5 – Ultime considerazioni



Il quadro è fosco. Può vederlo chiunque decida di dismettere le lenti deformanti della realtà che questa civiltà perduta impone a ognuno quando giunge al mondo. E non si creda che quanto è stato descritto possa riguardare i nostri lontani discendenti. Quel tempo si sta avvicinando a grandi passi; chiunque può osservare la vicinanza della catastrofe se impara a leggerne i segni nella realtà che ci circonda. La fame sta aumentando, così come sta diminuendo la capacità della Terra di produrre cibo; e non facciamoci ingannare dalle cifre che possono dimostrare il contrario: se ciò avviene, avviene saccheggiando le riserve a scapito di un futuro che sarà sempre più segnato dalla fame. Le guerre stanno aumentando; e non facciamoci ingannare da chi dice che le guerre mondiali non avverranno mai più: la Terza grande guerra è in atto ed è frammentata, diffusa ed ha già iniziato a lambire la nostra esistenza. I diritti umani stanno scomparendo; e non facciamoci ingannare da chi sostiene che sono l’essenza dei nostri tempi: la loro garanzia richiede pace, solidarietà tra i popoli umani, e un relativo benessere: senza tutto questo si riducono a semplici enunciazioni di ipocriti mancando la base su cui possono essere fondati.

In sterminate lande dell’Africa, dell’America e dell’Asia i diritti umani non sono di casa e nessuno ne ha mai sentito parlare. I diritti al cibo, alla pace, alla salute, all’educazione possono colà essere obiettivi realistici se stanno dissolvendosi nei punti alti dello sviluppo? Guardiamo le sterminate folle delle megalopoli del Terzo mondo e chiediamoci se potranno mai essere abbattuti gli slum per costruire – non villette americane – ma semplici quartieri popolari. E chiediamoci se potranno essere create istituzioni come l’assistenza sanitaria per tutti o la pensione per gli anziani o i disabili quando vengono messe in discussione anche in Stati dove, fino a poco tempo fa, godevano di buona salute. No, tutto questo sta finendo. Prima finirà in certi luoghi, poi in altri, ma è un dato che a breve finirà per tutti. I ricchi? Un magnate ha sostenuto, con la protervia tipica dei potenti, che la lotta di classe esiste, ma che la sta facendo la classe ricca, e la sta vincendo. Sbaglia. Se vinceranno i ricchi sarà la fine del sogno dell’umanità e anche loro dovranno ritornare nella caverna della barbarie. Potranno avere una temporaneo dilazione sulle disgrazie collettive grazie alle risorse sottratte ai popoli, ma sorgeranno torme di nuovi sanculotti e anche per loro scemerà la speranza. Ma i nuovi sanculotti, saranno portatori di una nuova rivoluzione? Di una nuova speranza? Su questa domanda è necessario riflettere.

Le lotte sociali riprenderanno vigore perché niente può calmare gli spiriti ai quali sono state fatte esaltanti promesse se queste, alla fine, si riducono al loro perfetto contrario. In parte, le lotte si stanno già svolgendo sotto i nostri occhi, sia pure in modo intermittente. Il pensiero va a Seattle, a Genova, agli indignados, al movimento dei 99%. Ma poco a poco si registrerà inevitabilmente anche una escalation verso forme di protesta più energiche e muscolari. Le lotte per il lavoro, per un salario minimo di cittadinanza, per un ambiente pulito, per la casa, per la pace, contro le discariche o contro l’industrializzazione selvaggia in parte agiranno ognuna per conto proprio, in parte si fonderanno, ma l’attuale confusione che anima questi movimenti non li aiuterà certo a organizzare politiche adeguate. È indubbio che la mancanza di un soggetto politico che sappia raccogliere e convogliare tutte queste istanze non favorisce la prospettiva. Ma anche emergesse, il destino di queste battaglie sarebbe destinato ad aumentare il disordine mondiale e locale e, quindi, ad accelerare la comune rovina delle classi in lotta. Il motivo è semplice: questo movimento “globalista” rimarrebbe comunque schiavo della sua visione antropocentrica.

