3 – Experimentum crucis



L’essere umano vuole vivere “sopra la natura”, e, per questa via, liberarsi delle costrizioni che hanno reso dura e sofferente la sua esistenza per quasi tutta la durata della specie “sapiens”. Chi ancora non vive questa condizione liberata la desidera, ed ha tutti i motivi per perseguirla. Dunque apparirà chiaro perché l’economia sia considerata da tutti la scienza centrale: solo un’economia sana può soddisfare i bisogni primari (cibo e protezione del corpo), secondari (ambiente sano, assistenza sanitaria, sicurezza, istruzione...) e, grazie ad essi, condurre alla realizzazione di un ambiente in cui i bisogni relazionali e bisogni culturali più astratti siano anch’essi soddisfatti. Occorre comunque notare che anche i bisogni che sembrano possedere la natura più astratta possono essere soddisfatti soltanto su una base strettamente materiale. Per raggiungere una sala da concerto occorrono mezzi di trasporto. Per ascoltare una sinfonia occorre l’auditorium con tutte le sue strutture, le risorse per il metabolismo biologico e i bisogni sociali dei concertisti e del personale del teatro, l’industria per produrre trombe e violini ecc.. Perciò senza la gestione corretta delle risorse che assicurano l’esistenza di questa specie di animale chiamato “umano”, non frana solo l’esistenza puramente materiale, ma anche tutto il resto: da Dante a Beethoven, da Eschilo a Shakespeare.

Dunque i bisogni primari e secondari e tutti quelli che seguono si realizzano per mezzo della salute del sistema economico che, come abbiamo visto può essere organizzato in vari modi. E il sistema economico, qualunque esso sia, consisterà in lavoro umano associato a risorse naturali (materiali ed energetiche). Questa è la differenza fondamentale tra l’animale umano e gli altri animali: infatti, mentre il primo ha un comportamento trasformativo tramite il lavoro, gli altri animali hanno un comportamento in cui l’aspetto trasformativo è fortemente secondario rispetto a quello prettamente consumatorio. Ora dovremo concentrarci proprio su questa differenza, giacché da questo punto in poi, la critica alle teologie economiche diventa totale e priva di sconti.



3.1 – Critica dell’interpretazione strumentale del progresso tecnico

La prima domanda che un essere razionale dovrebbe porre ai preti delle teologie economiche dovrebbe ruotare intorno alla disponibilità di materia e di energia necessaria per soddisfare le necessità della specie. Se viene a mancare ciò che deve essere trasformato, non si può trasformare nulla (pur in presenza di tutto il denaro o della forza lavoro del mondo). Eppure questa domanda così semplice, e nello stesso tempo, così critica, non metterebbe in imbarazzo nessuna delle posizioni illustrate che, per quanto diverse l’una dall’altra, sono accomunate da una profonda fiducia sulle potenzialità dell’umano, sol che adotti il giusto modello economico (che per ogni “scuola” è il proprio). Infatti, posti di fronte all’argomentazione di una progressiva carenza di risorse, gli sviluppisti di destra e di sinistra (la cui propensione, prima ancora di imbrogliare gli altri, è quella di illudere sé stessi) esibiscono quello che ritengono l’asso di briscola: il progresso tecnico. Sia i primi che i secondi sono vittime delle loro frenesie ideologiche e tra queste il progresso tecnico gioca un ruolo assolutamente centrale. Grosso modo la linea di difesa è questa. Il gorilla può mangiarsi bacche, banane e altri vegetali nella misura in cui la terra gli fornisce i beni che gli occorrono. Egli rimane dipendente dalla natura, mentre l’umano, con il progresso tecnico, è in grado di incrementare la produzione dei beni e dei servizi e di aumentare il rendimento dei fattori impiegati nella produzione. Quel che entra in gioco è ciò che in economia vien detta “teoria della crescita esogena”. Come è noto, “esogeno” vuol dire “che viene da fuori”. In effetti la conoscenza sembra avere una natura esterna rispetto ai fattori classici impiegati nella produzione come il lavoro, il capitale, le materie prime o l’energia. Quando poi la conoscenza si traduce in strumenti tecnici sempre più evoluti, sembra che davanti alla specie si spalanchino le praterie.

Secondo questa visione apologetica il fattore “esogeno” tipicamente umano – la straordinaria potenza di simbolizzazione dell’encefalo di Homo sapiens – si traduce in tecnica, penetra nella materia, si affianca al lavoro e riesce miracolosamente a moltiplicare pani e pesci e qualsiasi altra cosa secondo criteri sconosciuti agli altri primati e, maggior ragione, agli altri animali. Con questo potente strumento l’umanità sembra poter espandere la produzione di beni intermedi e finali mediante l’introduzione di tecniche e altre componenti immateriali che sono esterne, esogene appunto, rispetto alle variabili economiche classiche.

A un primo guardare sembra proprio che questa visione sia fondata. Se attraverso lo sviluppo delle conoscenze, che si traducono in miglioramenti tecnologici nell’agricoltura, nell’industria, nei servizi, i risultati sono tali che si produce “più produzione” con “meno quantità dei fattori produttivi”, ne consegue che l’umano è in grado di liberarsi per buona parte dalle costrizioni della “natura matrigna”. Varie rivoluzioni agricole hanno permesso accumulazioni di risorse che poi sono state fondamentali per compiere balzi in avanti in altri settori (ad es. il tessile) i quali, a loro volta, hanno contribuito a condurre ad un sistema industriale maturo. Del resto la società dei consumi non ha riempito le case di beni che nel passato nessun re pensava di poter disporre? Ma a guardare meglio si vede un’altra realtà. Infatti questa storia in cui qualcosa spunta dal nulla ricorda la favola di Pinocchio quando il protagonista si convince che i denari crescono sulla pianta.

Infatti se la conoscenza, tradotta in strumenti, pare possedere la miracolosa proprietà di potenziare la produzione, forse che questa arriva da Giove? La “teoria della crescita esogena”, potrà illustrare indiscutibilmente la crescita del potenziale economico di un sistema produttivo, ma non potrà certo sostenere che crei cose dal nulla. Se invento una macchina per l’estrazione del carbone che mi permette di passare da una produzione di 1000 kg al giorno ad una produzione di 2000 kg, la crescita non sarà esogena perché non arriverà da Giove. Sarà sempre endogena a dispetto del progresso tecnico che mi ha permesso di inventare una nuova macchina grazie a realizzazioni tecnicoingegneristiche. Dunque non si discute la capacità umana di travasare la sua capacità simbolica (pensiamo ad es. al ruolo della matematica nelle scienze attuali) in strumenti sempre più evoluti. Ma la traduzione in tecnologia di tali capacità conduce ad espandere il consumo del mondo naturale e non certo a ridurlo; a pretendere sempre di più dalla natura, e mai di meno. Insomma l’uso del termine “esogeno” rappresenta un lapsus psicanalitico che la dice lunga sul desiderio umano di rifuggire – di essere esterno egli stesso, altra cosa – dal mondo naturale. Non a caso l’entità esogena, possedendo carattere simbolico, è qualcosa che appartiene alla mente e non al corpo.

