:

Qr = QA + QB + QC...

Tuttavia oggi è acquisito il superamento del flusso delle risorse terrestri di una quantità variabile tra il 40 e il 50% (cosicché la specie attinge allo stock) e la popolazione umana è in continuo aumento. Poi la prospettiva della perdita di spazi bioriproduttivi è consolidata. Inoltre, per universale ammissione, Q' non comprende soltanto il cibo, ma educazione, salute fisica e mentale, riparo dagli agenti aggressivi del corpo, ecc. Infine l'evidenza di nuovi fattori di rischio collettivi induce a immaginare l'esigenza di riserve di risorse da impiegare in caso di catastrofi locali. L'insieme di queste condizioni prefigura la nuova condizione in cui si ha (o si avrà entro una brevissima prospettiva):

Qt / N < Q'

ne consegue che Qr non può sussistere in quanto non Qt non garantisce più il prodotto NQ'. Già oggi, in assenza di politiche ridistributive radicali, la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo mostra tutta la sua vergognosa ipocrisia e, in assenza di misure adeguate da parte degli stati nazionali, tanto varrebbe che venisse dichiarata decaduta.

Il discorso, s'è visto, riguarda i flussi e non gli stock. Tuttavia la gravità della situazione dovrebbe imporre un riesame storico-critico e quindi politico delle modalità con cui si sono formati gli stessi stock di immane ricchezza appartenenti a soggetti privati. Da questa analisi dovrebbero poi discendere politiche conseguenti.

 

 

Bibliografia minima

--- S. Best, Liberazione totale, Ortica, 2017

--- M. Filippi, F. Trasatti, Crimini in tempo di pace, eléuthera, 2013

--- M. Maurizi, Al di là della natura, Novalogos, 2011

--- J. Mason, Un mondo sbagliato, Sonda, 2007

--- A. Sottofattori, Il cannocchiale di Galileo, 2014,

      (in www.criticadelleteologieeconomiche.net)

 

 

 

 



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