Prendiamo ad esempio una delle lotte fondamentali che nel prossimo futuro acquisterà massimo rilievo: la lotta per il lavoro. Sappiamo che senza lavoro l’essere umano si abbruttisce o si deprime (anche se, in questa società, il lavoro, in genere, abbruttisce e deprime). Giustamente l’animale umano privato delle risorse di sussistenza chiederà un’attività qualsiasi. Chi invece ne disporrà, avvertirà il comprensibile timore di perderla. Ma l’uno e l’altro non si chiederanno se la produzione possiede utilità sociale; se è compatibile con l’ambiente e con la salute pubblica e quella dei loro figli; se i prodotti del lavoro sono costruiti per durare. Vorranno lavorare per poter disporre di una vita degna per loro e quella della propria famiglia. Si può dar loro torto? E allora saranno disposti a ignorare le politiche sull’ambiente; non penseranno se la produzione tratta di lavatrici o di sistemi di puntamento di missili; e sul ciclo di durata dei prodotti concorderanno con il datore di lavoro che deve essere più rapido possibile per potersi garantire la continuità del lavoro e del salario. Perciò, i lavoratori, pur avendo interessi opposti a quelli degli imprenditori, in parte perché sotto ricatto e in parte perché privi dei riferimenti politici di classe, chineranno il capo sperando che la loro condizione continui in eterno e si prolunghi nella progenie. Ma mai vi fu speranza tanto mal riposta. Ciò che è valso localmente per il passato non varrà più per il futuro in nessun luogo. Se invece lo sguardo si volge ai gruppi più conflittuali non troverà di meglio scorgendo obiettivi come salario garantito prelevato da rendite e profitti, welfare, diritti. Richieste doverose, ma inserite ancora nella logica economicista: quel che si chiede è una redistribuzione del prodotto sociale e non un cambiamento della base assurda su cui la società si regge. Da queste forze sociali non può giungere alcun cambiamento.

Altro esempio. I movimenti cosiddetti “nimby” sono costituiti da individui contrari a grandi opere di interesse pubblico o privato, a insediamenti industriali pericolosi, a discariche o depositi di sostanze nocive quando vengono realizzate in prossimità degli ambienti da loro abitati. Le resistenze che questi individui oppongono alle scelte imposte dalle autorità hanno un ampio motivo di giustificazione. Tuttavia gli attivisti nimby scompaiono nel momento stesso in cui scompare la minaccia. Sono pochi davvero gli attivisti coerenti. Quando viene minacciato un intervento di grande impatto sul territorio le popolazioni locali si ribellano sulla base dello slogan generale «le autorità trovino una soluzione politica, ma noi, qui, questa roba non la vogliamo». Il problema consiste proprio in quel pezzo di frase che reclama una “soluzione politica” e che ormai pare essere espressione vuota. Una cosa è un inquinamento pur pesante, ma locale, quantitativamente moderato e stoccabile in una superficie non abitata scelta adeguatamente, un’altra è una società industriale che copre un Paese tappezzato di discariche, che assorbe ingenti risorse fuori dei suoi confini trasformandole in rifiuti, spesso pericolosissimi, smaltiti sul territorio. In questo caso, chiedere che la politica trovi una soluzione è come chiedere a un medico di trovare il modo di vincere la morte. Gli attivisti nimby dimostrano di essere caduti nella trappola dell’antropocentrismo che presuppone almeno una soluzione valida per ogni problema. Cosicché le élite, prime responsabili della predicazione di tale idea bislacca, si troveranno sempre più nella condizione di dover far fronte ai disordini provocati dal demone da esse evocato.

