4 – Ricostruire il puzzle!



A questo punto abbiamo tutti gli elementi per mettere insieme il puzzle. Si tratta di pochi pezzi, ma devono essere tenuti tutti nella massima considerazione e collocati nel punto giusto. Ciò che seguirà sarà una sintesi di quanto detto finora: una sintesi per mettere insieme il quadro di cui si dovrà tenere conto se si vuole aspirare a qualcosa che assomigli a un futuro.



Pezzo n°1 – Comprendere le implicazioni evolutive dell’“animale simbolico”

L’evoluzione ha dato origine ad una specie che – grazie alla sua facoltà di simbolizzazione – ha sviluppato una singolare capacità: quella di pensare il pensiero. Da questa capacità sono derivate due conseguenze.

La prima è consistita nella nascita della tecnologia. Si è avviato un processo evolutivo “culturale” che ha condotto dalle selci lavorate alle sonde spaziali. Per quanto possa apparire problematica, la tecnologia non riveste un ruolo necessariamente negativo. Inventare utensili per vivere meglio costituisce un dato, prima ancora che legittimo, semplicemente connaturato alle caratteristiche della nostra specie.

La seconda – quella fortemente negativa perché controadattativa, cioè causa della problematicità della specie rispetto all'ambiente – è consistita nell'improvvisa nascita di una percezione distorta: l’idea riflessiva a causa della quale l’umano si è visto come separato dalla natura. Questo momento è identificabile in un istante simbolico preciso anche se non possediamo una data: quello in cui l’umanità ha coniato il termine “animale”. “Animale” è una parola strategica per comprendere la distorsione avvenuta nella cultura umana. Con la nascita dell'“animale”, l’umano ha tracciato una linea che ha posto da una parte il soggetto riflettente, cioè se stesso, e dall’altra tutta la molteplicità del vivente a cui è stato attribuito quel termine. C’è più vicinanza evolutiva tra un umano e un gorilla o tra un gorilla e una drosofila? Se la prima risposta è quella ragionevole, allora non ha senso perimetrare tutto il vivente in un recinto dal quale l’umano si tira fuori. Questo atto, realmente compiuto, costituisce la macchia indelebile di tutti i monoteismi. Abbiamo visto nelle pagine iniziali come le religioni abbiano raccolto e rilanciato la follia consistente nel chiudere in un sacco tutte le specie per lasciar fuori l'essere umano. Ma quel che più appare inconcepibile è che, nonostante la rivoluzione darwiniana, nonostante le tavole chiarificatrici dei libri di zoologia, il mondo scientifico insista sull’assurda tendenza ad attribuire alla specie umana una peculiarità fuorviante: la possibilità di potersi differenziare dalla natura. Non c’è scienziato, tranne rari casi, che riesca a resistere alla tentazione; la volontà di separarci dall’animalità è una incrostazione talmente resistente e radicata nei millenni, da rendere problematica (almeno fino ad oggi) l’emancipazione autentica dell’umanità.



Pezzo n°2 – Comprendere l’effetto tragico connaturato con la nascita dell’antropocentrismo

Da quanto ora discusso deriva quella tendenza a pensare che si possa vivere sopra la natura anziché dentro la natura. Gli effetti di questa distorsione sono stati e continuano ad essere tanti ed enormi. Solo la capacità di adattamento della specie consente di non vederli, anche se essi appariranno improvvisamente quando si approssimerà il punto di non ritorno. Vivere sopra implica la reificazione della natura, vederla, immaginarla e trattarla come se fosse semplicemente un oggetto; significa trattare gli altri esseri viventi, terrestri come noi, fatti di carne come noi, capaci di gioire e di soffrire come noi, come se fossero semplici materiali da impiegare a prescindere dai loro interessi a vivere per se stessi; significa, per questa via, desensibilizzarsi progressivamente e impercettibilmente alla sofferenza del mondo e diventare noi stessi, con l’indifferenza così appresa, vettori di distruzione e annientamento; significa, perdendo la relazione tra cause ed effetti, agire senza comprendere in quale vicolo cieco la specie ha finito per cacciarsi. Questa devastante follia ha un nome: antropocentrismo!

È una sconvolgente follia che dovrebbe essere contrastata, combattuta e infine battuta! Rifiutare l’antropocentrismo non significa rifiutare le specificità umane, le sue strane e per certi versi meravigliose peculiarità e gli effetti che queste peculiarità possono generare. Significa semplicemente ricondurre la specie al suo giusto posto nel mondo. Significa ricondurla alla natura di cui è parte indissolubile almeno fino a quando, come tutte le specie, non si estinguerà. Ma fino ad allora merita di meglio di quanto non abbia potuto sopportare fino ad oggi. E perché ciò avvenga deve imparare a vivere dentro la natura. Vivere sopra la natura significa immaginare di poterne superare i limiti. Vivere dentro la natura significa prendere atto della nostra condizione animale e renderla compatibile con il resto del vivente. Vivere dentro la natura non esclude lo sviluppo della tecnologia, ma esclude realizzazioni tecnologiche che alimentano ingiustificate illusioni di potenza sovrumana e pericolose farneticazioni. E, soprattutto, vivere dentro la natura obbliga a ripensare la capacità di carico della specie animale a cui apparteniamo.



