2 – Religioni e sette in contesto economico



La sfera economica è costituita da una rete di interdipendenze tra soggetti che svolgono attività di produzione, lavoro, consumo, risparmio, investimento e finanziamento per riversare una sterminata quantità merci sul mercato e soddisfare bisogni crescenti opportunamente stimolati. In tal modo si realizza – si sostiene – il benessere materiale per tutti. Il vivere sopra la natura arriva a compimento, dopo un lungo percorso di gestazione, quando la “scienza” dell’economia giunge a maturazione. Gli elementi della maturazione sono la concentrazione della ricchezza, la formazione di specifici rapporti di proprietà e di produzione, lo sviluppo tecnico degli apparati produttivi.

Qui non interessa affrontare la questione di come questa massa di denaro e di strumenti produttivi si sia formata: ciò che importa è che questa enorme ricchezza si trova in condizione di espandersi attraverso investimenti progressivi. I cittadini, che sono produttori e consumatori (normalmente sono sia l’uno che l’altro, anche se ormai esiste una classe di parassiti sempre più estesa), non sono molto interessati alla formazione originaria di quelle ricchezze. Sono piuttosto interessati a possedere un lavoro che procuri reddito e a poter acquisire quantità sempre maggiori di beni, sia quelli di cui non possiamo fare a meno, sia quelli che sollecitano il nostro desiderio. Fino ad oggi, in Occidente, questo sistema – sia pure con grandi scossoni, l’ultimo dei quali ci affligge tuttora – ha sempre avuto successo. Infatti nel tempo si sono succedute profonde innovazioni di processi produttivi e vastissime innovazioni di prodotto. Gli ultimi decenni hanno poi visto un’accelerazione incredibile della produzione. Basti pensare all’automazione dell’industria o all’introduzione delle tecnologie elettroniche senza le quali l’esasperata mondializzazione dell’economia sarebbe stata semplice fantasia. E si pensi all’esplosione di nuovi prodotti: i cellulari, i computer, la rivoluzione delle case ecologiche, le evoluzioni degli elettrodomestici e le altre mille meraviglie che ci circondano e che costituiscono oggetti di desiderio per chi li possiede e per chi li rincorre.

La legittimazione da parte dell’opinione pubblica della concentrazione della ricchezza e del potere (come conseguenza del dinamismo produttivo della grande industria) è basata sull’ovvia e non certo assurda considerazione che non esisterebbe società dei consumi se non ci fossero quei fattori a supportarla. Un mondo privo di grande industria, privo di aziende di dimensioni anche più ridotte ma ad alta densità tecnologica, privo della circolazione di grandi capitali, probabilmente vedrebbe la maggior parte della popolazione confinata ancora nelle campagne. Esisterebbe certamente un artigianato di qualità i cui beni, tuttavia, non sarebbero accessibili a livello di massa.

Invece, con lo sviluppo dell’industria si manifesta un meccanismo in perenne evoluzione. Infatti i profitti vengono reinseriti nella produzione e determinano lo sviluppo continuo della fabbricazione di beni. Quindi, le società toccate dal mirabile meccanismo capitalistico sono caratterizzate da un processo di sviluppo che politici ed economisti chiamano “crescita”. Quando questo processo si interrompe sono guai. Le industrie non ricevono più gli ordini, dunque hanno lavoratori in eccesso che provvedono a licenziare. Talvolta, i lavoratori sono sostenuti dallo Stato con sussidi ridotti. In ogni caso la capacità di spesa dei lavoratori si deprime generando ulteriori riduzioni di domanda. In tal modo l’economia si avvita su sé stessa generando una crisi.

Oggi, nel disordine della mondializzazione avviata negli ultimi decenni, si sta manifestando un netto peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte dei popoli. Ma non si tratta di un peggioramento momentaneo. Si tratta di un crollo verticale della condizione di civilizzazione dell’Homo sapiens. Frase forte? Si esagera a giudicare i sintomi di quella che viene interpretata da molti come una crisi ciclica al pari di altre del passato? No e lo si dimostrerà; ma prima di offrire l’oggettiva visione delle cose sarà opportuno visitare le chiese delle sette economiche e le relative teologie che ne informano i comportamenti e le credenze. La tab. 1 le riassume.