Ora si tratta di comprendere perché, di fronte al vecchio mondo in agonia, il nuovo non riesca a vedere la luce. Mencio, il sommo confuciano vissuto nel quarto secolo a.C., aveva già individuato l’essenza della questione affermando che le persone comuni, se private di mezzi, non hanno stabilità emotiva. Poi aggiungeva che senza stabilità emotiva si sarebbero corrotti, deviati dalla giusta strada e si sarebbero abbandonati a «comportamenti smodati». In altri termini Mencio attribuiva le distorsioni sociali all’incapacità o nonvolontà del potere di gestire la società secondo principi di giustizia. Nello stesso tempo affermava che il sovrano che perseguita e punisce i soggetti dopo averli messi nelle condizioni di miseria era un pessimo governatore del suo popolo. Si poteva – si chiedeva retoricamente Mencio – ritenere il sovrano ispirato da principi di umanità se incarcerava e puniva il suo popolo dopo averlo messo nelle condizioni di sbagliare? Pertanto proponeva la ricetta essenziale consistente nel dosare i mezzi di sussistenza in modo che nelle annate migliori vi fosse la giusta abbondanza, e in quelle peggiori la quantità sufficiente di beni per evitare di morire di inedia. Solo così sarebbe stato possibile orientare le persone comuni verso la bontà e creare l’armonia sociale. Sono datate queste considerazioni? Oggi si parla di “sovrano” intendendo istituzioni diverse, e quando ci si riferisce ai beni di sussistenza non si intende soltanto il cibo. Tuttavia, se andiamo oltre questi aspetti storicamente determinati, possiamo osservare la grandezza di una riflessione a sfondo materialista che ben si adatta alla modernità. Intanto il sovrano non sarà oggi l’imperatore, ma certamente non è ancora il popolo, come le costituzioni moderne vogliono fare intendere per gabbare gli ingenui. La vera democrazia è di là da venire. Ovunque. I poteri reali inducono il popolo a credere di essere i protagonisti di scelte che in realtà vengono decise altrove e semplicemente imposte. Quindi la separazione tra potere e masse perdura, anche a distanza dei 2400 anni che ci separano da Mencio. Ma soprattutto il brano evidenzia con chiarezza come la scarsità o, peggio, la mancanza dell’essenziale (quella mancanza dell’essenziale che sta investendo progressivamente la maggioranza della popolazione mondiale) comporti l'emersione di comportamenti controadattativi della specie umana. È normale il vandalismo? È normale incendiare i boschi? È normale il bullismo di strada? È normale imbottirsi di farmaci antidepressivi? È normale la perdita universale della compassione? È normale armare i bambini e mandarli in guerra? È normale il riapparire delle guerre settarie o di religione? È normale che un paese venga disgregato perché ricco di coltan? È normale brevettare i farmaci? È normale lo stoccaggio di atomiche in grado di distruggere mille volte la Terra? A ben vedere le osservazioni di Mencio tratteggiano un materialismo semplice ma obiettivo: la distorsione del rapporto tra natura umana e natura esterna genera mostri. Solo che – forse Mencio non l’ha considerato – tale distorsione non investe solo le popolazioni, ma anche i luoghi dove si annida il Potere. Cosicché effetti devastanti si propagano in ogni angolo dell’ecumene che oggi, a differenza dei tempi di Mencio, corrisponde al pianeta Terra.

Dunque, non solo l’approccio sbagliato alla natura della natura e alla natura dell’umano genera povertà e miseria, ma anche, e soprattutto, degrado antropologico, decadenza, sviluppo della microviolenza tra individui e della ostilità tra stati. Mai nella storia vi è stata, in termini quantitativi, tanta violenza come quella odierna. E tutto questo nel punto più alto della civiltà umana (a meno che non si rinunci all’“irrinunciabile” postulato che pone la civilizzazione in funzione del tempo storico)!