Pezzo n°3 – Ripristinare il patto con la natura

L’umano deve ripristinare il patto che le leggi biologiche impongono a qualsiasi specie. Fuori di queste leggi non è possibile risolvere i giganteschi problemi in cui l’umanità si è cacciata. Riprendiamo le funzioni euristiche discusse in precedenza. La prima è quella che definisce il numero di una certa specie di animali in un determinato habitat (la capacità di carico):

N = f (K) (1)

La seconda è quella che tecnici, politici ed economisti e il senso comune ritengono valida per gli esseri umani:

N = f (K * T) (2)

La terza è simile alla seconda e differisce soltanto per l’attribuzione di importanza alle tecnologie verdi da parte dei moderati dell’ambientalismo:

N = f (K * TV) (3)

A questo punto dovrebbe essere chiaro il motivo per il quale le funzioni (2) e (3) costituiscono un’autentica violenza condotta alla verità espressa dalla funzione (1), l’unica che abbia reale fondamento. La tecnologia – che sia verde o meno – rappresenta un’aggressione evidente alla natura, un’accelerazione della distruzione del mondo. Gli scienziati della natura, con molto fastidio, parlano di entropia come del processo che comporta l’aumento del disordine nel mondo. Poi, proprio per attenuare il sottile senso di disagio che li invade, farfugliano sul ruolo della tecnologia intesa come fattore negentropico, ossia come fattore capace di contrastare il disordine. Non si sente forse parlare di riconversione ecologica per mezzo delle tecnologie verdi? O di miglioramento dei rendimenti sulle macchine e sull’impiego dei materiali grazie a tecnologie più avanzate? Queste affermazioni sono semplicemente insensate. Le pagine precedenti dovrebbero aver cancellato ogni dubbio.

Giustamente si obietterà che comunque l’essere umano è un animale simbolico, che la realizzazione di tecnologia fa parte della sua natura, e che queste stesse pagine ne hanno ricordato il valore. E allora? E allora occorre trovare una funzione euristica che, nella sua semplicità, illustri la relazione che ripristini il patto con le leggi biologiche. Tale funzione è la seguente:

N = f (K / T[v]) (4)

e va letta così: maggiore è il livello e la diffusione di tecnologia T (che sia morbida o dura) introdotta in una certa regione terrestre, minore è la capacità di carico degli animali umani sostenibile da quell’ambiente.

La funzione, rappresentabile dal grafico (fig. 3), mostra come lo sviluppo della tecnologia T (che si relaziona in qualche modo al tempo percorso dalla civiltà umana t) comporti radicali diminuzioni della presenza di animali umani sul pianeta. Paradossalmente, negli ultimi due secoli, con lo sviluppo della tecnologia, la popolazione umana avrebbe dovuto diminuire e non aumentare.

fig. 3

Il grafico naturalmente va considerato in termini indicativi, ma si comprenderà bene che lo scopo non è quello di consegnare numeri, bensì quello di stimolare riflessioni. Non è qui possibile precisare quanta e quale tecnologia debba essere adottata e quanta popolazione possa impiegarla, ma soltanto chiarire la natura della relazione inversa tra livello tecnologico adottato e popolazione.



Pezzo n° 4 – Smantellare gli argomenti del pensiero mainstream

In effetti fino ad oggi le cose hanno seguito il pensiero dominante, ma questo è un motivo per pensare che dovrà essere sempre così? E, soprattutto, se le cose sono andate in questa direzione, a quale prezzo? E infine: la funzione qui riproposta è corretta?

N = f (K / T[v]) (4)

