Aldo Sottofattori

Alice? È nel Paese delle meraviglie

 

E anche sul più alto trono del mondo non siamo che seduti sul nostro culo
Michel de Montaigne (1)



Le visioni vecchie e quella nuova

Capita che sempre più persone si avvicinino a quella grande e nuova idea che è l’antispecismo, sospinti da un’inattesa scoperta: la sofferenza animale, l’atto violento a cui sottoponiamo gli altri terrestri che, come noi, avrebbero il diritto di vivere in pace su questo pianeta. In molti, questa sorprendente rivelazione – non è forse sorprendente accorgersi all’improvviso di qualcosa pur avendola avuta sotto gli occhi per tutta una vita? – si coniuga con una riflessione che si spinge fino a rivedere l’umanità sotto un’altra ottica. Quando ciò accade è come se si strappasse un velo e la natura dell’umano si mostrasse inaspettatamente diversa. Come se il rinato osservasse i suoi conspecifici da un luogo lontano, rilevandone impreviste sembianze segrete. Il nuovo osservatore non soltanto assegna alla questione animale l’importanza dovuta, ma, come si stupisce di non aver saputo pensare alla brutalità dei macelli, della vivisezione, della caccia, prima che qualcuno gli aprisse gli occhi, così si sorprende di non essere riuscito in precedenza a vedere l’umanità nella sua intima essenza. La ragione è semplice: anch’egli è fatto della stessa sostanza della sua specie e, per vederla dall’esterno, ha dovuto realizzare al suo interno la più grande delle rivoluzioni. Le pagine che seguono lasceranno in disparte l’aspetto peculiare che tanto occupa la riflessione antispecista, cioè la questione animale in senso stretto, per tentare di mettere a fuoco l’immagine di quella specie di animale costituita dall’umanità. Si potrà constatare come l’antispecismo permetta di esaminare l’umanità come essa stessa non riesce a vedersi. Soprattutto si mostrerà come essa non riesca a scorgere il vero nodo che ancora impedisce di uscire da quella condizione che, forse un giorno, sarà chiamata preistoria.

 

Il limite dell’umano

Qual è il primo limite umano, quello da cui originano tutti gli altri? La solitudine. L’essere umano vive se stesso come un unicum. In questo è stato ben plasmato dalle religioni monoteiste le quali gli hanno instillato la stravaganza di essere un ente fatto a immagine di Dio. Nella Genesi, in un passo inequivocabile, Dio consegna all’uomo il dominio su tutta la creazione(2). Malgrado alcune letture moderne tendano a rivalutare questo passo reinterpretandolo come un amorevole invito alla custodia e alla conservazione, piuttosto che un minaccioso atto di dominazione, resta il fatto che i libri sacri, in nome di quell’antico principio, hanno contribuito alla legittimazione e alla diffusione di un’ideologia che giustifica lo sfruttamento degli animali in varie forme: vivisezione, macellazione, caccia, attività ludiche e sagre. E anche se oggi il “nuovo olocausto” è svincolato dai dogmi della Scritture, è pur vero che esso riceve un importante sostegno da un potere religioso che possiede la chiave per accedere a miliardi di cuori. In ogni caso, una specie esercita un controllo assoluto sulle altre e, per principio, vieta l’autonomia ad altri esseri che invece dovrebbero disporne. Probabile, a questo punto, l’obiezione: gli altri esseri non hanno né possono disporre di libertà, considerato che questa è una prerogativa umana. Accettiamo l’obiezione, non perché la riteniamo vera, ma perché essa consiste proprio nell’oggetto del nostro discorso: l’umano vuole sentirsi solo ed è solo per sua esplicita pretesa.

Soltanto lui ha le caratteristiche che ha. E così il circolo si chiude in una misera tautologia.

La libertà non è solo preclusa alle specie a cui l’umano stesso dà la vita, essendo esse frutto di millenaria domesticazione, ma perfino a quegli esseri i quali, autonomi da milioni d’anni, si ritrovano ora a essere patrimonio di entità tiranniche e prevaricatrici. Osserviamo un mappamondo. Vedremo che lo spazio terreste è rinchiuso dentro linee astratte, i confini, che lo saturano in modo completo. Già questo è assai strano. Forse non appare tale a chi da sempre, fin dai banchi della scuola elementare, è stato abituato a vedere sulle cartine un pianeta tagliato in pezzi dai mille colori. Ma se compiamo uno sforzo di astrazione, se proviamo a resistere a quell’ordine simbolico che rende tutto un rigidissimo a priori, non apparirà strano che nemmeno un metro quadrato di questo pianeta non sia soggetto a qualche forma di giurisdizione? Come è possibile una cosa simile? Non è pazzesco? Ritorniamo al nostro mappamondo  e dirigiamo lo sguardo in certe aree asiatiche dove ancora vive la tigre. Essa non ha passaporto indiano o cinese, non è cittadina di quegli stati, nondimeno il suo destino è condizionato da decisioni che sono prese da un’altra specie, quella umana: il numero, l’allocazione, i sistemi di controllo e monitoraggio, tutto dipende dalla specie dominante. Si tratta di una dipendenza diversa da quella che un cittadino ha rispetto al suo stato, dal quale è ritenuto comunque un soggetto di diritto; anche un abitante di un altro stato, benché spesso visto come straniero, come “l’altro” (con tutto ciò che è implicato in questo complesso attributo), vede comunque riconosciuti quei diritti basilari dettati dall’appartenenza al genere umano; mentre alla tigre, o al lupo o all’orso o all’aquila, nessuno si sognerebbe di riconoscere una qualche soggettività, individuandoli come l’altro, poiché per un umano l’altro è sempre un altro umano. Ciò significa, ancora una volta, che la nostra specie è sola.

