Il valore aggiunto dell’evoluzione

Zoécomunismo, di Aldo Sottofattori, è un’opera complessa e costruita con argomentazioni accurate. Non è possibile sintetizzarla in un breve commento, che ha soltanto il valore di una reazione immediata a una lettura coinvolgente da cui ho ricavato alcune domande.

Che cosa significa zoécomunismo? A p. 236 si trova una definizione chiara: «Lo zoécomunismo, la società (umana) dei Terrestri (umani) che trova conciliazione con gli altri Terrestri (non umani)», questo è il primo cardine della trattazione, un altro è che lo zoécomunismo «può manifestarsi soltanto in una società in equilibrio dinamico», dunque non è una società statica, e «perciò aperta a rotture imprevedibili non attribuibili all’azione dei Terrestri. La natura è perennemente in evoluzione e, secondo la tesi che ormai conosciamo, gli animali umani non possono frenarne il movimento imprevedibile: possono solo tentare di ridurre il degrado derivante dalle loro costose azioni». L’accettazione dell’imprevedibilità e dell’inarrestabilità degli eventi naturali da coniugare con la responsabilità degli umani è il terzo cardine.

Se ho capito bene, gli umani, per aumentare le probabilità di mantenersi in uno stato di equilibrio e sopravvivere, devono avere la capacità di adattarsi alle continue variazioni indipendenti del sistema natura, badando, però, a non ostacolarne i processi con consumi eccessivi delle risorse e con devastazioni. Quali sono gli eccessi possibili? I viventi non umani non adottano comportamenti scorretti. Essi occupano lo spazio di vita che sono in grado di difendere e, nella competizione per la sopravvivenza, gli individui che, con i mezzi naturali, non sono in grado di alimentarsi e di prolificare lasciano il campo a quelli più capaci. Tra gli umani, piccoli gruppi isolati adottano comportamenti simili. I grandi colpevoli di eccessi sono, invece, gli umani che, in modo diretto o indiretto, agiscono senza limiti per edificare la civiltà in cui viviamo. Tutti gli attacchi compiuti presentano una radice comune: la discriminazione, che è radicale tra umani e non umani e più contenuta tra gli umani. Questo principio ha sancito il diritto all’occupazione, alla rapina, all’espropriazione e allo sterminio da parte del più forte. Questo scenario è analizzato in modo ampio e approfondito nella prima parte (Libro primo – ripensare il passato) e nella seconda parte (Libro secondo – interpretare il presente) dell’opera di Sottofattori, fornendo elementi utili per promuovere azioni capaci di arginare, ridurre e fermare le azioni dannose e recuperare i danni prodotti.

La discriminazione, che ci ossessiona con la forza del dogma, si può superare? Secondo l’Autore, è possibile riuscirvi con il sostegno di ferree leggi che impongano l’eguaglianza fondata sul rispetto e impediscano interferenze con la dinamica evolutiva della natura. Eguaglianza fra gli umani, innanzitutto, ma anche tra umani e non umani. Umani e non umani devono condividere lo stesso spazio di vita nel sistema natura instabile e imprevedibile ma capace di resilienza. Infatti, continua l’Autore a p. 236: «“per società umana in equilibrio dinamico” si intenderà uno spazio antropico le cui influenze sulle trasformazioni ambientali siano compiute fino al punto da rendersi praticamente prive di effetti sia sulla speciazione, che sull’estinzione delle altre specie eterotrofe e autotrofe». In questa società, i grandi protagonisti sono la natura, gli umani e i non umani, mentre i cardini della vita sono l’evoluzione naturale, imprevedibile e inarrestabile, l’adattamento dei viventi alle variazioni del loro spazio di vita e la condivisione delle risorse senza prevaricazioni da parte degli umani contro la natura, contro le altre specie e contro sé stessi. Ancora a p. 236, l’Autore aggiunge: «La ragione di questa definizione, che certamente dovrà essere perfezionata, consiste nella riconduzione dell’umano al rapporto corretto con le altre specie e nel rispetto pressoché assoluto degli individui che le compongono».