Tab. 1

Teologie per la crescita

Teologie per la decrescita

Teologie attive

Neoclassica
Neokeynesiana


Teologie alternative

Neomarxista
Rossoverde

Decrescita



La chiesa principale, quella che gode ancora di maggior credito, è quella neoclassica. Ma l’evidente fallimento delle cure – le stesse che in parte hanno creato la malattia dell’Occidente che poi si è estesa al resto del mondo – ha generato degli anticorpi ferocemente antitetici a tale scuola. Così, si registra un certo numero di critici riapprodati presso le rive del keynesismo. Inoltre, non da oggi, esiste il fronte marxiano, da sempre antagonista dell'economia classica e neoclassica, che ha prodotto un'infinita letteratura analitica. L'insieme degli ortodossi, dei riformatori, degli eretici ha generato un immenso corpus di discussioni contenente posizioni lontanissime le une dalle altre e tra loro incompatibili. Ciononostante sono tutte visioni che propugnano l’eterno progresso dell’“uomo”; se viviamo un periodo oscuro, prima o poi ne usciremo e l’umanità riprenderà il suo cammino radioso. Vi sono poi altre due tendenze con caratteristiche piuttosto diverse che, come quelle ispirate dal marxismo, si esercitano nella critica delle teorie attive: l’approccio “rossoverde” all’economia e la cosiddetta “teoria della decrescita”. Non sono propriamente teorie, anzi sono riflessioni poco strutturate se non, addirittura, confuse. Assomigliano ai movimenti dei ciechi che cercano di uscire dal labirinto neoclassico tastando le pareti, ma, rappresentando delle reazioni alle teologie attive, meritano attenta considerazione, se non altro, per evidenziarne le fragilità.

Conformemente agli scopi prospettati le teorie non saranno approfondite. Per studi esaurienti esistono i manuali. Non è questo il luogo per riproporre pagine di equazioni. Sarà sufficiente illustrare lo spirito generale che alimenta le furiose pazzie che hanno invaso il mondo intero. Le teorie della crescita promettono una condizione di benessere sempre più diffusa per mezzo dell'accrescimento delle disponibilità di merci e servizi per tutti. Le teorie della decrescita giocano al contrario: pretendono di far vivere con meno beni e servizi, ma in una cornice di migliore benessere e in armonia con la natura. Come si potrà appurare, queste ultime, per quanto contengano una ragione di fondo, non sono meno assurde di quelle che vogliono contrastare.



2.1 – La teologia neoclassica

La teoria economica neoclassica è quella che regola (o influenza) la vita della maggior parte degli umani. È una teoria apologetica che descrive un mondo perfetto composto da individui proprietari (di capitali o di lavoro, comunque posti tutti sullo stesso piano) che sanno il fatto loro in quanto individui razionali e agenti sul mercato. Qui non ci sono profittatori o parassiti. O se ci sono, sono marginali e temporanei, perché la mano magica del mercato tende a punirli e a reinserirli nel loro ruolo di produttori e di consumatori previsto da ferree leggi naturali. Entriamo brevemente in questo favoloso mondo e cerchiamo di comprenderne l’essenza.