C’è un ulteriore risvolto: l’umano non si percepisce nemmeno come specie. Considerarsi una specie significherebbe considerarsi parte della natura. È sicuro che gli sviluppi dell’Illuminismo e della scienza abbiano inequivocabilmente definito la natura naturale dell’umano e chiunque non creda al creazionismo sa che la nostra specie (specie, dunque) ha rami laterali e parenti assai prossimi. Sa che siamo il frutto di un lunghissimo processo evolutivo a partire da cellule primordiali.

Tuttavia, una cosa è depositare un’informazione nello spazio cognitivo, un’altra è assumerla nello spazio emozionale. Si possono portare esempi in proposito. Ogni umano sa di essere mortale, ma vive come se fosse immortale. La morte, pur rappresentando talvolta un veicolo di potente emozionalità quando colpisce altri, rimane tuttavia un fatto a noi estraneo. Infatti la propria morte viene più o meno inconsciamente rigettata perché, rappresentando un confine individualmente invalicabile, non può essere esperita. Oppure. Ogni umano sa di abitare in un granello di materia dispersa nello spazio, ma riceve la nitida sensazione che l’universo ruoti intorno a lui e alla sua dimora. Nel film Agorà (Alejandro Amenábar, Spagna-USA 2009) lo spettatore sperimenta un effetto di straniamento ascoltando voci angosciate provenire da un punto remoto del pianeta Terra mostrato come un corpo sperduto nello spazio. In simili rappresentazioni, lo spettatore ha la netta sensazione della vacuità delle cose che, qualora fosse interiorizzata, imporrebbe una profonda revisione dell’esistenza. Ma se un film aiuta a relativizzare la vita, può farlo solo per frammenti infinitesimi di tempo, frammenti troppo deboli per stabilizzarsi, e lo spettatore, uscendo dalla sala, ritornerà alla propria centralità narcisistica. In entrambe le situazioni – essere certi della propria morte o essere consapevoli di abitare in un punto insignificante dello spazio – “sapere” significa tracciare da qualche parte nel proprio encefalo un’informazione senza nessuna ricaduta sulla propria esistenza emozionale. Analogamente l’umano sa di essere un frutto della natura, ma vive senza riconoscersi come parte di essa. Ovviamente  il suo chiamarsi fuori dalla natura non dipende dal fatto di possedere una cultura estremamente complessa, quanto piuttosto dal fatto che, da un certo punto in poi, avendo iniziato a esercitare un ferreo dominio sul mondo, non è stato più in grado di accettare l’idea di esserne parte. Di essere un viaggiatore su un pianeta, insieme con tanti altri compagni di avventura: questo non riesce più a vederlo, né a sentirlo, né a viverlo.

La solitudine dell’umano possiede un riscontro – insieme ameno e penoso – nella ricerca degli extraterrestri. Se c’è qualcuno che può rimediare alla nostra solitudine, questo qualcuno si trova nello spazio. Se consideriamo la cultura popolare, si scoprirà come l’alieno sia visto come un essere diverso da noi, ma, nello stesso tempo, simile a noi. Cameron e Spielberg insegnano molto in proposito. Può avere la pelle azzurra, gli occhi di un gatto o la testa bislunga, ma è sempre immaginato in forma umanoide. Se esiste un nostro cugino nello spazio siderale, la sua forma sarà simmetrica, avrà una testa, quattro arti e una postura eretta. Questo substrato, forse archetipico, non ha inizio con la letteratura fantascientifica degli anni ’50 del secolo scorso, ma è rintracciabile anche in culture antiche che hanno ipotizzato l’esistenza di abitanti di altri mondi.

A tal proposito, significativa risulta l’osservazione di Lucrezio che, nel libro V del De rerum natura, immagina altri mondi popolati da altri uomini e da altri animali. Il filo che congiunge Lucrezio a Cameron è compiuto. Se esiste un altro mondo, questo deve prevedere l’esistenza di “uomini” e di “animali”. Gli scienziati sono più smaliziati. Sanno che, qualora esistesse un pianeta con forme di vita intelligenti, queste non avrebbero grandi possibilità di assomigliarci. Tuttavia, cadono ancora più incredibilmente nella trappola. Per gli scienziati, anche se l’alieno assomigliasse a un polipo o a un drago, esso condividerebbe con l’umano la capacità di comunicare con lui, dunque sarebbe aristotelicamente un animale razionale e, perciò, a lui affine sotto l’aspetto che conta. Ebbene, l’ossessione della comunità scientifica di scoprire civiltà extraterrestri, ossessione che comporta la costruzione di enormi radiotelescopi e gran dispendio di risorse e di tempo, tradisce la necessità di superare l’angoscia del romitaggio umano. Qualunque fosse la forma dell’extraterrestre, il successo nella comunicazione romperebbe la sua solitudine, considerando che qui sulla Terra non riesce a trovare le modalità per comunicare con le creature con cui ha condiviso milioni di anni di vicinanza fisica ed evolutiva.