 La visione che l’Autore delinea è chiara. Essa implica un appiattimento delle capacità umane su quelle non umane, assumendo, come massimo obiettivo, l’adattamento dinamico e responsabile ai mutevoli processi della natura, la quale diventa un contenitore di entità in assestamento continuo, piuttosto che un generatore di forme sempre più complesse. Tuttavia, mi pare una visione indifendibile perché astratta. Essa sembra fondata sulla pietà, verso le vittime umane e non umane delle nefandezze perpetrate da chi è ossessionato dal primato di homo sapiens con effetti a catena dannosi per l’intero pianeta e per il futuro di tutti, e sulla passività dell’adattamento. L’analisi dell’Autore sulle cause dello stato di degrado attuale è precisa e condivisibile, invece i rimedi proposti e la loro attuazione prospettano un’utopia inattuabile e non auspicabile perché fondata su un dogma per abbattere un altro dogma. Rispetto dell’altro e adattamento non aggressivo sono valori necessari per la vita, ma non sono sufficienti per una svolta.

  Quale può essere la ragione della devianza di gran parte degli umani? Siamo animali, è vero, ma possiamo esprimerci con la consapevolezza, la razionalità, il linguaggio strutturato, la libertà e la responsabilità. Rappresentiamo, cioè, uno stadio evolutivo che sarebbe antinaturale minimizzare, però la sua interpretazione dogmatica genera errori tali da oscurare il valore delle qualità umane distintive. La storia evolutiva osservabile nel mondo in cui viviamo ci dice che ogni entità naturale è fatta per dare tutto di sé, gli umani, però, nella loro corsa verso una società civile fondata sul dogma della supremazia hanno trascurato i valori di fondo. Nessuna forma naturale può proclamarsi come il centro del mondo e della vita, rifiutandosi di assumere il proprio posto nella rete che unisce tutte le parti. A livello fisico, chimico e biologico fino ai non umani, questi vincoli sono stati rispettati in modo rigoroso, noi umani, invece, con la forza della maggioranza, li abbiamo violati in modo devastante.

 È possibile correggere questa devianza? Non possiamo ignorare il valore aggiunto dell’evoluzione e l’evidenza che non subiamo la stessa pressione deterministica delle altre forme naturali. Il determinismo naturale ha perso potere con l’emergenza dell’umano e rientra nella nostra potenzialità l’assunzione, consapevole e libera, di responsabilità per rispettare i valori di base della natura. Questa diversità ci impone di andare oltre la nostra animalità, e non per un’illusione metafisica ma per una necessità naturale. L’intera evoluzione della natura che siamo riusciti a datare si è mossa con coerenza verso ciò che, ora su questo pianeta, è l’umano. Le spalle dei giganti – ricordate a p. 10 del testo – su cui salire per guardare in avanti sono, allora, rappresentate, innanzitutto, dall’animalità. L’animalità, quale capacità di sperimentare la materia vivente, va legittimata e non disprezzata fino a disconoscerla per farne ragione di superiorità e un alibi per lo sterminio, praticato su tutti i fronti, umano e non umano. Non possiamo apprezzare i non umani se non ci riconosciamo come animali e non consideriamo utile vivere, ​ anche, come animali. Per andare oltre l’animalità, non può servire l’isolamento in nome di una presunta qualità esclusiva dell’umano che ha il suo centro nella coscienza, ma neppure una resa incondizionata a un egualitarismo universale e sterilizzante, come propone Sottofattori in Zoécomunismo.