Il processo produttivo inizia con un imprenditore che investe i suoi soldi in un'attività che richiede macchine e lavoratori. La teoria afferma che, essendo l’imprenditore rivolto a massimizzare il profitto, dovrà scegliere tra la giusta combinazione di macchine e lavoratori. Se il costo del lavoro è alto tenderà a sostituire i lavoratori con le macchine e viceversa. Analogamente ragionerà il lavoratore (che la teoria ritiene imprenditore di se stesso): il tempo di lavoro sarà tanto più alto quanto maggiore sarà il salario. Le due curve – domanda e offerta di lavoro – si incontrano in una mirabile posizione che definisce il punto di equilibrio delle due esigenze. Se si considerano i valori macroeconomici aggregati, tale punto rappresenta il salario che corrisponde alla piena occupazione. Vi potranno essere ancora dei disoccupati perché tali soggetti richiedono un salario più alto di quello definito naturalmente dalle curve della domanda e dell’offerta. Ma se verranno a mancare le condizioni di sussistenza, abbasseranno le loro pretese e aumenteranno la forza lavoro impiegata. Ogni intervento che tenda a forzare altrove il punto di equilibrio della domanda e dell’offerta comporta la perturbazione di qualcosa che è ritenuto naturale e la cui manomissione produce instabilità più o meno profonde.

Una volta avviato il processo produttivo secondo l’equilibrio accennato, vengono prodotti i beni i quali verranno tutti assorbiti dal mercato. Infatti, secondo la teoria neoclassica, la domanda di beni è determinata dalla produzione stessa. Naturalmente una parte di reddito potrà trasformarsi in risparmio, ma i meccanismi di mercato determineranno la trasformazione del risparmio in investimenti, insieme alla parte di surplus ottenuto dall’imprenditore. La propensione al risparmio dei consumatori è determinato dal tasso di interesse. Più alto è il tasso, maggiore sarà la propensione a non spendere parte del proprio reddito che si trasformerà in fondi assorbiti dalle aziende per incrementare gli investimenti. La teoria afferma che vi è un meccanismo che, qualunque sia la quota di reddito risparmiato, è in grado di trasformarlo in investimenti.

La teoria neoclassica è costruita sulla scarsità, ma questa parola va intesa in senso economico e non ecologico. Il concetto di scarsità è connesso a una produzione che prevede un determinato impiego di risorse produttive che agiscono da fattori limitanti in un momento dato. Del resto un bene economico ha un prezzo che ne definisce il determinato livello di scarsità. Tuttavia questa religione economica è ben lungi dal considerare scarsi i fattori produttivi nel tempo, tant’è vero che il processo produttivo si ritiene un processo eterno in quanto “naturale”. Non solo eterno, ma anche in perenne espansione. È inutile ricordare a un economista neoclassico che di tale risorsa ne esiste una certa quantità e che, considerato il livello del suo sfruttamento, entro un certo tempo si esaurirà! Egli risponderà che il mercato sarà in grado di stabilire, mediante il prezzo, espansioni e contrazioni dei consumi di quella data risorsa. E se gli si fa notare che, oltre una certa soglia, la scarsità diventa assoluta? Inutile sperare di distruggere le sue certezze. Egli sosterrà che la storia economica ha dimostrato che ogni cosa si può sostituire con qualcos’altro perché se l’economia tratta della scarsità, la materia non può certo esaurirsi.

Ora conosciamo le difficoltà che incontrano i cittadini in questa fase storica. Sappiamo che l’economia è in forte crisi; che le tasse aumentano; che i consumi, qua ristagnano e là stanno scendendo a picco; che il disagio sociale sta aumentando per l’aggressione della povertà e della perdita di posti di lavoro. Ma se si è compresa la lezioncina del teologo neoclassico, si comprenderà la ragione di tutte queste gravi sfortune: la ragione sta nella rottura del principio fondamentale secondo cui i rapporti tra lavoro e capitale si sono allontanati dai punti di equilibrio naturale dettati dal mercato. L’efficienza del sistema è stata dunque turbata da condizioni esterne essenzialmente riconducibili a strutture rigide ed estranee al mercato: i sindacati e le istituzioni politiche. I primi hanno avuto la colpa storica di irrigidire i rapporti con la controparte. L’inserimento di rigidità salariali e normative nel mercato del lavoro avrebbe prodotto quell’allontanamento nefasto dai punti di equilibrio che definiscono livelli invalicabili, pena l’indebolimento dell’economia e, in seconda istanza, la rovina stessa della classe dei lavoratori il cui benessere dipende dalla salute delle aziende. Le istituzioni politiche hanno avuto anch’esse gravi colpe: per catturare consenso i vari governi hanno blandito troppo a lungo la popolazione con servizi troppo elevati, regalie, assunzioni per organici gonfiati nell’amministrazione pubblica; il costo di queste sciagurate operazioni avrebbe trasferito sulle spalle delle imprese, con la politica fiscale, altri pesantissimi oneri indebolendo la struttura industriale rispetto ai concorrenti e creando un insostenibile debito pubblico che pesa sulle spalle di tutti i cittadini.