L’umano è inequivocabilmente una parte del mondo. Nonostante questo, egli si vive come il tutto. Soltanto così si spiega la micidiale copertura senza residui del globo terrestre in quel viluppo di linee inesistenti se non nella testa dei suoi esecutori. Eppure la fragilità del suo essere dovrebbe apparirgli evidente. L’umano nasce da due particelle che si incontrano, e via via cresce fino a raggiungere una dimensione considerevole. Il suo sviluppo, come del resto quello degli altri esseri, è miracoloso, ma avviene in un contesto di fragilità superabile soltanto con particolari attenzioni. Eppure si stenta a riconoscerlo, così come si stenta a riconoscerne la naturale vulnerabilità. In Occidente la corporeità, e quindi la vulnerabilità (basta un nonnulla per interrompere il processo nelle sue prime fasi), è mascherata da una serie di accorgimenti diffusi a livello di massa. Si può anzi dire che in questa parte del mondo si sia originato quel sorprendente processo che consiste nella progressiva perdita del senso della corporeità. Può sembrare un’affermazione paradossale, visto che il corpo conosce la propria apoteosi proprio in Occidente. In realtà la perdita della percezione del corpo si cela proprio dietro l’attenzione nevrotica verso di esso. La palestra rende perfetti e illude che sia possibile mantenere un’eterna efficienza; la medicina fa altrettanto ipotizzando scenari di ripetute e ripetibili sostituzioni di parti; l’industria aiuta a nascondere le tracce del corpo con profumi, bagnoschiuma, lavande. Non solo: va oltre, consentendo perfino di nasconderle con prodotti che sbiancano i wc, perennemente candidi e immacolati, o che rendono i pavimenti lustri come specchi.

Non è una esperienza generalizzata né generalizzabile, naturalmente. Se un corpo è vulnerabile, inevitabilmente prima o poi cadrà, scoprendo drammaticamente la finzione vissuta fino a quel momento. Ma adesso il soggetto decaduto verrà messo in quarantena e il sistema costituito dai corpi sani sarà salvaguardato dalla rovina dell’illusione. Vale in tutti gli altrove questo processo? No, ovviamente. Il mondo è pieno di condizioni di fame e di miseria, altro che pavimenti con la cera! Occorre dire però che laddove, per condizioni storiche specifiche, si è compiuto il passaggio dalla società tradizionale alla società moderna – o dove la prima è stata fortemente condizionata dalla modernità – la trasformazione dell’umano è sempre avvenuta secondo le coordinate illustrate.

 

C’è un unico attore tra le quinte teatrali

L’umano si vive come un unicum. È come un attore in un teatro ormai sgangherato in cui tutto quanto è intorno appare come semplice oggetto: quinte, macchine di scena, addobbi. Ogni cosa che riesce a raggiungere diventa pura materia grazie alle sue manipolazioni; non fanno eccezione gli esseri che respirano, vivono, hanno sentimenti e desiderano la libertà. Egli non nota la vita che gli scorre di fianco, rivolto com’è verso se stesso. Agisce sicuro, senza porsi domande sulla liceità del suo operare, e la solitudine gli consente di autolegittimarsi: chi deve interrogare se non se stesso? In questo teatro la sala è vuota, buia e silenziosa. Non ci sono spettatori e pertanto l’umano può agire senza ambire all’approvazione o temere il biasimo. Non attende applausi né fischi. Nel passato il suo agire distruttivo è stato parzialmente bilanciato  da tendenze virtuose, sebbene anch’esse ambigue, ma col tempo queste si sono dissolte. I difetti della sua natura enigmatica si sono esaltati nella società materiale che funziona secondo la legge della produzione di denaro a mezzo di denaro, cosicché ora l’attore si è affrancato dall’autocontrollo e si è scatenato in un furore distruttivo. Certamente, come rilevato in Dichiarazione di guerra, la condizione di solitudine in cui è immerso l’umano, non lo priva di una angoscia profonda. Pare che

[…] la sofferenza da cui nasce il bisogno di potere sia causata da una profonda crisi esistenziale dell’essere umano, qualcosa che non è mai stato risolto, fin dall’inizio della storia. Gli umani non si sono mai sentiti a casa loro su questo pianeta(3).

Parole quanto mai giuste. Nessuno, a casa propria, metterebbe tutto a soqquadro. La civiltà, fino ad oggi, ha avuto soltanto uno scopo: quello di coprire, con l’ideologia che vela appena di poco l’alienazione, il suo profondo disprezzo verso la vita. L’umano distrugge la fonte della sua stessa esistenza, cioè il mondo vegetale, e completa il suo furore annientando esseri che l’evoluzione ha reso simili a lui, con occhi, cervello, sentimenti, passioni. Ma perché non dovrebbe distruggere altri esseri, se non ha remore verso se stesso e la propria casa? Forse non fa guerre? Non affama i suoi simili? Esita forse a sfruttarli fino alla morte? Perché? Perché nel corso dei millenni la hybris ha cessato di essere una figura della tragedia greca e si è introdotta nel processo stesso dello sviluppo umano, indossando la maschera del progresso e della razionalità.

Nonostante sia in netto declino, la parola “progresso” (che presuppone la costruzione dell’avventura umana sulla base della razionalità) continua a essere ritenuta ancora la cifra dell’umanità. Le difficoltà momentanee legate a crisi economiche o a tensioni politiche vengono sempre ritenute superabili, almeno in prospettiva. Purtroppo, a dispetto della tesi di una progressiva razionalizzazione del mondo, la storia umana sta affondando nelle sabbie mobili di una forza oscura tanto minacciosa quanto indecifrabile e aggravata da due ingredienti che governano la modernità: la tecnica e il capitalismo.