Le risposte a queste domande sono la chiave di volta del problema. Può darsi che la funzione (4) appaia strana, controintuitiva, assurda e sicuramente ci saranno cattivi maestri che indurranno a considerare come – a titolo d’esempio – la produzione agricola cresca con lo sviluppo di tecniche più efficienti basate su risorse meccaniche, chimiche, fisiche e biologiche evolute. Se le rese per ettaro aumentano con lo sviluppo tecnologico, parrebbe che le tesi illustrate in queste pagine siano fallaci. E invece no! Ciò accade per una specie di gioco di prestigio con il quale la modernità e le sue istituzioni politiche, economiche e culturali ingannano se stesse. La terra concede in modo spontaneo rese definite. Tali rese possono essere dilatate di molto se le coltivazioni sono sostenute con risorse aggiunte che verranno raccolte sotto forma di grano, mais, fagioli o quant’altro. Perciò, qualcosa che non appartiene alla terra (ma che pur tuttavia appartiene alla Terra) dovrà essere prodotta in qualche altro luogo per generare ciò che appare un autentico miracolo e, in questo processo, l’iniezione di carbonio costituisce la condizione necessaria. Insomma, ogni prodotto umano (e l'umano stesso...) emerge da una filiera di produzione che deve essere considerata in termini completi perché si possa determinarne l’impatto sul mondo. Solo così si comprende che a produzioni elevate corrispondono prelievi elevati e, alla lunga, insostenibili. I teorici dello sviluppo, poiché credono nell'infinita sostituibilità della materia per mezzo del potenziale alchemico della tecnologia (manca poco che si riesca a dire che da qualunque cosa si può praticamente estrarre qualsiasi cosa) sono i primi a illudersi sulla possibilità di proseguire all'infinito lo scempio sulla natura e non si rendono conto che stanno segando il ramo su cui siamo tutti seduti.

Del resto esiste la prova definitiva, quella che non ammette repliche ma soltanto il silenzio del colpevole: l’overshoot day. È il giorno in cui l’umanità ha esaurito le risorse che la Terra produce annualmente e deve incominciare ad attingere da quello stock che dovrebbe essere ben conservato come un autentico tesoro in quanto supporto indispensabile alla vita di tutti i terrestri. Questo giorno ultimamente capita entro la terza decade di agosto, ma è destinato ad anticiparsi progressivamente e la cosa presenta tinte apocalittiche.

Immaginiamo di avere un conto in banca che permette di vivere con gli interessi. Gli interessi dovrebbero essere sufficienti per le necessità di tutto l’anno. Invece spendiamo di più e dobbiamo attingere ai risparmi depositati. Con il risultato che l’anno successivo avremo meno interessi e saremo ancor più costretti a ricorrere a prelievi extra e ad assottigliare ulteriormente il capitale. Proseguendo di questo passo giunge la dissipazione del conto bancario. Pertanto, quando riacquistiamo la ragione, dovremmo fare due cose: 1) diminuire le spese in modo tale che gli interessi sul capitale restante siano sufficienti per vivere, ma anche... 2) destinare parte degli interessi per la ricostituzione del capitale. In altri termini, vivere molto peggio di quando si aveva la disponibilità piena del capitale e si è dato inizio a pratiche rovinose. Questo finché non vengano ripristinate le condizioni di partenza. Potrebbe essere un dramma cambiare abitudini di vita che implicherebbero ristrettezze dimenticate da lungo tempo, ma questa è semplicemente la condizione per sopravvivere (notare! ricompare questa parola che avevamo dimenticato!). E non stiamo parlando di un essere umano generico e del suo conto in banca, bensì dell’umanità intera e delle sue risorse vitali.

Poi dovremmo compiere un passo in più e chiederci per quale motivo una specie particolare debba sottrarre a un’infinità di altre specie terrestri la biomassa per il loro sostentamento e distruggere i loro habitat. Questa domanda, si sarà intuito, si pone in relazione stretta con l’indicatore della capacità portante. Quando si dice che il numero degli animali umani deve essere rapportato all’ambiente, bisogna intendere “in rapporto agli altri esseri viventi dell’ambiente”. Infatti, l'ambiente è il luogo delle relazioni dinamiche sorte dalla storia evolutiva e non semplice spazio vuoto che per qualche ragione mistica non deve essere colmato. Anzi, è spazio “pieno”, il luogo in cui le relazioni tra miriadi di esseri trovano il loro equilibrio definendo i limiti che ognuna delle specie deve rispettare, pena il danneggiamento dell'equilibrio, degli elementi che lo realizzano, e, in fin dei conti, di se stessa. La pressione degli altri terrestri rappresenta un fondamentale indicatore da rispettare e non da annientare. Se una specie diventa particolarmente forte e in grado di svolgere una funzione imperialista biocida, vuol dire che ha trovato il modo migliore per suicidare se stessa dopo aver fatto scempio delle altre. Se parlare di etica ha senso, essa deve, materialisticamente, rispettare il posto che la natura ha assegnato alla nostra specie nel rispetto delle altre. Una mirabile congiunzione di Vero e Giusto che avrebbe inevitabili conseguenze anche nella realizzazione del Bello.

Dunque, il massimo numero di animali umani sostenibili nell’ambiente corrisponderebbe ad una situazione priva della minima tecnologia. Se non esistesse tecnologia, l’animale umano vivrebbe come qualsiasi altro primate sulla base delle risorse spontanee della terra e il suo numero sarebbe fortemente ridotto non potendosi nemmeno paragonare all’attuale numerosità umana sul pianeta. La tecnologia ha aumentato il prelievo attingendo dallo stock delle risorse naturali e così facendo ha consentito alla specie di moltiplicarsi per cento o per mille. Ma la specie ha attinto dalla banca della natura un prelievo ormai non più sostenibile. La specie ha compiuto un percorso e, facendo questo, non ha fatto né bene, né male; era ineluttabile che nelle condizioni di ignoranza in cui viveva, dovesse accadere quanto è accaduto. Però è certo che le nostre attuali terribili difficoltà dipendono da questo processo storico che ha coinvolto la maggioranza dei popoli umani.