Le soluzioni. Sono chiare, conseguenti e note perché questa tiritera, grazie alla stampa e ai politici, rimbomba ormai da molto tempo nelle nostre orecchie: il debito pubblico deve essere ricondotto a una misura che non spaventi i creditori inducendoli a pensare che lo Stato non possa assolvere ai suoi debiti. Fare questo significa snellire la spesa per il welfare, bloccare le assunzioni nel settore pubblico, ridurre i salari reali e talvolta anche quelli salari nominali. Parallelamente una maggiore flessibilità del lavoro che diminuisse le classiche tutele contrattuali consentirebbe altro ossigeno alle aziende. È vero che queste operazioni genereranno effetti depressivi momentanei nell’economia. Ma come una buona potatura annuncia abbondanza di frutti, così queste misure stimoleranno nuove liberalizzazioni e permetteranno una forte ripartenza dell’economia e di quella crescita che è stata interrotta soltanto dalla cecità della politica e dall’egoismo autolesionista dei lavoratori, dei politici e dei sindacati.

Insomma, vivere sopra la natura si può, anzi è la missione dell’umanità, ma non si devono rompere quegli equilibri economici naturali che garantiscono quella sana, progressiva, infinita crescita capace di spandere su ogni umano la sua benefica pioggia di beni. Occorre però notare che questi preti, realmente persuasi delle loro stramberie, sono più intenti a immergersi nell’iperuranio in cui si sviluppa il loro pensiero che a controllare gli effetti delle dottrine in cui credono. Se il destino meraviglioso dell’umanità è quello di vivere sopra la natura, essi dovrebbero misurare lo scarto che si apre tra teoria e realtà e considerare che forse qualcosa non torna. Invece rigano dritti perché, in fin dei conti, le miserie altrui non li toccano. I figli, nipoti o bisnipoti di questa umanità potranno – chissà se lo credono davvero – godere delle meravigliose promesse del capitalismo, ma se lo splendido edificio (perennemente rimandato nel futuro) avrà le fondamenta sulle sofferenze e sui dolori delle generazioni attuali, questo si può solo imputare a cause naturali e non certo alla struttura economica liberista. In definitiva gli economisti neoclassici non hanno nessuna empatia con le vittime delle loro illusorie panzane. Non a caso esprimono le posizioni conservatrici e, talvolta, reazionarie. Le cose sono un po’ diverse se si considerano i preti neokeynesiani.



2.2 – La teologia neokeynesiana

La disposizione dei keynesiani verso l’economia è assai diversa da quella dei neoclassici. Il neokeynesismo infatti è il pensiero di politici ed economisti che individuano le debolezze dell’economia neoclassica e comprendono che per quella strada – quella del dinamismo del mercato che opera spontaneamente senza interventi da parte dello Stato – vi è il rischio della comune rovina della comunità dei cittadini. I neokeynesiani pongono al primo posto la piena occupazione e una relativa equa distribuzione del reddito prodotto dalla nazione. Pertanto bisogna riconoscere che – almeno tendenzialmente – i neokeynesiani sono soggettivamente più sensibili sul piano sociale e quindi perseguono con maggiore determinazione l’obiettivo di condurre la specie umana a vivere sopra la natura.