La scienza e la tecnica hanno acquistato vita propria e procedono inesauste verso la propria dissoluzione, incapaci di riflettere su se stesse, concentrate come sono nell’opera di continua trasformazione materiale della natura. Poi, l’accelerazione distruttiva sul mondo riceve un’ulteriore spinta dalla produzione fine a se stessa, necessaria per mantenere il ciclo di produzione di denaro a mezzo di denaro il cui fine consiste, appunto, nella fagocitazione della natura in tutte le sue componenti, a prescindere dal soddisfacimento dei bisogni umani.

Dobbiamo poi chiederci se questi elementi non siano in relazione con la  perdita della percezione della propria condizione animale. La tecnica, oltre una certa soglia, presuppone la (fallace) credenza del proprio distacco dalla natura, condizione fondamentale perché il soggetto si reputi suo controllore. Non è facile determinare dove si posizioni questa soglia, ma essa esiste. Se la costruzione di una pala garantisce ancora una certa integrazione del soggetto con la natura, la realizzazione della bomba H ha il potere di scardinare, attraverso la supremazia della tecnica, l’impressione di una dipendenza atavica. Ciò significa che deve esistere una soglia compresa tra quella e questa superando la quale si manifesta il salto di qualità. La scienza e la tecnica presuppongono quindi, ad un certo punto della loro evoluzione, un’apparente (benché ritenuta reale) separazione totale dalla natura, una capacità/credenza di vederla da fuori e quindi una fuga umana dalla condizione animale. Analogamente lo schema di produzione denaro-merce-denaro, alterando il legame tra produzione e bisogni, porta al parossismo quella oggettivazione della natura che, di riflesso, presuppone la soggettivazione nell’unicum (la forma più grave di alienazione).

L’effetto congiunto di tre fattori – l’apparato tecnico-scientifico, l’ossessione verso la produzione astratta di denaro e l’eccezionale capacità di simbolizzazione dell’encefalo umano – ha abbattuto la barriera che ha mantenuto la specie nella condizione animale per un lungo tempo. Ebbene, fino a che punto questi tre fattori possono spingersi, sempreché non abbiano superato da tempo la soglia dell’accettabile? Apparentemente il problema non ammette che una difficilissima soluzione. Già l’affermazione di partenza – il superamento della soglia – potrà essere messa in dubbio o, addirittura, rifiutata in modo esplicito.

Ci sarà chi rivendicherà la crescita incondizionata, chi la crescita condizionata; e poi la crescita tecnico-scientifica, la crescita dei consumi, la crescita dei profitti, la crescita della popolazione, la crescita dell’istruzione, la crescita del riguardo per l’ambiente, la crescita della giustizia e tante altre crescite variamente definite e immaginate. Se tutte queste aspirazioni si trovassero ad agire concordemente in un’unica direzione, il dibattito tra i vari soggetti sociali non sarebbe problematico. Invece la realtà pone scenari più complessi, cosicché l’operatore in un settore si troverà in concorrenza con buona parte degli altri.

Apparentemente la società democratica è un ambiente razionale. Le questioni, infatti, vengono sottoposte sempre a una qualche forma di dibattito. Ma le conclusioni non sono mai effetto delle discussioni. Nonostante le pretese dei teorici della democrazia deliberativa, si assiste sempre a una ricaduta nel gioco paralizzante dei veti, della contestazione dei dati, delle interpretazioni, ossia in quella serie di ostacoli linguistici che nascondono gli interessi di parte, spostando la comunicazione entro una fittizia sfera di razionalità. Cosicché le decisioni vengono sempre prese sulla base della forza che un soggetto (istituzionale) possiede per imporre la propria volontà. È la forza il vero artefice del fare nella  società democratica, non altro. La forza, la cui funzione primaria consiste nella stabilizzazione dei rapporti sociali sotto il segno del potere. Poiché la forza è una risorsa distribuita in modo ineguale, ne conseguirà una distribuzione diseguale del soddisfacimento degli interessi.

Occorre segnalare però che il tema della nostra discussione non mira tanto a individuare gli interessi deboli né quelli forti, quanto piuttosto quelli giusti. Ora, spingersi in un coacervo di argomenti generici significherebbe aumentare la confusione. Le proposizioni del dibattito sociale assomigliano, infatti, ai percorsi di tante formiche su un albero che possiede migliaia di rami e rametti con infinite propaggini e diramazioni in tutte le direzioni. Anche se, per assurdo, tutti i soggetti subordinassero il proprio interesse al bene comune, si troverebbero in colossali difficoltà a causa dell’obiettiva complessità di una realtà sociale estremamente ramificata. Non rimane che compiere un percorso a ritroso fino a giungere al punto in cui la complessità della realtà improvvisamente si riduce.

Per rimanere nella metafora dell’albero, è necessario tornare al tronco, ossia alla linearità essenziale dei concetti fondativi. Da lì in poi si potrà risalire e solo allora proporre una potatura generalizzata. A quel punto risulterà chiaro come il dichiarato perseguimento sociale del bene comune nasconda, in realtà, gli interessi più inconfessabili.