Ora la domanda da porsi è semplice: perché l’overshoot day cade attualmente intorno a 20 agosto (almeno per ora, in prospettiva anticiperà sempre più) e i capi di stato, i parlamenti, gli economisti, i capitalisti, i lavoratori parlano tutti di sviluppo? Riusciamo a comprendere che parlando di “sviluppo” essi scelgono una via che conduce in un vicolo cieco foriero di definitive disgrazie? Passi l’angoscia di chi è senza casa, senza lavoro, senza la prospettiva di una vita decente. Chi si trova in queste condizioni per forza di cose sarà costretto – specie in presenza della ricchezza più sfrenata – a chiedere che vengano soddisfatte le modeste esigenze di un vivere dignitoso. Ma le istituzioni che si arrogano il diritto di tracciare le vie del futuro e di gestire la polis, non riequilibrando risorse e consumi e non compiendo la necessaria operazione di orientamento pubblico per nuovi obiettivi, hanno perso non solo credibilità, ma anche la legittimità del proprio ruolo. Sono istituzioni “legali”, ma moralmente illegittime!



Pezzo n° 5 – Riconoscere la questione demografica

La funzione che riporta l’essere umano dentro la natura, e riproposta per la terza volta, apre l’importante problema della popolazione della specie Homo sapiens.

N = f (K / T[v])

La questione della popolazione è assai delicata. Essa costituisce un sorprendente tabù. Ovviamente il discorso prescinde dalle persone umane esistenti: per queste è naturale avere un’attenzione, un rispetto e una cura ben superiore a quella che oggi si dichiara in tutte le sedi, anche (e soprattutto) in quelle che trasudano di ipocrisia. Ci sono miliardi di umani che letteralmente trascinano faticosamente la loro esistenza mentre altri posseggono un assurdo superfluo (meno di 500 ricconi possiedono mezzo pianeta!), ma le istituzioni politiche non si stancano di ricordare i diritti umani pur non muovendo un dito per rendere coerenti con i fatti le loro strascicate dichiarazioni. No, il riferimento è agli individui che non esistono ancora, che non sono nemmeno stati concepiti, che potrebbero esistere tra dieci, cento o mille anni. Il pensiero che l’umanità in futuro possa essere costituita (a puro titolo d’esempio) da 400 milioni di individui produce in molti un intenso fastidio, come se l’ipotesi li toccasse nel profondo. Il mondo deve essere pieno di umani! Che si tratti del residuo biblico scolpito nell’inconscio dalla tradizione che riemerge con la visione terrifica del barbuto tonante (ricordiamo: “riempirai la terra!”), o dello sgomento che una razza non sia degnamente rappresentata, o della reazione al senso di solitudine nell’universo o di un altro motivo difficile da immaginare, anche laddove si parla del problema della popolazione, si confida comunque che vi siano ampie possibilità per una stabilizzazione accettabile intorno ai novedieci miliardi. E, naturalmente, tacciono i teorici della capacità portante, sempre pronti a intervenire quando si parla di merluzzi, cervi, elefanti.

Occorre onestamente riconoscere, però, che la questione della popolazione ha trovato un certo spazio in certi ambienti reazionari e fascisti in doppiopetto. Serge Latouche, il principale esponente della teoria della decrescita, solleva il problema nel suo libro “Per un’abbondanza frugale”. Riprendere alcuni passaggi del libro permette interessanti riflessioni. L’autore, nel tentare di mettere a punto la questione demografica, sceglie subito una posizione super partes rispetto agli «ottimisti» e ai «pessimisti». Prima passa in rassegna i pessimisti propensi alle soluzioni più drastiche e li introduce così:

Questa soluzione [quella di ridurre la popolazione N.d R.] conviene abbastanza ai grandi della Terra, in quanto non minaccia i rapporti sociali né le logiche di funzionamento del sistema. In effetti, i rari rappresentanti del padronato o dell’oligarchia conquistati dalla decrescita vedono il controllo delle nascite come la soluzione principe.

Seguono citazioni che fanno riferimento a personaggi che si nascondono malamente dietro lo scudo darwiniano reinterpretato in chiave reazionaria. Essi propongono soluzioni che fanno inorridire. Secondo uno scenario dell’ASPO (Associazione per lo studio del picco del petrolio) si prefigura una situazione in cui...