La piena occupazione e la relativa equa distribuzione del reddito della nazione sono i cardini che hanno consentito ai paesi occidentali di vivere un’autentica età dell’oro protrattasi per alcuni decenni del secondo dopoguerra grazie a politiche economiche espansive sostenute dalla ricostruzione postbellica e dalla diffusione di massa dei consumi privati. Poi, il sopravvento di politici conservatori di ispirazione neoclassica preoccupati di rilanciare il processo d’accumulazione che stava pericolosamente frenando, ha generato una compressione dei diritti e dei redditi dei lavoratori in tutto l’Occidente. La devastazione sociale di tali politiche economiche è, attualmente, così profonda che i neokeynesiani hanno ora ripreso parte del vecchio vigore e tentano di condizionare la politica per ricreare quella stabilità che per una trentina d’anni ha funzionato. Impresa durissima perché la politica europea e occidentale è ancora ipnotizzata delle ricette neoclassiche. Inoltre la mondializzazione non rappresenta il terreno ideale per le ricette neokeynesiane. Tali ricette potevano funzionare bene nel dopoguerra quando le economie erano non certo chiuse, ma nemmeno aperte come lo sono oggi. Allora il modello era “fordista”: la grande industria era trainante, produceva merci standardizzate con processi di elevata automazione, concedeva salari elevati ai propri lavoratori per consentire alti consumi che fungessero da volano per gli altri settori. Il buon funzionamento dell’economia consentiva allo Stato di attingere, con la leva fiscale, parte della ricchezza prodotta e proporre ai cittadini servizi in quantità e qualità che nel passato non si erano mai visti. Asili, mense, scuole, trasporti, sanità e tanti altri servizi che miglioravano la condizione di tutta la popolazione. È quel periodo che viene rimproverato allo Stato con l’accusa di non aver rispettato la crescita naturale, e di aver perturbato l’equilibrio che solo il mercato può conseguire. Lo Stato si è permesso di intervenire dove non avrebbe mai dovuto. La verità secondo cui, anche in Italia (ma non solo), la spesa pubblica è stata troppo spesso indirizzata verso il parassitismo e lo spreco non può costituire un supporto a tale critica considerato che l’accusa travalica il parassitismo e la cattiva spesa per investire la stessa funzione redistributiva della ricchezza assorbita dallo Stato mediante la leva fiscale. E infatti le privatizzazioni e le liberalizzazioni sono diventate dogmi della religione neoclassica.

Oggi i teologi neokeynesiani si trovano di fronte a un panorama molto cambiato rispetto al dopoguerra e sono consapevoli dell’impossibilità di riproporre il loro modello nel nostro mondo globalizzato. Tuttavia ritengono che i presupposti di base del loro sistema possano continuare a funzionare sui servizi e sulle produzioni che abbiano forte valenza sociale e che, per varie ragioni, non siano appetibili per l’iniziativa privata. La spesa pubblica costituirebbe dunque ancora un volano importante per il sostegno della domanda e avvierebbe nuovamente il processo di crescita dell’economia duramente interrotto dal liberismo sfrenato degli ultimi decenni.

In conclusione si può affermare che il neokeynesismo prenda sul serio l’esigenza di creare le condizioni per vivere sopra la natura. Più sinceramente di quanto dichiarato dai neoclassici e avendo attenzione per la condizione delle persone anziché per le equazioni econometriche. Del resto il padre di questa tendenza, John Mainard Keynes, pur essendo un liberale, era interessato alle finalità dell’economia e non soltanto alla formazione dei profitti. L’avversione di quest’uomo per la polarizzazione estrema della ricchezza, il suo disgusto per la figura del rentier (il ricco parassita sociale), il fastidio che provava per un capitalismo rapace e oppressivo inducono a pensare che oggi sarebbe ancor più scandalizzato della piega presa dall’economia internazionale. A questo proposito, già negli anni ’40 suggeriva che nel caso di economie a tasso di sviluppo diverso, i paesi economicamente forti e con bilancia commerciale positiva finanziassero i paesi con i saldi negativi. Idea (inascoltata) che oggi viene riproposta da alcuni neokeynesiani in forme ancora più radicali. Il keynesismo propone dunque l’idea della crescita costruita sulla solidarietà tra nazioni che, oltre ad essere segno di solidarietà tra i popoli, rappresenta anche la dichiarata soluzione per poter continuare il gioco dell’economia.