La capacità di carico, lo spazio disponibile, l’impronta ecologica

La capacità di carico (carrying capacity) è un concetto della biologia che indica quanti animali di una data specie possono essere ospitati in un certo habitat per un tempo indefinito. Se questo numero viene superato, entrano in gioco fattori in grado di riportare a una condizione di equilibrio. La biologia applica questo concetto agli animali, ad esempio al numero di cervi che un parco può “sopportare”. Siccome i biologi sono umani e gli umani non si reputano animali, ne consegue che i biologi non applicano lo stesso concetto di capacità di carico agli umani. Anche se tutti gli umani fossero biologi, nessuno di loro saprebbe dire quanti biologi potrebbe “sostenere” un determinato parco pieno di biologi. Se si chiede a qualche specialista il rendiconto dello stranissimo atteggiamento, si riceverà una risposta del tipo: «Gli umani, diversamente dagli altri animali, possono modificare l’ambiente incrementando la capacità di carico che li riguarda». Si portano vari esempi in proposito. È noto come nel ’700 la rivoluzione agricola in Olanda abbia permesso il decollo economico e demografico grazie all’incremento delle rese per ettaro di terreno. Oppure, in certe zone dell’America precolombiana c’era un abitante ogni 170 Kmq; in Italia, oggi, ci sono 170 abitanti per Kmq. Si tratta di argomenti speciosi che vorrebbero insinuare come scienza e tecnica possano superare le condizionilimite imposte dalla natura. Mettiamola così: gli animali non umani sfruttano estensivamente la capacità bioriproduttiva della natura, gli umani riescono a sfruttarla anche secondo modalità intensive. In ogni caso, anche l’uso intensivo della natura presuppone comunque un limite insuperabile che dipende anche dal livello collettivo dei consumi che una determinata comunità decide di mantenere. Le vittime del delirio di onnipotenza lo negheranno e si rifugeranno nel solito argomento: “Noi non possiamo sapere ciò che la scienza e la tecnica ci riserveranno domani”. Argomento che ha il potere di mettere in stallo la discussione. È necessaria una mossa ulteriore.

Supponiamo che sia possibile aumentare indefinitamente la produttività dei sistemi naturali per consentire l’aumento dei consumi e della popolazione. Tale meccanismo dovrà comunque considerare lo spazio disponibile per la popolazione come un dato anelastico. Per ipotesi, supponendo stabile la popolazione italiana (60 milioni in 301.000 Kmq), l’aumento dei consumi sarà condizionato dall’aumento della produttività, che le scoperte tecnico-scientifiche potranno realizzare, dei 5000 mq disponibili per abitante(4). Lo stesso dovrebbe accadere se la popolazione aumentasse lasciando immutati i consumi: di nuovo, la scienza e la tecnica dovrebbero elevare ulteriormente la produttività per sopperire alla diminuzione dello spazio pro capite. Si tralascia qui, per amore di discussione, la domanda fondamentale se tale stress del territorio porti a una minore disponibilità del territorio stesso nel ricalcolo del ciclo successivo.

Ciò su cui va focalizzata l’attenzione è il fatto che la sfida deve avvenire senza imbrogli, e cioè senza ipotizzare l’espansione territoriale al di fuori dei confini nazionali. Ciò non vuol dire che un italiano non possa mangiare una banana. Ma lo spazio esterno impiegato per produrre un bene consumato all’interno, deve essere ricompensato con uno spazio equivalente interno dedicato a un prodotto consumato all’esterno. Ciò non succede (vedremo tra poco la dimensione dello spaventoso squilibrio) e diventano evidenti le conseguenze politiche di un fatto così grave.

L’obiezione tipica della teoria economica, secondo la quale i diversi livelli di produttività e il meccanismo dei prezzi dei paesi che commerciano rendono impossibile tale scambio alla pari, lascia il tempo che trova. Se il bilancio di territorio (non dei prezzi o delle produttività) non è in equilibrio, al di là di ogni considerazione imposta dalla scienza economica liberista, resta il fatto che   quella determinata popolazione sfrutta uno spazio non suo. Tale squilibrio è l’espressione diretta di violente relazioni di dominio occultate sotto forma di relazioni economiche e commerciali.

Ora è necessario fare il terzo passaggio e comprendere il significato di “impronta ecologica” (IE). L’IE è un indice capace di esprimere il peso dei consumi umani rispetto alla natura. Poiché gli umani hanno un impatto sull’ambiente in virtù di un consumo ben più corporeo che spirituale, qualcuno ha cominciato a calcolare il terreno necessario per assorbire l’anidride carbonica prodotta dal consumo di energia, il terreno agricolo per ottenere cibo e altri beni agricoli, la quantità di pascoli da destinare all’allevamento, la superficie utile per il prelievo del legname, gli spazi edificabili, ecc. Tale calcolo può essere fatto sia a livello globale, che nazionale o locale. Una volta effettuato il calcolo relativo alle singole parti, le diverse superfici vengono ricalcolate per essere riferite a una misura comune. Alla fine disponiamo dell’“area equivalente” necessaria per produrre la biomassa e la massa inerte che una data popolazione impegna sulla base dei suoi consumi. Tale area è misurata in “ettari globali” (gha). Dividendo tale valore per la popolazione di riferimento si ha l’IE media pro capite. Alcuni organismi istituzionali al di sopra di ogni sospetto(5) hanno fatto il calcolo relativo alla popolazione mondiale e alle singole nazioni. Altri si sono cimentati nel calcolo dell’IE della propria regione o di un certo distretto (una città, una determinata regione). Il ragionamento che verrà proposto prenderà come riferimento il Bel Paese, ma la maggior parte delle assunzioni può essere estesa a qualsiasi stato occidentale.