A questo punto possiamo ipotizzare che il destino della specie umana sia determinato dall’effetto combinato di due movimenti che accompagnano il suo percorso terrestre. Il primo movimento potrebbe essere rappresentato dalle azioni associate alla crescita dello spirito umano nel tempo, cioè quelle che prendono coscienza del Vero, del Bello, del Giusto. In altri termini, la crescita della vera civilizzazione che non può essere scambiata con lo sviluppo (pur parallelo) dell’economia mercantile. Il secondo potrebbe invece essere rappresentato dal crollo progressivo delle azioni necessarie al controllo di situazioni sociali e tecnologiche di complessità crescente nel tempo. Tale sviluppo rappresenterebbe, in definitiva, la perdita della capacità di governo della specie sul suo ambiente e su se stessa. Il secondo movimento mina le possibilità di alimentare il primo e, come abbiamo visto, può persino annientarlo definitivamente. Cancellare i suoi effetti significherebbe liberare tutto il potenziale di una specie per integrarla bene nel suo ambiente e in una relazione corretta con il resto del vivente.

Ma non possiamo illuderci: durante la nostra vita non potremo certo verificare questa ipotesi. Nelle condizioni più favorevoli, potremo soltanto vivere una realtà drammatica e gravosa perché la strada che può portare a evitare la tragedia collettiva di una specie che rischia il suicidio e, successivamente, a costruire un autentico rinascimento supererebbe di gran lunga la vita di intere generazioni. Tuttavia potrebbe essere altamente gratificante diventare soggetti attivi per riportare la speranza nel mondo e lavorare per porre fine all’antropocene che, ora dovrebbe essere chiaro, è effetto diretto dell'antropocentrismo.

Bene, eccoci alle conclusioni. Potremmo chiederci che cosa si può fare giunti a questo punto. Parafrasando Marx potremmo considerare che nessuno è in grado di fornire «ricette per l’osteria dell’avvenire». Tuttavia vi sono delle forche caudine sotto le quali l’umanità è destinata obbligatoriamente a passare, se vuole sopravvivere.

Potremmo considerare la necessità di incorporare entro la sfera della politica quanto fino a oggi è rimasto fuori. Ovvero la critica delle teologie economiche che disconoscono la naturalità della corporeità umana la quale, a sua volta, risponde a leggi biologiche e non può trascenderle. Questa operazione non sostituirebbe, né rappresenterebbe le storiche battaglie per la giustizia, la libertà e l’uguaglianza, ma le renderebbe possibili perché oggi potrebbero essere ricostruite soltanto all’interno della sua cornice. Forse la liberazione umana a cui hanno lavorato inutilmente tanti soggetti di grande spessore morale potrà realizzarsi proprio a seguito del terribile percorso che ha portato la specie al suo rischio estremo. Senza questa nuova condizione, mai nessuna forza avrebbe potuto spezzare le strutture gerarchiche e di dominio affermatesi con il neolitico che tutt’oggi perdurano.

Potremmo poi considerare la necessità immediata di portare l’overshoot day al 31 dicembre. Poiché i popoli hanno responsabilità diverse nell’appropriazione delle risorse della Terra, al posto dell’overshoot generale dovrebbero essere sostituiti adeguati calcoli territoriali. Gli umani in terra italiana dovrebbero campare con quanto offre la loro terra, quelli in terra germanica pure, e così tutti gli altri. Poiché non tutto ciò che serve è disponibile nel proprio territorio, non sarebbero esclusi scambi di beni necessari con altri paesi. Ma gli scambi non dovrebbero essere condotti secondo le leggi dell’economia che hanno portato a squilibri di ricchezze e di produttività. Ogni scambio, invece, dovrebbe essere rigorosamente condotto sulla base di equivalenti materiali (ettari globali), premessa per la realizzazione della futura economia biocentrica.