2.3 – La teologia neomarxista

Il marxismo, quell’immenso corpo di riflessioni che fa del suo fondatore un caso unico nella storia umana, nasce dall’aspirazione di ridare all’umanità quella dignità mai posseduta dalla nostra specie e infine ostacolata dalla emersione del primo capitalismo: un sistema che prevedeva la creazione di una ricchezza mai vista nella storia dell’umanità e che, in pari tempo, si accompagnava ad una inverosimile povertà, umiliazione e violenza sui corpi di masse infinite di uomini, donne, bambini. Il lavoro di Marx parte dalla ribellione verso questo stato di cose. Ma se la potenza creatrice del filosofo tedesco nasce da un’indubitabile spinta etica, egli, per primo, comprende che la sofferenza sociale con la quale si avvia il nuovo processo di accumulazione della ricchezza possiede cause che trascendono l’etica. Il capitalismo si basa infatti su meccanismi sui quali la volontà umana possiede – se possiede – un ruolo men che secondario. Il contributo del marxismo consiste proprio nello svelamento di questi meccanismi e nella descrizione delle contraddizioni interne dei rapporti di produzione capitalistici. Saranno queste contraddizioni, nel loro continuo operare, a determinare l’apertura verso una società più evoluta: il comunismo. Qui non si propone una descrizione del marxismo, ma soltanto un breve percorso su alcuni passaggi fondamentali di questa grande visione. Solo quel che occorre per poter comprendere o, almeno, intuire, i limiti degli epigoni.

Il sistema economico capitalistico si sviluppa storicamente sulla proprietà privata. Non che prima non esistesse proprietà privata. Ma essa si affiancava a forme di proprietà di comunismo primitivo in cui certi beni di sussistenza appartenevano a piccole comunità. La nascita del capitalismo fa terra bruciata di queste forme arcaiche di proprietà comuni e, ciò che è più importante, dinamizza la produzione di beni materiali creando il meccanismo di riproduzione allargata. Mentre prima i frutti dello sfruttamento dei lavoratori si traducevano nei consumi dei ricchi e della classe nobiliare impedendo alle società di uscire da una condizione semistazionaria, ora i guadagni derivanti dalla vendita delle merci si trasformano in denaro che viene reinvestito in un ciclo di produzione successivo. Il capitalista investe del denaro, assolda dei lavoratori, produce dei beni, li vende e con il denaro ottenuto riavvia nuovamente la produzione. L’obiettivo è quello di ottenere alla fine del processo più denaro di quello investito all’inizio. Nessun privato investirebbe denaro in una produzione di merci da inserire nel mercato se non avesse lo scopo di fare profitto. Si ottiene dunque uno schema semplice denaromercedenaro del tipo

D > M > D’