Quali gli effetti dello sviluppo tecnico? L’inserimento delle macchine nei processi produttivi produce espulsione di lavoratori ed è sempre stato così da quando il capitalismo funziona. Infatti, aumentando la potenza delle macchine si riduce l’importanza e la necessità dell'operaiomassa. Tuttavia gli apologeti di questo sistema hanno avuto buon gioco a sostenere che lo sviluppo creava, non solo crescita tecnologica, ma anche apertura di nuove attività produttive nelle quali la forza lavoro liberata avrebbe potuto essere ricollocata per il bene dei lavoratori e delle società (occidentali). In effetti, la storia del capitalismo, fino ad oggi, ha mostrato questi sviluppi. Ma il sistema tecnico, sotto direzione capitalistica, ha incominciato a mettere sotto stress la materia del pianeta Terra – sia la biomassa sia la materia inerte – e, se non ha ancora portato ovunque ad esaurimenti di risorse preziose, ha certamente reso miriadi di fattori naturali sempre più scarsi proprio in virtù della forsennata aggressione alla natura. Il risultato sociale più mostruoso consiste in una massa enorme di lavoratori di tutto il mondo che non può essere più ricollocata in nessuna attività perché l’occupazione è limitata da due barriere: dalle strategie di massimizzazione dei profitti delle imprese, ma soprattutto dai limiti materiali delle risorse del pianeta Terra.

Insomma, la stravaganza che alberga nel politico, nell’economico, nell’ambiente accademico e nel senso comune che attribuisce all’aumento di conoscenze tecniche la crescita di beni e servizi – e, in definitiva, del benessere collettivo – costituisce una credenza insieme vera e falsa. Vera perché fino ad oggi è stato così (sia pure con gravi problemi sociali associati); falsa perché il suo perseguimento passato sarà la causa dell’impossibilità di riproporla nel futuro. Il progresso tecnico, indipendentemente dal fatto che sia costituito da una macchina innovativa o dalla maggiore competenza delle maestranze o determinato da quella che potremmo chiamare intelligenza collettiva o intelligenza sociale – altro non è che un supplemento di aggressione al mondo che possiede un prezzo e una soglia di accettabilità che deve essere ben valutata e che invece viene regolarmente trascurata da tutte le teologie prese in esame.

A questo punto ci assale un dubbio: se questi conduttori del mondo (reali o aspiranti tali) proseguono nella loro strada con tanta sicurezza, non ci sarà un motivo? Possibile che siano tutti degli idioti? Il fatto è che il progresso tecnico è stato lo strumento che per lungo tempo ha consentito non soltanto l’aumento della produttività del sistema, ma anche la sostituibilità dei materiali, delle risorse e degli approvvigionamenti energetici. Il petrolio ha sostituito il carbone, il cemento le pietre, le plastiche hanno sostituito un’infinità di altri materiali. Fino ad oggi questa specie di teorema della sostituibilità globale ha funzionato cosicché, a fronte dell’ultima crisi, i nostri teologi distolgono la vista da quello che è ritenuto un nonproblema (lo stress della natura) e vanno a cercare le cause all’interno dei meccanismi del sistema economico. Cause spesso reali che però oggi, a differenza del passato, sono subordinate a questioni emergenti gravi e trascurate.

Così il sopraggiungere dell’attuale crisi viene interpretata in vari modi ma, soprattutto da parte dei teologi sviluppisti, la crisi delle risorse necessarie per il soddisfacimento dei bisogni umani non è mai presa in considerazione. I neoclassici e i neokeynesiani interpretano la crisi che attanaglia il mondo in modo diverso; i primi spingono per la flessibilizzazione assoluta della forza lavoro e per privatizzare ampi settori pubblici partendo dall'assioma che lo stato deve stare lontano dall'economia; i neokeynesiani ritengono fondamentale il sostegno delle politiche statali per uscire dalla crisi. I neomarxisti, dal canto loro, hanno una posizione più semplice perché non dovendo governare, e quindi non potendo avere riscontri sugli effetti delle loro eventuali politiche economiche alternative, dispongono solo del diritto di critica. Così individuano il fattore principale nel meccanismo intrinseco del sistema capitalistico, interpretano i blocchi dell’economia come crisi da sovrapproduzione (per certi assoluta, per altri relativa) e cadono malamente in trappole dottrinarie sostenendo che non ci sarebbe alcun limite tecnico alla produzione quantitativa (affermazione che ha dell'incredibile!), e che, invece, il limite consiste solamente nei rapporti di proprietà tra le classi (cioè nella proprietà privata delle forze produttive). In parte diversa la posizione dei soggetti presentati come rossoverdi, ma tutti, e secondo vari livelli di gravità, sottostimano l’assorbimento delle risorse del pianeta da parte della specie umana. Dunque il sistema economico non potrà mai entrare in quello spauracchio chiamato stato stazionario (come invece pensavano certi economisti classici).



3.2 – Capacità portante

Vediamo la questione da un altro punto di vista. Intanto si dovrebbe comprendere che vi è una correlazione tra il numero dei produttori/consumatori e le risorse disponibili. I biologi hanno elaborato un concetto importante per stabilire la quantità di membri di una specie “animale” sopportabile in un dato habitat. Questo concetto prende il nome di “capacità portante”. Se i membri di una specie animale non umana sono inferiori a quelli concessi dalla capacità portante, la specie tenderà a espandersi. Al contrario, se vi sono più membri di quelli consentiti, aumenterà la tendenza al conflitto, alle malattie, all’indebolimento della specie finché questa non rientri nella condizione di equilibrio. La condizione di equilibrio si può esprimere nella seguente formula generica:

N = f (K) (1)

Essa sta a indicare che il numero dei membri N di quella specie dipende da K, un parametro che riassume fattori limitanti di tipo chimico, fisico, biologico, ambientale. Su questo, la comunità scientifica non manifesta alcun dubbio. Le difficoltà del calcolo di K rimandano magari al semplice rilievo empirico di N, ma nessuno scienziato può affermare che un ambiente possa reggere qualsiasi numero di animali di una certa specie. Né che una specie possa superare la capacità portante N concessa dal suo ambiente se non per un tempo limitato necessario per il ritorno all'“equilibrio”. Diverso è il caso se il riferimento è la specie animale a cui appartiene anche il gruppo dei biologi: l’animale Homo sapiens. In questo caso i nostri scienziati compiono ardite acrobazie per stabilire una specificità tutta umana. Lo schema è questo:

L’umano è un animale simbolico. La sua capacità di simbolizzazione produce tecnologia. La tecnologia può creare varie capacità portanti tutte diverse, e a seconda di quale tecnologia si sceglie, sul territorio si genera una capacità portante diversa.