L’IE dell’italiano medio oscilla intorno a 5 ettari pro capite(6)! Sappiamo già – lo si è visto – che dividendo il territorio nazionale per la popolazione italiana si ottiene 0,5 ettari pro capite! Può darsi che questa coppia di dati dica poco al lettore. Egli stesso può fare un piccolo esperimento proponendo a un certo numero di persone questi due semplicissimi dati. La maggioranza non capirà di che cosa si stia parlando. Tanti lo capiranno, ma non troveranno in ciò nulla di problematico. Pochi comprenderanno il problema, ma non ne rileveranno la drammaticità. Solo i saggi assumeranno questi semplici numeri con un moto di orrore. Ciò probabilmente significa che il danno che la specie produce su se stessa è ormai irreversibile. Quando una persona non si avvede di un pericolo mortale è possibile che sia giunta la sua ultima ora. Qualcosa di simile si può dire per la specie umana che potrebbe trovarsi in prossimità di un cataclisma senza  rimedio. Di fronte a questi due numeri, che riassumono il punto di fuga verso cui dovrebbero convergere infinite e complesse riflessioni (sul Pil, sul bilancio nazionale, sul welfare, sulle politiche per l’emigrazione, sulle relazioni politiche, finanziarie, fiscali, culturali, ecc.), molte incertezze dovrebbero improvvisamente sciogliersi, squarciando lo spesso velo che offusca i nostri occhi.

In realtà un bambino potrebbe comprendere la natura del problema meglio di quanto possano comprenderla i suoi genitori, i politici, o gli economisti e i ricercatori in genere; insomma coloro che disgraziatamente pensano al, e gestiscono il, suo futuro. La ragione è semplice. Il bambino, almeno finché non viene condizionato, ha una visione materialistica che l’adulto, sopraffatto dalle allucinazioni della cultura, tende a perdere. Il bambino sa che se possiede un’arancia non può farsi una spremuta con due arance. Se questa pulizia mentale venisse conservata nell’adulto, egli, posto di fronte ai dati riportati, impallidirebbe. Comprenderebbe che superare di un solo mq i 5 mila disponibili costituirebbe una condizione di grave rischio per il futuro suo, della sua progenie e della sua comunità di riferimento. Che reazione dovrebbe avere considerando che i 5 mila mq sono diventati 50 mila e che, dunque, ha acceso un pesante debito con altre popolazioni che, prima o poi, gli chiederanno conto? Ma c’è di più. Gli estensori delle tabelle dell’IE avvertono che i loro calcoli sono assolutamente sottodimensionati. Per la semplice ragione che non vengono valutati (a parte la CO2 che ha ricevuto un’attenzione particolare dati i suoi effetti sul clima) tutti i cataboliti (leggi: “rifiuti”) legati al consumo. Una quantità così mostruosa di produzione si trasforma inevitabilmente in una quantità altrettanto enorme di rifiuti che comportano degrado ambientale e perdita della capacità biotica di aree sempre più estese. Perciò, l’ambiente adibito a discarica (aria, acqua, terreno) dovrà essere sottratto dal successivo ricalcolo. L’umanità è insomma metaforicamente disposta su una zattera che si sta restringendo sempre più per via dell’erosione del mare e del danno prodotto dall’urto delle onde.

 

Il migliore dei mondi possibili

Il nostro è il migliore dei mondi possibili! È questo il Leitmotiv che viene sempre riproposto. Molte sono le parole chiave positive che lo impreziosiscono e che definiscono gli obiettivi da perseguire a tutti i costi. Il loro contrario rappresenta l’ombra sempre in agguato che tenta di spingere l’umanità nell’arretratezza e nel pauperismo; dunque, il lato oscuro da rigettare per continuare a vivere nella meraviglia. La mappa di questo universo mirabile è rappresentata da parole  come territorio, sviluppo, profitto, ricerca, occupazione, consumo, sicurezza, salute, diritto, informazione, bellezza, etica, ambiente, benessere. Tutta la nostra società è pervasa di questa insalata di termini che fluttuano ideologicamente nell’etere fino a diventare gli obiettivi del credo collettivo. Ma la perpetua invocazione di tali pilastri, che continuamente sfuggono, si dissolvono o, se perdurano, vivono per brevissimi intervalli storici, dovrebbe indurre a riflettere sul fatto che forse sono posati sulle nuvole e quindi privi di fondamento.