Ora, però, occorre mettere subito in guardia sull’insufficienza di questo primo passo. Infatti, consumare tutto ciò che la natura offre in un certo territorio pur senza intaccarne la capacità bioriproduttiva non è sufficiente già nel medio periodo. La popolazione si è sviluppata sulla base di una cambiale in scadenza: un sistema costruito sui combustibili fossili e sulle materie prime che necessariamente fletteranno nel tempo. Se contemporaneamente alla flessione delle risorse non rinnovabili non si diminuiscono rapidamente e ulteriormente anche i consumi, l’overshoot day locale tenderà irrimediabilmente a risalire. Si dovrebbe anche considerare che le risorse rinnovabili spesso lo sono solo apparentemente perché direttamente dipendenti da quelle non rinnovabili. Buona parte dei prodotti agricoli, quasi tutti, dipendono da questa condizione.

A questo punto apparirebbe chiaro che un terzo passaggio, il più importante, è inevitabile: poiché la riduzione prima descritta indurrebbe ad una contrazione delle condizioni di vita che diventerebbe alla fine intollerabile, parallelamente ad essa dovrebbero essere condotte politiche demografiche adeguate per dare alla vita umana quel respiro che la renda accettabile e contrastare la tendenza all’impoverimento assoluto che deriverebbe dall’adozione dei primi due passi.

Contemporaneamente dovrebbe essere avviata un’altra operazione rivoluzionaria che testimonierebbe l’avvenuta consapevolezza universale della necessità di abbandonare l’antropocentrismo. Le aree destinate alla cattura dell’anidride carbonica dovrebbero essere immediatamente liberate dalla presenza umana, restituite agli altri terrestri e affrancate dalla giurisdizione degli stati. Sarebbe soltanto un primo passo, perché il giusto rapporto tra gli animali umani e gli altri animali avverrebbe alla fine di quel processo che ripristinerebbe l’equilibrio globale. In ogni caso si tratterebbe di un atto di altissimo valore simbolico che dimostrerebbe il trapasso ad un’altra civiltà.

Possiamo chiederci se, in una situazione così caratterizzata, molte delle istituzioni politiche e materiali attuali potrebbero permanere. È evidente che in un simile stato di transizione non si possa più parlare di proprietà privata dei mezzi di produzione. L’economia costruita su tale presupposto si basa sull’espansione e sulla crescita, aspetti che dovrebbero essere banditi per coerenza con le nuove necessità. Difficilmente si potrebbe ancora accettare il concetto di ricchezza privata e anche le eventuali resistenze di chi possiede rendite di posizione, nel nuovo pauperismo imposto dalla Storia, dovrebbero essere considerate atteggiamenti criminali da punire severamente. Si aprirebbe uno stato politico d’eccezione, non c’è alcun dubbio. Basta pensare a quanti prodotti dovrebbero essere cancellati in un tempo rapidissimo, a quante fabbriche dovrebbero essere chiuse. Basta pensare all’effetto determinato dalla cancellazione della concorrenza tra marchi, visto che i prodotti ritenuti necessari dovrebbero comunque essere sottoposti a semplificazione e riduzione. Inoltre ogni cosa dovrebbe passare a un razionamento estremo. Riflettiamo su tutto questo e chiediamoci se ci potrebbe essere ancora spazio per il mercato, per l’iniziativa privata, per la pubblicità, per la pluralità di soggetti intraprendenti che costituiscono la spina dorsale del mondo attuale. Inevitabilmente si aprirebbe un’economia di transizione che assomiglierebbe a un’economia di guerra in cui, comunque, gli strumenti di annientamento, estrema espressione della follia umana, sarebbero i primi a essere distrutti. Un’economia pianificata costruita per un sapiente lavoro di “smontaggio” indolore di una civiltà impazzita. In questa cornice le nuove istituzioni repubblicane dovrebbero creare tanta consapevolezza della necessità delle misure imposte affinché diventino misure richieste dalle collettività stesse. Le politiche economiche a caratura neoclassica o neokeynesiana dovrebbero essere dimenticate per sempre; quelle cosiddette “decrescenti” (sia felici che serene) basate sull’idea stravagante della “decolonizzazione dell’immaginario” individuale e sulla buona volontà degli individui disponibili ad autoridursi i consumi, nel nuovo contesto si dissolverebbero da sole; quelle rossoverdi o quelle neomarxiste potrebbero invece rigenerarsi nel processo di ricostruzione del mondo portando contributi significativi se capaci di spogliarsi del loro naturale antropocentrismo.