Il naturalista sa che non può sfuggire ad una realtà evidente: l’umano è un animale e dunque anche sul suo conto si può (si deve) parlare di “capacità portante”. Tuttavia egli ricorda che sta parlando di se stesso, e ciò lo turba. Perciò riesuma in termini problematici questa storia della tecnologia e dei suoi effetti sulla capacità portante di un territorio. Insomma, fa una bella scoperta! Ma il problema continua a essere questo: considerando tutta la famiglia di possibili capacità portanti connesse ai vari livelli tecnologici, ne esiste una che costituisce il limite superiore (quella che consente il maggior numero possibile di animali umani su quel determinato habitat)? E in questo caso, qual è il livello di tecnologia associata? Queste sono le due domande a cui il naturalista teme di dare una risposta.

La citazione sopra riportata è, come si dice in termini calcistici, un involontario assist per l’economista e per il politico, anche se il naturalista vuol dire una cosa mentre questi ne intendono un’altra. Lui farfuglia formulazioni criptiche perché non vuole ammettere quello che sa e non vuole portare alle estreme conseguenze il suo sapere. Gli altri due ascoltano i balbettii del primo e li intendono a rovescio. In effetti le due posizioni sono separate da una voragine. Il naturalista non può staccarsi completamente dalle sue conoscenze e sa benissimo cosa sia l’umano: un animale. Invece il politico e l’economista pensano alla biologia come possono pensare all’astrologia. Essi vivono in un mondo appartato in cui la biologia è solo una materia lontana che si insegna nelle università. In loro, il ricordo dell’animalità dell’umano è semplicemente scomparso. L’umano non è proprio privo di corpo, ma quasi. Il corpo, tanto per gli economisti, che per i politici, che per la gente comune (soprattutto nella cultura occidentale) è solo una protesi del cervello e dunque non può avere rilevanza nello stabilire la portanza del numero degli umani di un territorio: non è forse vero che, se i nostri progenitori dispersi in tribù nella selva conducevano una vita grama, oggi miliardi di individui grazie alla crescita e dello sviluppo (riecco le parole magiche) possono attingere a beni che nel passato sarebbero stati inimmaginabili? Certo ci sono un miliardo di umani che muoiono di fame, ma questo è soltanto un ritardo che in futuro dovrà e potrà essere colmato grazie alla crescita e allo sviluppo in quei paesi “arretrati”. Comunque, ritornando all’assist di cui sopra l’equazione valida per tutti gli animali tranne che per l’uomo, cambia e diventa...

N = f (K * T) (2)

che esprime quanto suggerito nel precedente paragrafo. In virtù del delirio di onnipotenza nella mente umana si viene a configurare la convinzione che la tecnologia sia un fattore risolutivo per permettere il superamento dei limiti naturali. Anzi, poiché la potenza simbolica degli umani è in perenne espansione, ne consegue che è possibile perfezionare progressivamente la tecnologia e quindi espandere la popolazione umana, oltre i limiti attuali. Qualche moderato potrebbe immaginare che la tecnologia evolva secondo la funzione del sigmoide. Si cadrebbe in detta ipotesi nella situazione illustrata dalla fig. 1 in cui si vede bene come in prossimità di un certo tempo si debba pensare a effetti di stabilizzazione della tecnologia stessa (T). A questo punto si registrerebbe anche la stabilizzazione della popolazione.



fig. 1


Tuttavia il pensiero dominante non si arrende. Esso ipotizza che tecnologie obsolete possano nel tempo, essere sostituite da nuove tecnologie in grado di riprendere la strada dello sviluppo.

fig. 2

Se si osserva la fig. 2 si nota che quando una tecnologia è ancora in fase di sviluppo (punto a), la ricerca si trova nella possibilità di aprire una nuova tecnologia che andrà a sostiture la prima quando (punto b) questa incomincerà a diventare obsoleta. Come illustrato, ci sono dei momenti di compresenza, magari anche di rallentamento nel passaggio dall’una alla successiva, ma alla fine, si dice, qualcosa decade e viene sostituita da qualcos’altro che rilancia l’eterno processo di sviluppo. Se le tecnologie non subiscono alcun effetto di rallentamento grazie alla grandiosità dell’ingegno umano, ne consegue che nulla può essere detto sui limiti della popolazione.

Certo, non manca chi esprime qualche perplessità. I rossoverdi, soprattutto quelli più esposti verso il verde, avrebbero qualcosa da ridire rispetto a quanto detto finora. A loro parere le tecnologie “dure”, ovvero quelle che hanno avuto un ruolo determinante nella rivoluzione industriale (quelle dominate dalla chimica e dalla fisica) sono responsabili dello stato di scempio ambientale in cui ci dibattiamo. Dunque propongono semplicemente una sostituzione di tecnologie: tecnologie verdi contro tecnologie dure. Nella sostituzione sta la nostra salvezza. Gli esempi sono tanti: energie alternative, prodotti a basso impatto ambientale, ciclo durevole delle merci, battaglia biologica contro i parassiti in agricoltura, telelavoro ecc. Tutto questo, insieme a politiche di risparmio, riduzione dei trasporti, km 0, cibo biologico e altre soluzioni. L’equazione da loro proposta cambierà di poco:

N = f (K * TV) (3)

Una sostituzione di tecnologie tradizionali con tecnologie verdi risolve! Questo approccio non ha alcun fondamento e comporta (forse) un semplice rallentamento dei danni che si vorrebbero eliminare. Ciò apparirà chiaro alla fine di questo capitolo, quando l’experimentum crucis che sarà proposto aprirà una finestra sulla realtà.



3.3 – Rivoluzione ecologica...

Nonostante le incertezze descritte nel paragrafo precedente, l’ambiente ecologista ha, nel tempo, messo a punto degli strumenti rivoluzionari. La capacità portante, il calcolo del numero di animali che possono abitare un certo territorio rappresenta veramente un risultato importante. Ma la cultura ambientalista è andata oltre. Wackernagel e Rees hanno avuto una notevole intuizione ideando nel 1996 il concetto di impronta ecologica (I.E.). Essa rappresenta l’area biologicamente produttiva espressa in “ettari globali” (gha) necessaria per rigenerare le risorse consumate da una comunità umana. Tale comunità può essere costituita da quella di un Paese, di una città, di un’area qualsiasi, del mondo intero. Non si vuole indurre il lettore a inerpicarsi su concetti che richiedono indubbi approfondimenti, ma solo toccare aspetti essenziali. Si comprende chiaramente che se il prelievo umano supera ciò che la natura produce, la cosidetta biocapacità del territorio di riferimento, si va incontro a guai piuttosto seri, soprattutto se tale squilibrio risulta elevato. Ma prima di passare ad ulteriori considerazioni, vediamo alcuni esempi.

La tabella 2 riporta l’impronta ecologica pro capite (p.c.) degli abitanti di alcuni paesi. Essa viene posta in relazione con la biocapacità pro capite che la Terra offre a ogni abitante umano e che nel 2011 ammontava a 1,78 gha (nota: cercando i dati su fonti diverse, si trovano dati leggermente diversi perché il calcolo della biocapacità e dell’impronta ecologica è piuttosto complesso e per di più, varia con il tempo; in ogni caso ciò non costituisce un problema considerando che le oscillazioni sono piuttosto contenute).