Che senso ha il richiamo al territorio, parola che nuovamente per molti torna a essere il segno del “sangue” e del “destino”, se il pane, l’energia e otto decimi dei consumi arrivano da luoghi lontani? E non è abietto aprire alle merci che arrivano da terre remote e chiudere ai migranti che giungono da quelle stesse lande? Il profitto, vera ossessione della cultura economica liberista, se mai ha avuto meriti, può avere ancora senso dopo che ha posto tra le sue fameliche mandibole più risorse di quante la natura possa generosamente erogare? E quella traduzione politica pseudo-morale che trasforma l’interesse privato delle imprese – il profitto – in un interesse pubblico – lo sviluppo –, fattore di benessere per tutti, ha una fondazione etica se giustifica il prelievo di colossali quantità di risorse da luoghi lontani per accrescere la potenza dei propri magnati e spingere alla disperazione i popoli così impoveriti? Intorno al torvo triumvirato “territorio, profitto e sviluppo” brilla tutta una serie di parole pretoriane. Gli scienziati invocano la libertà/possibilità della ricerca, insistendo sulla capacità della scienza di incrementare i rendimenti dei processi produttivi; ma, grazie al loro magnifico lavoro, l’IE di oggi sarà domani incrementata, così come è sempre avvenuto. I sindacalisti rivendicano occupazione, ma pretendere che la forza lavoro disponibile sia tutta impiegata (nell’attuale modello di sviluppo) comporta la saturazione degli impianti, l’aumento della potenza produttiva, e l’apertura di altri cantieri e industrie; ma ciò significa impiegare altra energia, altre materie prime, spingendo ulteriormente l’IE ben oltre gli attuali valori. I cittadini ormai si chiamano “consumatori” e la loro pretesa è quella di incrementare, o quanto meno stabilizzare, il consumo di beni a cui il capitalismo li ha assuefatti, ma il fatto che ciò possa accadere implica la stabilizzazione e l’incremento successivo dell’IE. Nel computo dell’IE ci sono anche i sistemi d’arma e si può immaginare quanto incidano sia la produzione di carri armati, navi da guerra, cannoni e aerei, sia la quantità di energia per farli funzionare, sia la sovrabbondanza di rifiuti considerando l’obsolescenza a cui tali macchine sono soggette; nella narrazione costituzionale, esse servono per garantire la sicurezza dei cittadini occidentali, ma la verità non sta nella sicurezza: lo scopo primo delle Forze Armate è quello di stabilizzare le vaste aree che alimentano i famelici interessi economici dell’Europa e del Nord America, cioè le aree economiche necessarie per proseguire l’ulteriore espansione dell’IE. Gli operatori sanitari che curano la salute del corpo e della mente della popolazione sanno benissimo che quando una specie supera la capacità di carico del territorio sorgono problemi giganteschi di salute pubblica; se poi si concentrano popolazioni e consumi su un territorio che può reggere un decimo delle une o degli altri, l’impatto sugli organismi biologici umani è assolutamente devastante; ma qualcuno ha mai sentito un operatore sanitario sollevare il problema? Il diritto, da tutti considerato lo strumento principe della giustizia, è costruito per dare forza legale alle istituzioni che sostengono l’individuo proprietario e quindi la legalità della rapina basata sull’IE. Poiché il rispetto della relazione tra i consumi della popolazione e la bioproduttività del territorio è in assoluto la condizione fondamentale da cui discende qualunque aspetto sociale, ne dovrebbe conseguire che l’autonomia dell’industria dell’informazione si impegni a garantirne la conoscenza, e invece la questione essenziale dell’IE non trova spazio alcuno in nessun luogo; si parla frequentemente di ecologia, di effetto serra, di inquinamento, di summit mondiali, ma tutto è ricondotto a una cattiva gestione di qualche soggetto istituzionale e, in ogni caso, all’inadeguato impiego delle soluzioni offerte dalla scienza.

Si potrebbe continuare ancora a recitare il rosario delle parole nobili. Il filosofo si cimenterebbe nel perseguimento dell’etica, l’artista della bellezza, il riformista del benessere, l’urbanista dell’abitabilità urbana e così via. Ci sarebbe da chiedersi quale tipo di etica possa svilupparsi in un mondo costruito scientemente per andare in disfacimento; quale bellezza possa ricercarsi in un’arte che trae ispirazione da una realtà disarmonica; quale benessere possa perseguirsi in una condizione di rapido esaurimento delle risorse; quale vivibilità possa darsi in ecomostri in decadenza come le metropoli. Non vale la pena insistere. Conviene soltanto soffermarsi ancora su un punto focale: l’ecologista e la sua parola magica, l’ambiente.

Dalla cultura dell’ambientalismo è uscito un concetto talmente semplice, talmente forte, talmente vero che costituisce la critica più potente che possa essere rivolta al modo di produzione capitalistico. Infatti il concetto di IE consente, purché unito al prisma analitico antispecista, la nascita di un soggetto idoneo a svolgere una critica totale della società antropocentrica. Si comprenderà come la cultura e la tecnica posseggano certamente senso e funzione, ma solamente all’interno della cornice che circoscrive la natura animale dell’uomo. L’IE, unita alla visione antispecista, riporta l’umano alla natura riconsegnando la cultura alla sua vera dimensione di costrutto sociale.

Ma perché l’ambientalismo non riesce a diventare una forza politica rivoluzionaria? La ragione è una sola: esso è vittima del suo specismo di fondo.