L’immigrazione è proibita. Gli immigrati clandestini sono trattati come criminali. L’aborto e l’infanticidio sono obbligatori se il feto o il neonato si rivelano fortemente handicappati. [...]. Quando per età avanzata o per incidente, un individuo diventa più un peso che un beneficio per la società, la sua vita viene arrestata in modo umano (sic!). La carcerazione si ha solo in casi rari, sostituita da posizioni corporali per reati minori e dalla pena capitale senza dolore per i reati più gravi. [...]. Gli atti di protesta violenti, come quelli perpetrati dagli attivisti per i diritti animali o dagli antiabortisti, potrebbero, in un mondo darwiniano, essere puniti con la pena capitale.

Oppure, citando un certo William Vogt...

Una guerra batteriologica su vasta scala sarebbe un mezzo efficace, se condotta energicamente, per restituire alla Terra le sue foreste e i suoi pascoli.

Si tratta di autori indipendenti pazzoidi privi della possibilità di nuocere? Non lo si creda! Essi esprimono un sentire nascosto che si annida nei recessi oscuri dell’encefalo della specie pronto a emergere al momento opportuno. Un sentire nascosto che affiora senza titubanze anche a livello di personaggi di fama.

Per conservare l’egemonia americana nel mondo e assicurare agli americani il libero accesso ai minerali dell’insieme del pianeta, è necessario contenere, o ridurre la popolazione di tredici paesi del Terzo mondo (Henry Kissinger).

Tentare la pianificazione familiare, ma se questa non funziona, lasciare morire i poveri, perché sono una minaccia ecologica. (Maurice King).

Indubbiamente si tratta di affermazioni che possano tradursi facilmente in politiche totalitarie di gestione dei corpi. Consideriamo, ad esempio, come sia l’Europa sia gli Stati Uniti ostacolino la libera circolazione dei migranti. I governanti europei trovano “inumano” che i migranti affoghino nel Mediterraneo, ma trovano perfettamente normale l’innalzamento di una barriera terrestre sul limitare dell’Africa su cui le povere popolazioni in fuga vadano a morire. Una volta lontano dagli occhi, tutto può essere accettato.

Ma ritorniamo al signor Latouche. Dopo aver citato i passi raccapriccianti, critica gli “ottimisti” passando in rassegna – con maggiore rapidità, invero – altri studi assurdi che teorizzano la possibilità da parte della Terra di ospitare 35, 90, 100 miliardi di individui. La rapidità con la quale l’autore sorvola su queste valutazioni (a differenza di quelle più circostanziate sui “pessimisti”) dimostra come le consideri degne di nessuna considerazione. Ma il signor Latouche cosa pensa in proposito?

L’autore invita a guardare il problema con relativo «ottimismo». Ammette che il pianeta non può sopportare un numero illimitato di abitanti, cita scrittori autorevoli che hanno sposato la prospettiva decrescente e che hanno posto il problema demografico, ma mette le mani avanti:

Quello che la decrescita mette in discussione è in primo luogo la logica della crescita per la crescita della produzione materiale, non l’abbondanza degli uomini. Anche se la popolazione si riducesse considerevolmente, la crescita infinita dei bisogni comporterebbe una impronta ecologica eccessiva. [...] Che sulla terra ci siano 10 milioni o 10 miliardi di abitanti – osserva giustamente Murray Bookchin – la dinamica del “marcia o crepa” dell’economia di mercato capitalistica riuscirebbe comunque a divorare l’intera biosfera. Per il momento non sono gli uomini ad essere troppo numerosi, ma le automobili. [...] Forse è opportuno dare la parola finale a uno studioso dei nostri saggi cugini bonobo: “Il problema che pone la crescita della popolazione mondiale – scrive Frans de Waal – non è tanto se riusciremo a gestire il sovraffollamento, ma se saremo corretti e giusti nella distribuzione delle risorse”. E questa la sfida della decrescita.