La tabella riporta solo nove paesi a titolo d’esempio. I primi sette segnano tutti un deficit giacché l’impronta ecologica supera di gran lunga il valore di 1,78 ettari globali di spazio bioriproduttivo. Solo l’India e l’Etiopia, tra gli esempi scelti, mostrano (per ora) un consumo pro capite inferiore alla disponibilità offerta dal pianeta.

.

Paese

Impronta
ecologica p.c.

Eccedenza consumatoria
(Impronta – biocapacità)

Austria

4,9

- 3,12 (1,78 – 4,9)

USA

9,6

-7,82

Australia

6,6

-4,82

Svezia

6,1

-4,32

Canada

7,6

-5,82

Francia

5,6

-3,82

Italia

4,2

-2,42

India

0,8

+ 0,98

Etiopia

0,8

+ 0,98

Tab. 2

Ora si potrà porre una domanda fondamentale. Qual è la situazione globale, quella che riguarda congiuntamente tutti i paesi del mondo? Non sarà che la somma dei deficit venga compensata dai paesi virtuosi (sia concesso questo termine rudemente ironico), cioè quelli che consumano meno di ciò che è teoricamente disponibile? Il WWF ha fatto i conti e se si considera il pianeta come un’unica nazione, la specie umana consuma circa il 4050% in più di quanto la Terra stessa è in grado di fornire. Ciò significa che stiamo semplicemente distruggendo le basi materiali della vita.

A breve ci soffermeremo sul dato che ci riguarda, ma prima, però, dobbiamo ragionare su quel numero – 1,78 gha – che determina i valori della terza colonna della tabella. Quel valore è quello medio mondiale; se lo si utilizza, si presuppone che l’umanità sia un’unica solidale famiglia. Allo stato attuale risulta che sia un’unica solidale famiglia? no! perciò chi impiega quel valore olezza di maligno perché tende a naturalizzare appropriazioni indebite basate sulla forza (economica, politica, militare). L’impronta ecologica media dell’italiano dovrebbe semmai essere confrontata con le capacità bioriproduttive del proprio paese. Nel nostro caso questo valore è 1,1 gha. In altri termini noi italiani consumiamo 4,2 ettari globali pro capite pur avendo solamente una disponibilità pro capite di 1,1. La cosa non turba? Non obbliga a porci domande etiche fondamentali? Ogni italiano mediamente ha bisogno di uno spazio ampio quanto quattro campi di calcio per mangiare, abitare, curarsi, divertirsi e smaltire l’anidride carbonica che le sue attività produttive e riproduttive comportano. Insomma un enorme spazio per vivere che non è disponibile entro i confini nazionali (quelli difesi con tanto ardore dall’“invasione” di immigrati e rifugiati).

Chi è pronto di ingegno potrà obiettare che in realtà non tutti gli italiani hanno lo stesso reddito. E poiché i consumi sono largamente dipendenti dal reddito, ciò significa che non tutti esercitano la stessa pressione sul mondo. Questa è un’osservazione cruciale! Se si ipotizza che la pressione sullo Stivale sia messa in relazione con il reddito, prendendo in esame i dati istat pubblicati nel 2010, ogni persona del quintile (per quintile si intende la quinta parte della popolazione, cioè 12 milioni di individui) della popolazione più povera potrebbe attingere a 1,47 gha, mentre un soggetto del quintile più ricco attingerebbe le sue risorse da 8,2 gha: cinque volte e mezzo tanto. Sulla base di calcoli grossolani e approssimativi, sembrerebbe quindi che anche le persone più povere in Italia esercitino una certa pressione sul pianeta (1,47 è maggiore di 1,1). A maggior ragione eserciterebbero una pressione ancora più critica gli altri quattro quintili. Intanto possiamo incominciare a comprendere due aspetti. Il primo è che viene sfatata l’idea dell'infinita sostituibilità della materia. Infatti, se ogni cosa potesse essere sostituita con qualche suo succedaneo grazie alle meraviglie dello sviluppo tecnico e all’abbondanza di materia entro i confini nazionali, la disponibilità delle risorse destinate all’economia rimarrebbe ampia e costante e non sarebbe necessario andarla a prendere fuori dai confini (tra l'altro, nella mente perversa degli economisti non v’è differenza tra materia inerte e biomassa purché siano entrambe convertibili in prezzi). Gli unici limiti sarebbero quelli economici: lavoro, capitale, apparato tecnicoproduttivo. Da ciò scaturirebbe la legittimità dell’equazione già vista

N = f (K * T) (2)

e i capitalisti avrebbero persino ragione (dal loro aberrante punto di vista) a sostenere lo sviluppo demografico per ampliare i mercati e offrire “felicità” ad un numero maggiore di consumatori. Ma ciò viene contraddetto dal fatto che i paesi sviluppati, ad es. l’Italia, devono andare a prendere la maggior parte delle risorse fuori dei loro confini. E ciò introduce il secondo e ancor più importante aspetto: la richiesta di rilanciare l’occupazione, la produzione e quindi lo sviluppo, cozza contro la barriera materiale della disponibilità di risorse disponibili. Poiché i politici, gli economisti, gli imprenditori – ma anche i sindacati preoccupati per la disoccupazione che crea ulteriore povertà – sono tutti protesi al rilancio dell’accumulazione capitalistica (leggi: “crescita”) tanto in Italia quanto altrove, ne consegue che l’impatto sul mondo, almeno nelle intenzioni, dovrebbe ancora aumentare. Si chiede, cioè, che l’impatto pro capite italiano sul mondo passi da 4,2 a valori più alti.

A questo punto è d'obbligo porre una domanda cruciale che si infiltra spesso nel pensiero di molti, ma ha una singolare particolarità: produce un tale fastidio che tosto la mente vaga altrove. Però occorre insistere, per forzare una risposta che prima o poi dovremmo dare a noi stessi: è accettabile sottrarre al prossimo lo spazio bioriproduttivo che gli appartiene? Non come cittadino di quello Stato o di quell'altro, ma come corpo vivente? Come giudicare coloro che chiedono elemosine per popoli martoriati e non hanno mai una parola da dire sulla madre di tutti i crimini, il furto istituzionalizzato della vita? Quando l’Occidente ha iniziato le pratiche di rapina negli altri continenti poteva nascondere il suo volto mostruoso sotto la maschera della “civilizzazione”. La civilizzazione, secondo i colonialisti, era semplicemente un alibi che non riusciva a nascondere le orribili violenze sulla carne viva delle popolazioni invase, eppure a livello di propaganda l’inganno poteva funzionare. Ma quando, a suon di “sviluppo”, la specie umana delle aree geopolitiche alte satura i suoi spazi e incomincia a saturare quelli degli altri popoli, nessuna giustificazione può essere più accettata. Si comprende ora perché la fame aumenta? perché migliaia di quei piccoli per cui si chiedono elemosine muoiono a migliaia ogni giorno per denutrizione? Chi fa più sfoggio di inumanità? chi, come i nazisti, ha mostrato apertamente la propria attitudine al crimine o chi, allungando spiccioli, prosegue la sua opera si spoliazione della vita altrui fino a minacciare silenziosi e immensi nuovi olocausti? E allora vale la pena di richiedere: è etico perseguire la strada di assorbimento dello spazio bioriproduttivo altrui togliendo le condizioni di sopravvivenza a popoli interi?