 In generale, è necessario usare tutta la potenzialità dei corpi, e questa prassi elementare si fonda sul rispetto della natura in tutte le sue forme. Come persone, oltre a ciò, possiamo guardare al nostro futuro con qualche speranza di successo se superiamo la cultura del sangue da versare per sacrificare, per alimentarci, per egoismo, per diletto e per violenza cieca, ma, soprattutto, se ci apriamo all’etica della responsabilità in una prospettiva evolutiva. La cultura del sangue si regge sulla prevaricazione fino alla sottomissione del più debole da parte del più forte, l’etica della responsabilità si regge, invece, sull’eguaglianza dei diritti e sulla diversità degli individui. Non è ingenuo ottimismo, poiché ciò che la breve storia umana ci dimostra è che i processi virtuosi sono sempre vincenti contro ogni distopia: il male che gli umani possono produrre è sempre troppo banale per resistere agli attacchi della ragione. Ogni potenzialità espressa dalla natura ha imposto la sua necessità di manifestarsi, e noi umani non siamo diversi da tutte le altre forme naturali. Il compito di manifestarsi secondo la propria potenzialità è implicito nella natura per come si manifesta davanti ai nostri occhi. Esso è il testimone di una staffetta ideale che le forme naturali si stanno passando dal primo istante del processo naturale generale che siamo riusciti a identificare, e noi siamo tenuti a correre la nostra frazione di corsa secondo la potenzialità che abbiamo, senza mortificarla. Per come è organizzata la natura, vi sarà sempre una specie in debito verso altre specie, ma, potendo essere consapevoli degli errori compiuti possiamo porvi rimedio, e lo stiamo facendo sempre di più e con crescente partecipazione, portando in primo piano l’etica dei comportamenti senza integralismi. Con ciò che siamo diventati capaci di fare, possiamo rendere più sicura per noi e per le altre specie la casa comune, ma non possiamo permetterci, per buonismo o per cancellare malintesi sensi di colpa, di percorrere il nostro pezzo di strada insieme con gli altri viventi rinunciando alla nostra diversità.

Per andare dove e per fare cosa? Non siamo in grado di rispondere, ma questo non ci autorizza a soffocarci. Non possiamo fermare o distorcere l’evoluzione, ma possiamo manipolare senza stregonerie alcune forme della natura e, soprattutto, elaborare i loro significati razionali per muoverci senza velleità di dominio, ma anche senza porre limiti ai nostri spazi di vita, così come abbiamo cominciato a fare, per necessità, più di centomila anni fa.


Giovanni Prestandrea (8/11/2019)



Alcune osservazioni su questo primo intervento di Giovanni Prestandrea che ringrazio per aver dato inizio all’utilizzo di questo spazio.

Per quale ragione le capacità umane dovrebbero "appiattirsi su quelle non umane"? Non è la mia posizione, che credo sia stata fraintesa. L’umano deve proseguire la sua strada nella sfera dell'evoluzione culturale ben sapendo che non deve distruggere i presupposti della riproduzione della vita (così come è approdata in questa fase dell'evoluzione naturale). Non è il leitmotiv di tutto il testo? Ben vengano dunque l’arte, la tecnologia, la scienza, che costituiscono il corredo tipico della nostra specie. E si riscopra l’arte della Politica, requisito indispensabile per rimediare i guasti fin qui prodotti proprio per mezzo di quegli strumenti che sono propri dell’umano.

Un’altra precisazione importante: Zoécomunismo non è un'idea “fondata sulla pietà” e proposta per rimediare alle “nefandezze perpetrate [sugli altri viventi non umani] da chi è ossessionato dal primato di homo sapiens”. Zoécomunismo presenta un modello ipermaterialista – dunque non basato sull’etica così come viene normalmente concepita – per la sopravvivenza della comunità biotica e dunque anche dell'essere umano. La "pietà" si scorge sullo sfondo della trattazione, tuttavia non partecipa direttamente al gioco.

Infine. È giusto osservare che “Nessuna forma naturale può proclamarsi come il centro del mondo e della vita, rifiutandosi di assumere il proprio posto nella rete che unisce tutte le parti”, e mi pare che questa sia l'idea portante di Zoécomunismo. Tuttavia il testo si rifiuta di porre la questione in termini idealistici e valoriali. Se la nostra specie deve assumere il proprio posto nel mondo, occorre precisare quale debba essere il modo in cui si inserisce nella rete del vivente senza distruggerne troppe maglie. Il che significa gettare le basi di un modello di riproduzione dell’economia della specie umana. La terza parte dello studio tenta di abbozzare un tale modello secondo passaggi che, in assenza di confutazioni di sostanza, allo stato attuale ritengo inderogabili.

a.s.


 





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