La durezza della prospettiva indicata non ha nessun rapporto con le politiche di austerità che governi conservatori hanno imposto negli ultimi tempi a livello globale. Non è un nuovo processo di accumulazione, quello che dovrebbe essere avviato, bensì un riadattamento rapido alla naturalità del vivere smontando la megamacchina produttiva costruita dalla borghesia in alcuni secoli. Tale lavoro di delicatissimo riadattamento dell’umanità al mondo dovrebbe avvenire per mezzo di rigidissime forme di pianificazione per evitare ingovernabili collassi e terribili scivolamenti verso disordini sociali. Il lavoro e il reddito dovrebbero essere redistribuiti in modo radicalmente equo liberando tempo, socialità e dignità per tutti.

Questo processo si concluderebbe nel momento in cui, a livello universale, la capacità portante dell’animale umano fosse rispettata in rapporto al livello tecnologico ritenuto accettabile. Ci troveremmo di fronte a una civiltà stazionaria composta di tante culture diverse e compatibili. Solo allora l’apparato necessario per gestire lo stato d’eccezione potrebbe essere smantellato e l’umanità incominciare a respirare aria pura. La prospettiva delineata potrà indurre angoscia sia per la difficoltà dell’impresa, sia per la durezza prospettata. Occorre considerare però che la cancellazione di quanto abbiamo davanti agli occhi accadrà in ogni caso. In ogni caso! Se tale processo non sarà guidato esso comporterà tragedie infinite. Se sarà guidato, in fondo ad un doloroso ma sopportabile tunnel i nostri discendenti potrebbero rivedere la luce.

Manca ancora l’ultima domanda, questa: “quale soggetto politico potrebbe avviare una simile “Grande riorganizzazione”? Un primo ostacolo è costituito dal fatto che occorrerebbe un soggetto internazionale che agisse contemporaneamente a livello globale e a livello locale, un po’ come il vecchio movimento comunista che operava in ogni paese, legava in fraterna solidarietà i popoli, e si proponeva un nuovo ordine sociale internazionalista. Questi aspetti sarebbero indispensabili anche nelle nuove condizioni. Ma a differenza di quel vecchio ed eroico movimento internazionale, il nuovo dovrebbe cancellare ogni traccia di quell’antropocentrismo di cui il primo si è macchiato. Le pagine precedenti non avrebbero significato se venissero ignorate le poche righe che ora seguiranno.

L’antropocentrismo è una faccia della medaglia della degradazione umana. L’altra si chiama “specismo”. Così come l’umano si serve dell’antropocentrismo per separarsi dalla natura, così, attraverso lo specismo, abbassa le altre specie per ridurle a semplici oggetti di cui servirsi. Lo specismo è l’altra manifestazione del fallimento dell’essere umano che non è riuscito a comprendere come egli fosse un primum inter pares rispetto agli altri terrestri e come questa letale ignoranza lo abbia infine portato ad aprire una ferita putrescente sulla sua stessa carne. Il grande antropologo Claude LeviStrauss non è stato l’unico a comprenderlo, ma l’ha detto come meglio non si potrebbe:

È con un medesimo gesto che l’uomo ha incominciato a tracciare la frontiera dei suoi diritti prima tra sé e le altre specie viventi per poi trasferirla all’interno della stessa specie umana, separando certe categorie riconosciute come le sole veramente umane da altre, che subiscono perciò la stessa degradazione ricalcata sul modello servito per discriminare tra specie viventi umane e non umane.