Bene, abbiamo tutti gli elementi per riflettere. Le citazioni dei vari Bookchin o de Waal (nonché degli altri autori citati a cui Latouche fa riferimento sposandone in pieno le tesi) sfondano una porta aperta. Certamente la civiltà capitalistica sarebbe in grado di sovvertire l’ordine del mondo e «divorare la biosfera» anche con una popolazione ridotta rispetto all’attuale; certamente la questione della giusta distribuzione delle risorse (che tra l’altro non può essere data entro la cornice del capitalismo) risulta una necessità etica che trascende la questione della numerosità della popolazione. Ma il problema è sempre il solito e richiede una pressante risposta: qualora il sistema capitalistico fosse superato e venisse costruita per la prima volta, nella storia della specie, una società basata sulla giustizia, quanti esseri umani potrebbero essere sostenuti con un livello tecnologico dato? A questa domanda si deve una risposta adeguata e questa non arriva. De Waal – che, considerando la sua attività, possiede anche una condizione privilegiata per riconoscere i danni dell’antropocentrismo – dice di non preoccuparsi del sovraffollamento, ma dovrebbe spiegare per quale motivo il sovraffollamento si può rilevare per altre specie, per esempio i suoi bonobo o gli elefanti, e non per la specie di primate cui anche lui appartiene. Perché, perché, perché? Serge Latouche scrive nei suoi libri che, se decidessimo di adottare i consumi degli abitanti del Burkina Faso, sulla Terra potrebbero trovare posto 23 miliardi di persone. Il filosofo osserva giustamente che la felicità non dipende certo dall’opulenza. Una società opulenta – trascuriamo pure gli scambi economici ineguali con gli altri popoli che la rendono tale e il fatto che non cancella la povertà al suo interno – crea meccanismi sociali che non necessariamente comportano benessere psicologico dei suoi membri, anzi; in genere, spostando il fuoco dai bisogni filogeneticamente determinati (gioco, cooperazione, senso di libertà, ricchezza relazionale, fantasia ecc.) alla mercificazione della vita in tutti i suoi aspetti, la società opulenta diventa fonte di infelicità di massa. Tuttavia, vanno fatte due considerazioni.

Proporre di vivere con i consumi del Burkina Faso significa stare ben sotto le aspirazioni dei Burkinabé (gli abitanti di quel paese) che aspirano a migliori condizioni di esistenza, ad una aspettativa di vita che superi gli attuali 50 anni, a non dover emigrare stagionalmente per poter campare. In altri termini occorre considerare che l’aspirazione umana a un discreto benessere, che non cancelli quelli prima chiamati “bisogni filogeneticamente determinati” e che non cada nella mercificazione della vita, è non soltanto naturale, ma auspicabile. In secondo luogo, che la Terra possa sopportare 23 miliardi di individui è pura fantasia. Una tale pressione sul pianeta si ritorcerebbe sugli ecosistemi portandoli all’esaurimento e in breve tempo gli umani si troverebbero a vivere in stato larvale. Di nuovo ci troviamo nella condizione tipica del pensiero antropocentrico che non rinuncia alla sua ossessione umanista. Si può osservare che Latouche avrebbe potuto dire: «Se decidessimo di vivere come gli abitanti del Burkina Faso, si potrebbe, con 79 miliardi di individui rimettere a riposo ampie aree della Terra affinché la biodiversità possa rigenerarsi». Invece no. Il lapsus involontario rilancia l’idea di una disposizione mentale finalizzata a colmare di individui umani lo spazio terrestre, addirittura ipotizzando la moltiplicazione per tre della popolazione attuale.

Osserviamo anche la strana deviazione che il discorso subisce quando si vuole richiamare la questione della capacità portante della popolazione umana: inevitabilmente il discorso cade sulla nutrizione! Ci dicono che il 25% della produzione mondiale di cibo va letteralmente buttata via. E che con quel cibo si potrebbe benissimo sfamare popoli e gruppi sociali indigenti. Ci si dimentica che l’efficienza nella distribuzione dovrebbe essere pagata con risorse aggiuntive di materia, energia, organizzazione. Pur essendo assolutamente doverosa, non sarebbe a costo zero, come la si vuol far passare. Ma a parte questo non insignificante dettaglio, secondo questi solerti funzionari di istituzioni equivoche, gli esseri umani hanno bisogno soltanto di cibo? O anche di sanità, di cultura e di educazione, di abitazioni? E dentro queste abitazioni ci devono essere solo pareti vuote o almeno parte degli aggeggi che riempiono la casa di coloro che amano straparlare? Ecco che improvvisamente la specie umana (la parte che non ci riguarda direttamente, insomma, gli altri) è ricondotta a pura specie animale in cui il cibo diventa l’unica sostanza derivabile dall’ambiente. Ma anche immaginando che gli individui possano e debbano lavorare soltanto per produrre il cibo che mangiano, la produzione alimentare per mantenere 23 miliardi di persone sarebbe quella organica (cioè quella che può essere prodotta senza l’industria chimica che le sta alle spalle)? Sono troppe le domande a cui i decrescenti non sanno dare risposta .

Allora possiamo chiederci se la pericolosa e incosciente sottovalutazione del problema demografico non offra opportunità a reazionari capaci di dare il via a violenze tali da far impallidire i drammi del '900. Il giorno in cui l’impatto umano sulla biosfera mostrerà processi distruttivi irreversibili sarà troppo tardi per ricondurre l’umanità alla ragione e l’istinto di sopravvivenza giocherà a favore della guerra di tutti contro tutti. E in tal caso si sa con certezza chi sarebbero le vittime. Pertanto, se già oggi vi sono soggetti che adombrano lo sfoltimento di gran parte dell’umanità con i gas o con la fame è evidente che il discorso intorno alla giustizia, all’equa distribuzione delle risorse, al progresso civile dovrà compiutamente, e quanto prima, trovare sbocchi politici adeguati. Ma questo disegno deve raccordarsi con le condizioni materiali che lo rendono possibile altrimenti rimane il solito blaterare idealutopistico che non trovando sbocchi, per stanchezza finisce per consegnare il collo al boia, cioè a personaggi politici che possono determinare con i loro metodi lo sfoltimento demografico per consentire al loro popolo – ma soprattutto alla loro classe – di appropriarsi delle risorse altrui. Insomma i discorsi sulla giustizia non possono prescindere dalla riconduzione della specie Homo alle leggi naturali che valgono per tutti gli altri esseri viventi. Attualizzarle nella giustizia prima che altri le sfruttino per i loro ignobili fini. Questo dovrebbe essere l’imperativo morale.