Inutile porre la domanda alle classi dirigenti di ogni paese. La risposta varierà in rapporto alle proprie credenze e ricette, ma tutti diranno che lo sviluppo è vieppiù necessario; che la ricerca di innovazioni di processo si impone proprio per riuscire a produrre di più consumando di meno, quindi liberando mezzi per remunerare i paesi che hanno prestato le risorse per quel nostro rilancio che consentirà il bene di tutti.

Ma che succederà se domani i 4,2 gha diventeranno 4,5 e poi 4,6 e così via? Lo sviluppo tecnologico dopo il suo matrimonio incestuoso con il capitalismo ha sempre comportato maggiori attentati all’integrità del pianeta, mai meno. È proprio lo sviluppo tecnologico che ha esteso, e mai ridotto, il consumo della Terra. I prestidigitatori della parola lo sanno bene. Essi propagandano miglioramenti temporanei dovuti all’affinamento dei rendimenti delle macchine, ma questi miglioramenti, una volta raggiunto il loro punto massimo, si fermano e attendono l’inserimento di una tecnologia che apparirà più fine, ma che – considerando tutta la filiera produttiva – sarà più impattante. E a fronte di risultati opposti a quelli attesi possono solo rifugiarsi nel dire: “oggi sono sorte impreviste difficoltà, ma domani finalmente le cose cambieranno”. Un domani sempre rimandato e che mai avverrà.

Ma siccome tutti i giochi prima o poi finiscono, anche questo sta giungendo alla fine. Le nostre economie sono basate sulla concorrenza, sul conflitto, e per di più abbiamo insegnato lo stesso gioco anche a coloro che fino a ieri erano i nostri obbedienti fornitori di materie prime. Ne consegue che la nostra impronta ecologica diminuirà così come quella di molti cittadini di altri paesi. Ma non per le meravigliose conquiste dello sviluppo tecnologico, per un altro semplice motivo: perché aumenterà pericolosamente quella di altri. Sviluppandosi la concorrenza dei sistemi economici, prima sarà più difficile attingere ai beni altrui, poi la pressione sulle capacità bioriproduttive della Terra ridurrà i rendimenti di tutti i territori, cosicché diminuirà progressivamente la ricchezza della natura che potrà essere suddivisa, fino al collasso finale che già s’intravvede. Possiamo immaginarci che questo collasso prenda le forme di una guerra di tutti contro tutti per la conquista del poco rimasto. Se fossimo saggi, dovremmo incominciare a preoccuparci seriamente fino a perdere il sonno, soprattutto pensando al vagito di ogni bambino o bambina che nasce.



3.4 – Vera rivoluzione?

No. La rivoluzione ecologica è una rivoluzione fallita. Le sue capacità di esplorare il mondo naturale – davvero molto potenti – sono state neutralizzate dalla società liberista. L’unico successo, davvero importante, è stato quello di mettere in rilievo due aspetti essenziali facilmente derivabili dalla tabella sull’impronta ecologica (v. tab. 2). Un esempio: se il deficit, poniamo, della Francia è uguale a 3,82 gha/p.c. (1,78 – 5,6), ciò significa esattamente due cose. La prima è che la Francia sfrutta altri popoli fuori del suo territorio, e ciò è evidente. La seconda è che la Francia consuma tempo, e forse questo è meno evidente. Consumare tempo significa accelerare il processo di distruzione del mondo e cancellare (azzerare, distruggere) le prospettive per soggetti che verranno al mondo in futuro o per la stragrande parte di essi. Tutto ciò non riguarda soltanto la Francia, che ovviamente è stata presa a titolo d’esempio, ma tutti i paesi che hanno dato il via al movimento frenetico di consumo della vita sul pianeta.

Di fronte a questa situazione – di fronte alla dichiarazione oggettiva, limpida, tangibile che la distruzione del mondo è stata inaugurata dalla specie umana da un certo punto in poi della sua storia (il capitalismo è solo la pazzesca accelerazione finale di un lungo percorso) – l’ecologismo avrebbe dovuto caratterizzarsi come un movimento politico di rottura. Avrebbe dovuto comprendere che di fronte a un tale sfacelo qualsiasi misura avrebbe potuto essere presa per sollecitare l’abbattimento di un sistema finalmente mostratosi nella sua forma più disumana e criminale. Cosa c’è di più terribile di condannare a morte milioni di persone oggi e, ancora di più, domani? Quando nella società umana una parte di essa si avvede di processi prima indistinguibili per motivi di semplice immaturità storica, e finalmente attribuisce a tali processi effetti di catastrofe planetaria, deve tentare di adottare misure politiche atte a bloccarne gli sviluppi, disarmare la classe dirigente che persevera nella sua follia e renderla inoffensiva. Con ogni mezzo e senza trascurare naturalmente le capacità di risposta repressiva del sistema. In ogni caso rifiutando connubi che imbastardiscono l’anima. Ma risulta che l’ecologismo sia stato all’altezza dei problemi che ha fatto emergere? No, l’ecologismo è stato semplicemente riassorbito nel sistema, ha perso le sue potenzialità ed è diventato esso stesso un ingranaggio dello sfruttamento. Se dovessimo individuare i suoi gravissimi limiti, li potremmo dapprima catalogare in due classi: carenze politiche e carenze tecniche. Ma poi dovremmo considerare che queste carenze sono così intrecciate da distinguerle con molta difficoltà. Vediamone alcune.

La green economy, ovvero un’economia che sfrutta tecnologie avanzate definite “verdi” è generalmente diventata un complesso di affari lucrosi che hanno introdotto il profitto in ambiti che avrebbero dovuto rimanere estranei alla sua funesta influenza. Il trucco adottato da certi figuri consiste nel dimostrare l’innalzamento di rendimenti (di materia, di energia) in un segmento di un determinato processo di lavorazione, nascondendo l’inevitabile peggioramento che si rileverebbe considerando tutta la filiera che conduce alla merce finale. Enti di ricerca e industrie si gettano a capofitto in questo nuovo settore con l’avallo dello Stato suffragando quell’assurdità già vista con l’equazione

N = f (K * TV) (3)

che ripropone indifferenza per la variabile dipendente N. Gli ecologisti, i naturalisti, i tecnici dell’ambiente avrebbero molto da dire in proposito. Ma il loro ufficio – dopo aver messo in evidenza scenari da incubo – è quella di sostenere l’ottimismo. Il notevole documentario Home del francese Yann ArthusBertrand (da non perdere!) presenta per quasi due ore devastazioni spaventose per concludersi infine con ingiustificati sospiri di speranza. Il poderoso Living Planet Report 2012 del WWF – che dovremmo leggere con molta attenzione – fornisce dati preziosissimi per comprendere quanto ci sta aspettando a breve. Eppure quando si arriva al capitolo “Le scelte migliori” si può constatare l’inconsistenza delle proposte. Questi soggetti si impegnano per tenere insieme aspetti che si contraddicono poiché non intravvedono modi per uscire dall’attuale organizzazione politica e sociale che assumono come presupposto duraturo e, forse, perenne. Dunque devono fare buon viso a cattiva sorte.