In altri termini la violenza verso gli altri animali ha comportato in tempi successivi la violenza verso gli schiavi, verso le donne, verso gli stranieri, verso ogni umano che di volta in volta veniva riconosciuto come “animale”. Che ciò sia avvenuto secondo una sequenza cronologica precisa, come sembra sostenere LeviStrauss, non è importante. Ciò che invece assume assoluto rilievo è il necessario processo di liberazione umana dalle scorie dell’antropocentrismo e dello specismo. La vera liberazione deve comportare la fine di ogni rapporto di dominio all’interno della specie umana e, contemporaneamente, grazie allo sviluppo dello spirito e alle possibilità offerte dall’ingegno umano, la fine di ogni violenza volontaria e istituzionalizzata verso qualsiasi altro terrestre.

L’umano è parte della natura e soggetto alle sue contraddizioni. Ma possiede, in virtù della sua elaborazione simbolica, la capacità di sviluppare la dimensione morale e, grazie alla tecnologia, di rinunciare a quella predazione dell’altro da sé che, per vari motivi, ha condotto per un tempo interminabile. Così potrà, liberandosi, liberare anche gli altri animali, se non dalla sofferenza, almeno da quella che da sempre impartisce loro. Evitare di mangiarli e di sfruttarli, di dar loro la caccia, di trascinarli nei suoi giochi perversi, nei suoi laboratori infernali.

L’immensa ferita fisica sulla carne viva degli altri terrestri che abbiamo assogettato ad un stato permanente di terrore e dolore non può ancora rimarginarsi, e si è riflessa sulla nostra specie dominante trasformandosi in ferita morale. Il Nobel per la letteratura J. M. Coetzee in La vita degli animali afferma con profonda lucidità: «Siamo circondati da un’impresa di degradazione, crudeltà e sterminio in grado di rivaleggiare con ciò di cui è stato capace il Terzo Reich, anzi, in grado di farlo apparire poca cosa al confronto, perché la nostra è un’impresa senza fine, capace di autorigenerazione, pronta a mettere incessantemente al mondo conigli, topi, polli e bestiame con il solo obiettivo di ammazzarli». Senza alcun rimorso o complesso di colpa. Del resto tirarsi fuori dalla natura significa perdere prima la compassione verso il vivente in generale e poi verso la propria specie.

Insomma l’umanità futura dovrà rispettare gli altri terrestri nella loro assoluta autonomia o, semplicemente, non sarà l’umanità futura. Il soggetto politico che realizzasse questo avrebbe la legittimità morale per compiere la nuova e ultima rivoluzione. Nessun altro. Fuori dal criterio della liberazione animale totale, anche l’umano soccomberebbe perché la liberazione animale è connessa con la liberazione dell’umano. Perché la carne degli esseri umani è fatta della stessa pasta della carne degli altri esseri. Perché l’umano può scoprire il proprio senso di finitudine e di fragilità nella finitudine e nella fragilità dell’Altro e, finalmente, scoprire il senso più profondo dell’esistenza. Dentro ogni umano proteso a ridare speranza a se stesso e alla propria specie dovrebbero risuonare le intense e commoventi parole del naturalista Henry Beston riportate in Earthlings, il film che ogni essere umano dovrebbe vedere:

Gli [altri] animali non devono essere misurati secondo il metro umano. In un mondo più antico e più compiuto del nostro, essi si muovono finiti e completi, dotati di quell’estensione dei sensi che noi abbiamo perso o mai avuto, vivendo circondati da voci che noi non udiremo mai. Non sono fratelli. Non sono esseri inferiori. Sono altre entità, intrappolate insieme a noi nella rete della vita e del tempo, prigionieri come noi dello splendore e delle sofferenze della Terra.

Sì, la liberazione dell’umano è componente essenziale di una liberazione più generale: la liberazione animale. La prima non potrà mai avvenire se non nel seno della seconda. La seconda sarà la prova vivente dell’accadimento della prima.






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