Ora, probabilmente, si comprende meglio il senso di quella frase che conviene ripetere dandole la giusta sottolineatura:

Nella storia del mondo è sopraggiunto un fatto di eccezionale rilevanza prepolitica: l’incompatibilità dello sviluppo tecnologico e della pressione demografica con le leggi della biologia, a prescindere dall’organizzazione politica della società umana.

Ciò significa che alle tradizionali battaglie per la liberazione dalle forme di dominio consistenti nella soluzione ai problemi dello sviluppo, della fame, della disoccupazione, della miseria, del degrado dei sistemi, si sovrappone una fondamentale questione inedita di rilevanza prepolitica. Significa che mantenendo il paradigma antropocentrico – che ha sempre accompagnato ogni atto di governo della polis – non esiste alcuna possibilità di risolvere nemmeno uno dei problemi strategici che oggi l’umanità si trova dinanzi. Fissiamo bene questo aggettivo, “prepolitico”, perché rappresenta il cuore del problema che si impone con la sua gigantesca implicazione. La politica, intesa come luogo di riflessione, progetto e governo non possiede gli strumenti per gestire le circostanze in cui l’umanità si è venuta a trovare. La politica, nelle sue applicazioni regionali, macroregionali o globali è priva di mezzi per risolvere i problemi che la specie stessa ha generato nel suo habitat globale, il pianeta. La politica è nuda di fronte ai problemi attuali perché qualunque decisione possa adottare, sottostà ai presupposti dell’antropocentrismo. Dunque la politica è posta fuori gioco e il rischio di scenari apocalittici è dietro l’angolo. Se cambia paradigma, se cambia pelle, se entra in una prospettiva mai pensata, allora la questione prepolitica verrebbe riassorbita entro la sfera della polis e, bene o male, gestita: l’apocalisse sarebbe almeno sostituita dal dramma. La differenza è che da questo si potrà un giorno uscire, da quella no, se non a prezzi che nessuno vorrebbe pagare.



Pezzo n° 6 – Progettare l’uscita dall’antropocentrismo

Il distacco dalla natura, la pretesa di non farne parte, di essere capaci di vivere sopra di essa ha fatto sì che le attività riproduttive dell’umano osservassero la natura come un semplice fattore della riproduzione sociale da inserire nell’attività economica. Si è creata una situazione che può essere rappresentata dallo schema sottostante.




fig. 4


La zona grigia indica il logos del mondo sociale antropocentrico in cui le proposizioni dell’economia e delle altre scienze umane hanno acquistato posizione centrale e hanno incorporato e rese suddite le proposizioni delle scienze della natura. La natura in sé, invece, la “natura materiale” è rappresentata dall’ellisse bianca. La materia, in questo mondo assurdo, diventa prigioniera del logos, del discorso dell’umano. La zona grigia è la cultura universale dell’antropocentrismo che piega la materia al suo volere. L’attività funziona fin tanto che non si scopre come il modello non rappresenti altro che il suicidio della specie umana, perché è evidente che lo schema rispecchia l’immagine della realtà che l’umano porta dentro di sé, e non la realtà stessa. Dal punto di vista degenerato dell’antropocentrismo, la natura esiste come semplice appendice della casa dell’umano: il logos. La natura non ha una natura propria. Ne consegue che una parte della natura, l’umano, ha reso cosa tutto il resto, tutto ciò che è esterno a sé. L’area grigia rappresenta anche il luogo del conflitto tra gli umani: conflitti di classe, in primo luogo, ma anche conflitti sociali di natura diversa o addirittura individuali. Ma se gli umani non trovano pace tra loro e il loro confliggere determina vincitori e vinti, dominatori e subalterni istituendo relazioni di dominio, essi, pur con responsabilità diverse, esercitano in quanto specie, una pressione insopportabile sulla natura. Tale pressione va intesa sia nei confronti degli habitat, sia nei confronti degli altri soggetti viventi che vengono incorporati nella sfera del diritto diventando così oggetti di proprietà o oggetti di nessuno (quindi di tutti).