Anche l’assenza di valutazione dei rifiuti (che non siano CO2) nel calcolo dell’impronta ecologica costituisce in pari tempo un colossale imbroglio tecnico e politico. È un gravissimo imbroglio tecnico perché, se venisse presa in considerazione, mostrerebbe la necessità di alzare ulteriormente la disponibilità di territorio oltre limiti già indisponibili; ma – fatto ancor più grave – il riversamento dei rifiuti nell’ambiente genera una distruzione della biocapacità di zone sempre più ampie e quindi un progressivo abbassamento di quel valore mondiale (1,78 gha/p.c.) anche in presenza di una eventuale futura diminuzione della popolazione. È un fenomeno che alimenta la riduzione ricorsiva di territorio in un un ciclo infernale e inarrestabile. Ma è anche una carenza politica perché, nascondendo un ulteriore fattore di crisi, rende ancor più difficili interventi già estremamente complessi.

Infine occorre chiedersi sottovoce (per ora) qualcosa che nelle prossime pagine ridefinirà completamente la prospettiva finora seguita: dove sta scritto che tutta la biomassa della Terra, la sua biocapacità sia ad esclusivo uso e vantaggio della specie umana, quando questa è solo una delle infinite specie terrestri? Dove sta scritto questo approdo se non in una raccapricciante logica di potenza destinata ad assumere forme autodistruttive?



3.5 – Ed ecco l'experimentum crucis...

Le funzioni euristiche impiegate nel precedente paragrafo insistevano sulla capacità portante (o di carico) di un ambiente, cioè sul numero di individui umani capaci di trovarvi posto. La pubblicistica ambientalista non ama questo indicatore quando si tratta di esseri umani. Ad es., Living Planet Report 2012 non cita mai direttamente la capacità portante – se non una sola volta in relazione al merluzzo – ma usa altri concetti che pure dipendono dalla popolazione. La stessa biocapacità p.c. si calcola dividendo gli ettari globali produttivi del mondo per il numero degli abitanti della Terra, e da questa operazione si ricava quel fatidico numero di 1,78 gha p.c.. Se gli abitanti della Terra fossero la metà, la cosiddetta biocapacità p.c. sarebbe doppia, dunque la questione della popolazione è tutt’altro che ininfluente. E allora perché si può parlare della capacità di carico dei merluzzi, ma non di quella degli umani?

La ragione è semplice. La possibilità di fare figli nel numero che si vuole è considerato dalla cultura umana come una questione intima su cui né la politica, né la scienza, né altro hanno diritto di mettere naso. La popolazione diviene quella che spontaneamente si forma, e i problemi del mondo devono trovare soluzione partendo da quel dato. Bene, partiamo da quel dato e proponiamo un semplice esperimento mentale prendendo a riferimento l’Italia. Perché l’Italia? L’Italia è particolarmente indicativa perché probabilmente rappresenta il primo paese europeo che sprofonderà in una irreversibile crisi e anticipa il futuro che travolgerà tutti i paesi che hanno vissuto l’esperienza della prima rivoluzione industriale. Naturalmente è possibile ricostruire un ragionamento analogo per qualsiasi altro paese o qualsiasi altro luogo che sia riuscito a “vivere sopra la natura”.

Partiamo da due assunti:

1) Immaginiamo un regime di eguaglianza assoluta tra gli individui che abitano un territorio: l'Italia. Tale eguaglianza va intesa in termini di struttura dei consumi e non di disponibilità monetaria.

2) Immaginiamo di distribuire omogeneamente la popolazione italiana sul territorio nazionale. Spianiamo le montagne, le colline, riempiamo le depressioni in modo tale da realizzare un piano da biliardo a forma di stivale. Poiché la popolazione è composta di 60 milioni di persone e il territorio consta di 300 mila km2, basta fare una semplice divisione e si calcolerà quanto spazio può essere assegnato ad ogni umano. Presto fatto: 5 mila m2. Sono tanti? No, non sono troppi visto che andremmo a realizzare un quadrato di circa 70 metri di lato. Bene abbiamo costruito la nostra ipotetica scacchiera irregolare fatta di tanti quadratini – per l’esattezza 60 milioni – ognuno dei quali possiede una pedina, ovvero una persona. Questo semplice espediente consente una serie di ragionamenti e di conclusioni a dir poco estremi e consente di aprirci a una nuova percezione della realtà. È in grado di far fuoriuscire la mente bloccata dalla teologia economica per condurre all'approdo di una autentica scienza dell'economia. L'operazione potrebbe creare qualche disagio. Se giustamente si accetta il concetto di solidarietà, di mutualità, di società, si può essere messi in allarme dalla strana distribuzione che prefigura un mondo deformato, fatto di individui proprietari, isolati che recintano “il proprio” come un fortino inviolabile; ma la suddivisione di un insieme nelle sue parti ha soltanto un valore provvisorio e l'insieme sociale sarà presto ricomposto. L'operazione ha soltanto la funzione di permettere la messa a fuoco di alcuni punti fondamentali che normalmente tendono a essere sfuggenti.

I consumi di questo ipotetico individuo che, come abbiamo presupposto, vive in una immaginaria società egualitaria non possono però dipendere dallo spazio calcolato come sopra. Lo spazio pro capite (S) si suddivide in spazio individuale (SI) e in spazio comune (SC). In pratica, questa considerazione ci obbliga a rifare i conti. Dallo spazio nazionale complessivo dovremmo sottrarre aree improduttive, aree da salvaguardare per la varietà genetica, aree comuni non finalizzate al consumo individuale (chiese, scuole, fabbriche, campi da gioco, strade, spazi coperti da edifici destinati a servizi di qualsiasi genere ecc.), aree per il prelievo dei materiali inerti, e via discorrendo. Quanto rimane venga adesso nuovamente ricalcolato per stabilire lo spazio destinato ai consumi individuali nell'ipotesi prevista di una eguaglianza assoluta dei consumi. Poiché non possiamo disporre di calcoli precisi, non addentriamoci in valutazioni rischiose. Tuttavia, basta guardarsi intorno per vedere quanti spazi sono cementificati, asfaltati, costruiti, senza contare le aree libere inframezzate ai precedenti, e quindi fortemente compromesse per qualsiasi uso. Inoltre dovremmo sottrarre gli spazi intangibili destinati a bosco per la cattura della CO2 che spariamo nell’aria quando consumiamo idrocarburi. Pertanto dovremo orientarci ad accettare che l’area realmente disponibile per i consumi individuali SI sia fortemente ridimensionata rispetto all’ideale S. Ognuno avrebbe a disposizione un quadratino di spazio veramente minuscolo.