Per l’ambientalista il mondo è un teatro da tenere in ordine, ma anch’egli, guardandosi intorno, altro non vede che quinte teatrali, macchine di scena,  costumi, oggetti per le rappresentazioni. Quel fiume è diventato una latrina? Egli affermerà che quell’ambiente possiede elementi degni di essere riqualificati; potenzialmente (se la politica facesse le scelte giuste) quell’habitat da problema potrebbe diventare una risorsa. Risorsa! Dunque oggetto disponibile per quella specie che possiede il diritto/dovere di colonizzare ogni angolo del mondo in virtù della sua solitudine. Per questo l’assorbimento dentro una cultura intrisa di specismo non consente all’ambientalista di presentarsi come soggetto di cambiamento. Egli è un umano ancora troppo umano, e come tale, viziato dalla cultura antropocentrica, de-corporeizzato, pura essenza, ponte tra l’animale e Dio (o, in ogni caso, tra l’animale e lo Spirito). Non riconosce le ragioni degli altri terrestri con piume o pelo o squame; è fiducioso nelle virtù taumaturgiche della scienza e della tecnica; è invadente, totalitario, onnipervasivo. Quel fiume, riportato alla normalità, dovrà accontentare le sue esigenze psicologiche, salutistiche, estetiche. Quindi solleciterà l’attenzione al problema di volta in volta emergente, magari con molta forza invocherà l’azione immediata perché il tempo stringe, ma ogni elemento programmatico da lui proposto dovrà essere compatibile con la centralità della collocazione umana nel mondo.

 

Infine, Alice giunge nel Paese delle meraviglie…

Appena apre gli occhi Alice non fa a tempo a vedere un mondo normale. Un breve canale la conduce direttamente dalla pancia della mamma nel Paese delle meraviglie. Già, perché la società le parlerà di “Bene”, di “Giusto”, di “Bello”. Forse non in assoluto, ma certo a un livello soddisfacente e comunque dichiarato “insuperabile”. Il suo arrivo nel mondo verrà salutato con un cordiale: “Benvenuta nel migliore dei mondi possibili”. Appena avrà acquisito le prime capacità di ragionamento, prima ancora che possa maturare eventuali dubbi, le si pareranno innanzi personaggi pazzi, arroganti, infidi e violenti con i loro vassoi pieni di assurdità e l’inviteranno a servirsi senza complimenti affinché poco a poco si trasformi, anche lei, in un personaggio di quel mondo. Difficilmente, non avendo conosciuto altri ambienti, potrà avere la sensazione di essere in un luogo di cappellai matti, personaggi strani, guerrieri violenti e governanti paranoici; e non potrà comprendere di essere venuta alla luce in un universo di mostri e di chimere. Un mondo che non ha una base reale di esistenza perché costruito su sogni e immaginazioni e quindi destinato presto a scomparire. Difficilmente potrà vedere, dietro l’ampio sorriso rassicurante dei vari personaggi che animano questo mondo pervertito, il ghigno osceno di una civiltà mortifera. Difficilmente potrà immaginare che la grande maggioranza di quelle persone che parlano dal tubo catodico, dagli scranni della politica, dalle cattedre universitarie, dai campi militari, dalle cliniche, dai tribunali, dai media, dalle imprese, stia preparando il più devastante cataclisma finalizzato all’annientamento del suo futuro.

Per lei e per le altre bambine e gli altri bambini esiste solo una speranza, poiché dall’incubo in cui vivono non possono svegliarsi, come capitò a un’altra Alice.

Occorre che finalmente l’antispecismo si affermi prima della conflagrazione finale. Occorre che lo specismo, causa essenziale dei mali della specie umana e catastrofico risvolto per la natura tutta, generi dialetticamente la sua antitesi.

Occorre che l’antispecismo si sviluppi e si rinforzi fino a diventare Zeitgeist.

Allora gli umani potranno finalmente capire che non sono né figli di dio, né il vertice dell’evoluzione della natura, ma semplicemente gli usurpatori della vita di questo pianeta. E insieme scopriranno che le condizioni alle quali possono aspirare non sono quelle che hanno sempre immaginato, ma quelle che il loro presupposto naturale consente nel rispetto delle relazioni complessive con gli altri esseri viventi. Solo allora comprenderanno che queste condizioni saranno di gran lunga più soddisfacenti di quelle che hanno scelto di vivere per secoli e millenni.

Ma l’antispecismo si affermerà soltanto se saprà essere convincente proponendo sul piano della politica – una rivoluzionaria politica di rinnovamento – un modello globale, dapprima intuito per negazione dell’esistente e successivamente costruito sulla base di fondamenti finalmente razionali e relazionali.

 

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Note

1 L’esergo è tratto da Michel de Montaigne, Saggi, III, 13, trad. it. di F. Garavini, Adelphi, Milano 1992, p. 1497.

2 Genesi 1, 26-28: «E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”».

3 Screaming Wolf, Dichiarazione di Guerra, Nuova Etica, Torino 2003, p. 43.

4 In realtà non dovrebbe essere considerata una superficie pro capite di 5000 mq, bensì quella potenzialmente utile per capacità produttiva globale/pc – la biocapacità – che si ottiene attraverso calcoli elaborati comprendenti in parte anche superfici marine. Tuttavia la necessità di mantenere la discussione su un terreno semplificato consiglia di fare riferimento a un fattore più elementare – la superficie disponibile, appunto – comunque strettamente collegato a quello della biocapacità.

5 Il concetto di impronta ecologica è stato ideato e diffuso nel 1996 da William Rees e Mathis Wackernagel. Tale concetto è stato ripreso e successivamente adottato dal WWF che provvede periodicamente ad aggiornane il valore “globale” e i valori relativi ai vari stati del pianeta.

6 Il dato è tratto dall’edizione 2010 del Living Planet Report del WWF.
Cfr. http://www.wwf.it/UserFiles/File/News%20Dossier%20Appti/DOSSIER/Sostenibilit/LPR_2010_BASSA_def.pdf, p.18.



(Articolo pubblicato su Liberazioni n° 5, estate 2011)



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