Insomma, nello schema è condensato il fallimento della specie la quale dovrà comprendere, nel tempo più breve possibile, la necessità di invertire la sua percezione del rapporto tra economia e natura secondo lo schema della fig. 5. Il nuovo schema mette in chiara evidenza un fatto incontrovertibile: la specie umana, con le sue attività riproduttive deve occupare uno spazio all’interno del mondo e non può occuparne la totalità in quanto la sopravvivenza di ogni specie è legata alla complessità relazionale con tutte le altre entità terrestri costruitasi attraverso il cammino evolutivo della vita sul pianeta.




Fig. 5

Poiché è giunta a occupare una posizione molto vicina alla totalità è prossimo alla più terribile catastrofe della sua pur lunga esistenza. È necessaria quindi un'inversione di tendenza. Il riconoscimento di essere parte del mondo e non dominatori del mondo (ma neanche, alcuni come tentano di rimediare, amministratori del mondo poiché la natura non ha bisogno di amministratori) impone una serie di pratiche adeguate. Innanzi tutto le proposizioni dell’economia dovrebbero soggiacere alle proposizioni della natura. Il che significa che sul piano dei sistemi categoriali le scienze naturali interpretano l’economia e non viceversa. Il tratteggio del perimetro che circoscrive l’ecumene indica la problematicità della determinazione dei confini che la specie umana dovrebbe darsi. La politica, il diritto, le istituzioni riguarderebbero strettamente uno spazio specifico sulla base della capacità portante dell’habitat colonizzato. La specie umana verrebbe quindi ricondotta al suo posto nel mondo perdendo la sua centralità. Solamente in tal modo, dopo aver perduto il mondo, lo riconquisterebbe. O meglio lo riconquisterà quando, entro la colonizzazione del suo ambiente, avrà risolto anche le contraddizioni di classe che attualmente prolungano i conflitti che hanno sempre segnato la specie umana almeno dal neolitico in poi. Tra la fig. 4 e la fig. 5 quindi si stabilisce un ipotetico tempo di transizione (la vera “grande riorganizzazione”) in cui la specie, o parte di essa, lavora per risolvere le contraddizioni politiche (quelle interne alla specie) e prepolitiche (quelle esterne alla specie) che, nel momento stesso in cui vengono riconosciute diventano anch’esse politiche pur conservando una natura propria.

Ma la fig. 5 possiede la forza di indicare un’altra suggestione. Riportare la specie nel suo posto nel mondo significa concludere la fase di aggressione verso la biodiversità lasciando che le altre specie animali e vegetali compiano il loro percorso sulla base dello sviluppo dell’evoluzione. Un ambientalista disse un giorno che la biodiversità ci serve perché [noi umani] dobbiamo vivere bene, e non per l’ecologia. È difficile trovare un’affermazione più ambigua e antropocentrica di questa. Essa riporta nuovamente la natura e la realtà tutta dentro le tasche dell’umano. Si potrebbe obiettare che tale ambientalista, lo voglia o no, fa il gioco dell’ecologia, poiché se per vivere bene decide di rispettare la biodiversità, di fatto, sta bene lui e sta bene ciò che è fuori di lui. Ma a leggere bene la frase si coglierà la propensione ingegneristica a ridisegnare l’ambiente secondo schemi che riportano al dominatore o, almeno, all’amministratore, ovvero a quella posizione esterna alla realtà che ha rappresentato il fallimento del lungo processo evolutivo della storia umana. Del resto ormai apparirà chiara la banale riflessione secondo cui un pezzo di natura non può vivere sopra la natura. Può solo viverci dentro. La differenza che separa la specie umana dalle altre specie consiste esclusivamente nella possibile consapevolezza del suo ruolo, delle sue specificità, del pericolo connesso all’attività simbolica e dunque della necessità del controllo di quest’ultima. O troverà queste risorse o sarà stato meglio che non avesse mai aperto gli occhi su questo pianeta.

In definitiva la specie dell’animale umano dovrebbe riconoscersi come tale. Comprendere che ha un corpo che non è un’appendice della mente; che questo corpo è soggetto alle leggi della natura e che nessuna scienza umana potrà stravolgere questa verità; che dunque anche l’animale umano è soggetto al calcolo della capacità portante del suo habitat; che, in virtù della sua capacità simbolica e del desiderio di attenuare i morsi della natura, dopo averne manipolato una parte, deve considerare al ribasso il calcolo della capacità portante degli spazi che colonizza; infine che le sue scienze devono trovare posto soltanto entro lo spazio fisico occupato dal suo gruppo e/o dalla sua specie: economia, politica e diritto in particolare. Un effetto diretto e grandioso del suo riconoscersi come animale consisterebbe nella pacificazione con il resto del vivente, quel vivente che oggi, a causa sua, emette urla dolorosissime e silenziose, che non raggiungono le orecchie né gli occhi di una specie dominatrice, ma moralmente smarrita.







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Capitolo 5 – Ultime considerazioni



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