Ebbene, il soggetto messo al centro del quadratino non è un gorilla che si limita a mangiare e defecare, influenzando il suo ambiente, al massimo, spezzando qualche rametto. È un soggetto che mangia, possiede una casa in muratura, strumenti elettronici, elettrici e meccanici. Possiede mobili e oggetti semoventi. Consuma carta, legno, gomma, ceramica, metalli, plastica e sostanze chimiche di qualsiasi genere siano messe in commercio. Poiché tutto ciò ha una vita sempre più corta (per non deprimere né l’occupazione, né la produzione industriale) ne consegue che il soggetto preso a riferimento esercita, attraverso gli assorbimenti di materia ed energia, un impatto sul proprio quadratino di spazio enormemente superiore a quello esercitato da un gorilla.

La prima obiezione da smontare è legata all’operazione di atomizzazione della popolazione in spazi eguali e indipendenti l’uno dall’altro. Si obietterà che – se lo scopo fin troppo chiaro è quello di mostrare la scarsità degli spazi disponibili con il trucco della dispersione omogenea della popolazione – il raggruppamento delle persone in grandi città, consente ampie disponibilità di territorio. Impressione che può essere confermata se si pensa agli ampi spazi destinati alle coltivazioni o ai boschi che consentono la rigenerazione psicologica e fisica domenicale dei ceti medi.

Questo è un primo errore, ed è grave. Se anche tutta la popolazione in Italia (giacché è quella presa a riferimento) occupasse soltanto la superficie di un condominio alto di qui alla Luna, il discorso non cambierebbe di una virgola. I consumi del singolo deriverebbero esattamente dallo stesso spazio che abbiamo ipotizzato distribuito in modo omogeneo. Il pane che arrivasse al 752esimo piano di questo ipotetico edificiomostro arriverebbe dall’esterno, così come qualunque cosa gli entrasse in casa. Dunque, egli, dovrebbe disporre, come tutti i suoi vicini di casa, di uno spazio esterno da cui trarre i beni che consuma. Poiché abbiamo ipotizzato una condizione di rigorosa uguaglianza, lo spazio da cui trarre i beni individuali dovrebbe essere calcolato nello stesso modo ipotizzato nel secondo assunto, con la non insignificante differenza che tali beni, arrivando da lontano, anziché essere disponibili a portata di mano, implicherebbero uno sfruttamento peggiore del suolo (fatto sul quale, per non complicare troppo l’argomentazione, possiamo soprassedere).

Una seconda obiezione è la seguente. Si può sostenere che il quadratino di lato inferiore ai 70 metri di sua pertinenza non consenta a Tizio di produrre ogni cosa di cui dispone. Obiezione fuori bersaglio. Magari Tizio produce solo pere, mentre Caio, nel quadrato contiguo produce mele. Entrambi consumano sia mele che pere, così come una miriade di altri prodotti. Ma poiché abbiamo ipotizzato che tutti i soggetti, oltre a vivere in regime di rigorosa eguaglianza, hanno anche la stessa struttura di consumi, vorrà dire che vi sarà una divisione del lavoro cooperativa capace di generare scambi equivalenti. Tutte queste considerazioni non modificano dunque la sostanza del problema. Nelle condizioni assegnate ogni individuo estrae dalla sua porzione di terra i beni (agricoli, industriali) e i servizi che consuma.

Ora si pone un problema importante; dobbiamo tentare di capire se il nostro soggetto ha saturato con i suoi consumi lo spazio a sua disposizione oppure se ha ancora dei margini di riserva. Qualsiasi “realista” prenderebbe in massima considerazione questo aspetto. Infatti saprebbe che è importante tenersi lontano dal bordo del quadrato, cioè limitarsi ad uno sfruttamento parziale della parte di competenza (e, considerando la popolazione, di quella nazionale) per ragioni abbastanza ovvie. Poiché le umane cose sono soggette a fluttuazioni dovute sia al proprio agire che a quello talvolta ben più severo della natura, saggezza vorrebbe che si disponesse di margini che garantiscano l’assorbimento di fluttuazioni negative. Se per disgrazia scoppiasse nuovamente il Vesuvio sarebbe opportuno disporre di spazi adeguati per ricollocare la popolazione del luogo per lungo tempo. Se si allagasse il Bangladesh a causa della co2 sparata nell’atmosfera dai Paesi ricchi, avremmo l’obbligo di ospitare una parte dei 100 milioni di abitanti di quel paese essendo causa, per una certa frazione, delle loro disgrazie. Anche senza ipotizzare scenari così drammatici, sono molteplici le possibilità “critiche” che imporrebbero cautela nella saturazione dello sfruttamento del territorio: alluvioni, terremoti, ma anche impoverimenti ambientali dovuti all’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali. È questa la situazione in cui ci troviamo a vivere? Se gli economisti e i politici di ogni colore parlano di crescita, significa che probabilmente nelle loro menti allucinate lo sfruttamento del nostro spazio individuale è ritenuto ancora lontano dall’essere esaurito. Ma tali limiti sono stati superati?

Riprendiamo a titolo d’esempio il caso dell’Italia. Qualche sospetto dovrebbe già sorgere. Quel miserabile quadratino a propria disposizione, da ottimizzare con attività atte a produrre beni per uso interno e scambi equivalenti è davvero piccolo e di lì deve derivare tutto quanto viene consumato da colui che occupa quello spazio. È poco credibile che un gorilla – che consuma molto meno di un Homo sapiens – possa vivere con quanto offre lo SI di un abitante in Italia, anche in una giungla generosa e lussureggiante. Questa risposta la possono dare gli specialisti del settore (i naturalisti, i biologi…), ma pensare che un individuo possa ottenere dal suo miserabile spazio di 34mila m2, la gran massa di beni di cui dispone è cosa fuori dal mondo. L’automobile, la casa stessa e tutto quanto c’è dentro e ci cade sotto gli occhi. E il cibo per 365 giorni compresi tutti i cadaveri che tiene nel frigo; e quelli che, vivi, renderà tali non appena la scorta nel frigo sarà esaurita. E poi ancora la mucca che gli fornisce il latte e il formaggio di tutto l’anno, e la coltivazione del foraggio per alimentare la mucca e trasformare in latte. Inutile procedere oltre, ma se si vuol fare un esercizio basta continuare, e la lista si allunga in termini paurosi.

È possibile proporre ancora due riflessioni certamente illuminanti. La nostra civiltà è stata costruita intorno all’automobile. Immaginiamo che il signor Rossi compia con la sua auto 20mila km annui nel suo quadratino. Concediamogli pure uno spazio triplo o quadruplo corrispondente a quello della sua famiglia di tre o quattro persone. Avanti e indietro, di continuo, tutti i chilometri intorno alla sua casetta posta nel suo angoletto di mondo. Non è divertente? L’olio, le gomme consumate, la co2 e gli inquinati vari dovute all’uso di questo mezzo infernale e impattante cadranno tutte nel suo miserabile spazio. Di nuovo si potrà deviare il discorso dicendo che in realtà non ci si muove in macchina nell’aia di un contadino, ma nelle autostrade e nei grandi spazi del Paese; ma, riproponendo un discorso simile a quello già fatto sugli scambi di prodotti, si potrà notare che se Rossi va a impegnare lo spazio di Verdi, Verdi impegnerà il suo, cosicché non è strampalato il ragionamento che mette in evidenza l’effetto dell’auto sullo “spazio pro capite” dell’individuo. È impressionante che un’auto, un mezzo così impattante sull’ambiente, abbia a disposizione per sé un’area così piccola su cui effettuare decine di migliaia di chilometri.

Ed ecco la seconda riflessione. Gli umani passano, ma lo spazio sul quale si avvicendano no. Ora si dà il caso che tutta la quantità di beni che utilizziamo, automobili, sacchetti di plastica, legno, solventi, sostanze chimiche, ecc… insomma tutto quanto abbiamo accumulato nella nostra vita, finito il suo ciclo d’uso, si trasforma in rifiuti. Il pensiero mainstream (ma sotto certe condizioni, anche quello demenziale di certi ambientalisti) sostiene che riciclando bene i rifiuti, il ferro ritorna ferro, la plastica ritorna plastica, il legno ritorna legno e, insomma, ogni cosa ritorna ogni cosa. La capacità del sistema di riciclare le “idee” scomode per depotenziarne gli effetti ha fagocitato anche l’ecologia e bisogna dire che la favola “rifiuti zero” inventata da certi “ecologisti” è stata di buon grado accolta dal sistema, meglio, da tutti i soggetti interessati a fare business. Così si ottengono due effetti: 1) si pensa di poter andare avanti in eterno a produrre e consumare nei termini in cui lo facciamo oggi, 2) si costruisce – con la green economy – un ulteriore terreno per fare nuovi affari. In realtà mentre la cacca del gorilla del 1 gennaio non arriva certamente al 31 dicembre, difficilmente è pensabile che il terreno del nostro signor Rossi mantenga inalterate le caratteristiche del suo spazio vitale considerando tutto quello che, con le sue attività di produzione consumo e riduzione a rifiuti, viene scaricato anno dopo anno nella sua miserabile nicchia. In questo ragionamento è stato volontariamente trascurato il gravissimo problema dei rifiuti industriali immaginando che impegnino soltanto gli spazi collettivi, ma sappiamo benissimo dalle cronache di ogni giorno che l'aria, le acque e (anche) le terre non conoscono confini. Forse dovremmo tenere sempre presente che quando riduciamo a rifiuto qualcosa che non appartiene ad un ciclo naturale contribuiamo a colmare il nostro spazio di sostanze che impediranno a chi ci succederà di trovarlo come noi l'abbiamo trovato. Il pensiero è davvero opprimente e dovrebbe farci comprendere che questa cultura di morte non offre alternative se non si affrontano e risolvono le sue contraddizioni più profonde.

È necessario insistere: chi subentrerà in quello spazio, in quel modesto spazietto, certamente non lo riceverà negli stessi termini in cui il sig. Rossi l’aveva ricevuto. Al di là della sciagurata ideologia sviluppista rimangono le infinite montagne di rifiuti inquinanti, velenosi, sparsi, quando va male, nelle campagne, quando va bene su terreni scelti allo scopo (discariche) ma sempre più estesi. Terreni che gli abitanti in prossimità delle dislocazioni non vogliono accettare o che accettano ob torto collo dietro la pressione della forza repressiva dello Stato. Forse, se pensassimo di destinare una parte del nostro quadratino di spazio vitale per depositare tutta la materia che abbiamo consumato e che restituiamo all’ambiente sotto forma di rifiuti, potremmo immedesimarci meglio sull'impatto che esercitiamo nel mondo. Sarebbe una soluzione assurda, ma avrebbe una capacità esplicativa formidabile per illustrare lo strano legame che abbiamo instaurato con le nostre pretese, con il territorio, con la Terra che ci ospita.

Bene, ora siamo in grado di tirare alcune conclusioni. L'esercizio mentale ci consente di vedere con realismo e concretezza quanto siamo debitori dello spazio bioriproduttivo altrui. Tutto ciò che non può derivare dallo spazio disponibile deve essere attinto dall’estero oppure dal “futuro”. O si ruba ad altri umani o si ruba ai nostri prossimi discendenti.

Si pone un duplice problema. Il primo è etico. Dobbiamo dare una risposta a noi stessi se sia giusto attingere alle risorse altrui grazie alle capacità imprenditoriali, allo sviluppo tecnico e culturale, alle capacità corruttorie delle elite del nostro paese verso le elite del paese depredato (senza dimenticare le capacità militari per piegare i popoli più riottosi). Il secondo problema riguarda i rifiuti. Tutto quanto produciamo e consumiamo in cicli temporali sempre più corti va a ingombrare il nostro spazio di vita. Pur ammettendo che una parte di questi rifiuti rientri nel ciclo naturale, che un’altra parte venga riciclata dall’industria, che una parte venga esportata all’estero (ma qui si ripresenta una questione etica di prima grandezza), tutto il resto va a ingombrare il nostro spazio vitale fino a far scoppiare le discariche e a avvelenare il resto del territorio (tutto sommato essere avvelenati da merci e risorse sottratte all'estero è una forma di giustizia). Quest’ultima frazione di rifiuti prodotti, la parte prevalente, abbassa la biocapacità dello spazio abitato, cosicché in futuro, coloro che ci succederanno, dovranno, se potranno, tentare di attingere di più da un ambiente esterno; tentativo che sarà frustrato perchè anche altri umani seguiranno la stessa strada.

Ora possiamo giungere ad una conclusione importante. Nella storia del mondo ha fatto irruzione un fatto di enorme rilevanza prepolitica: l’incompatibilità tra sviluppo tecnologico e pressione demografica indipendentemente dall’organizzazione politica della società umana. Questa affermazione non assolve assolutamente il sistema capitalistico e la sua brama distruttrice del mondo con l’assurda ossessione di valorizzare il capitale. Piuttosto evidenzia che anche una ipotetica società egualitaria, collaborativa, solidaristica, pacifica, si troverebbe comunque di fronte problemi che non dipendono solo dalle scelte politiche sociali fatte dalla specie umana, ma anche e soprattutto da un problema globale connesso alla proliferazione della nostra specie tecnologica.




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Capitolo 4 – Ricostruire il puzzle



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