dove il denaro ottenuto alla fine del processo (D’) è maggiore di quello investito (D). La ripetizione interminabile di questo meccanismo è quell’elemento che rende la società capitalistica infinitamente più dinamica di tutte quelle che l’hanno preceduta. Uno dei grandi meriti di Marx consiste nella dimostrazione che la differenza tra D’ e D deriva dallo sfruttamento del lavoratore che presta la sua opera nel processo della produzione. Infatti, poiché tra le due manifestazioni del denaro c’è il lavoro dell’operaio nella forma della merce prodotta, il capitalista tenderà a comprimere il suo salario per aumentare il profitto. A maggiore compressione del salario, dunque a maggiore sfruttamento, corrisponderà un aumento del profitto. Questo primo risultato, che rileva il carattere tipico del nuovo sfruttamento, costituisce un primo successo della sua dottrina. Qual è una conseguenza diretta di questo fatto? Il meccanismo che viene instaurato diventa estremamente sensibile ai profitti, ma molto meno al soddisfacimento dei bisogni umani. La potenza tendenzialmente immensa di un sistema che, secondo Marx, potrebbe costituire la soluzione agli atavici problemi dell’umanità si rivolge contro i lavoratori affossandoli nella miseria e nella sofferenza. L’obiettivo diventa perciò la liberazione delle immense potenzialità della società industriale dai rapporti di produzione capitalistici. Dunque, due grandi risultati della dottrina marxista consistono nella scoperta dello sfruttamento e nella intravista potenziale emancipazione della condizione umana liberata da un sistema produttivo ostile e oppressivo. Ma è chiaro che una tale analisi sarebbe del tutto inutile se nel meccanismo capitalistico non esistesse un rumore di fondo, una vibrazione continua e pericolosa, capace di mandare prima o poi in pezzi il sistema, perché in tal caso la logica delle cose contemplerebbe l’eterna maledizione dello sfruttamento dell’umano da parte dell’umano. Perciò l’attenzione di Marx si rivolge proprio nella ricerca delle debolezze del sistema per dimostrare la sua storicità e, con essa, la transitorietà verso una società priva di sfruttamento.

Per gli economisti che lo hanno preceduto, i nuovi rapporti economici che si sono instaurati nella società moderna sono retti da un ordine naturale che permette ad ognuno di ottenere una quota del prodotto sociale sulla base del contributo apportato nella produzione. A parer loro si stabilisce pertanto un ordine naturale che consente la ripetizione di ogni ciclo in condizioni di equilibrio. In questa nuova armonia la crisi è vista come un’alterazione temporanea che si sviluppa a seguito di qualche elemento perturbatore, eliminato il quale tutto ritorna in perfetto ordine. Ebbene Marx mette a nudo la funzione ideologica e apologetica degli economisti borghesi dimostrando che la crisi è la condizione naturale del funzionamento dell’economia di mercato, mentre è proprio la condizione di equilibrio ad essere l’eccezione.

Infatti il mercato è il luogo dei movimenti disordinati in cui una molteplicità di operatori agisce spinta dalla ricerca della massimizzazione del profitto. Si tratta di movimenti ben lontani dal creare quella condizione ideale descritta dagli economisti classici. E in effetti mai come nel nostro tempo si stanno verificando situazioni caotiche in cui il denaro viene sottratto dal ciclo industriale per trovare destinazioni speculative e finanziarie. Ma anche se questa eventualità non si verificasse, altre tendenze distruttive si manifesterebbero, in particolare le crisi da sovraproduzione per via delle quali, l’impossibilità di realizzare la vendita delle merci prodotte in eccesso comporta la loro distruzione (magari con il mezzo più distruttivo di tutti, la guerra) provocando quella miseria necessaria così importante per rilanciare il processo di accumulazione e produrre nuovi profitti.

Infine la tendenza a sostituire la forza lavoro con le macchine avrebbe prodotto la deflagrazione finale del capitalismo per mezzo della “caduta tendenziale del saggio di profitto”. Questo concetto è stato ampiamente criticato sulla base di presunte “evidenze empiriche”. Qualcuno è andato oltre sostenendo che tutto l’immenso lavoro di Marx sia stato semplicemente uno sforzo ad hoc, cioè una dimostrazione inconsistente viziata inconsciamente dal suo desiderio di comunismo. Ma è più probabile che il detrattore abbia interesse a nascondere la sua ansia di fronte ad un sistema che si sta sgretolando sotto i nostri occhi. Mai come in questo periodo l’ombra gigantesca di Marx si staglia sempre più nitida in questi tempi bui. I momenti in cui i fattori economici sono in equilibrio sono sempre più rari e la crisi di un sistema inaugurato dalla rivoluzione industriale inglese più di due secoli e mezzo or sono sembra essere prossima.

Ma non conviene entrare su dispute interminabili che sono ininfluenti rispetto a quanto qui interessa. Quello su cui si vuole richiamare l'attenzione non è tanto la pars destruens dell’analisi marxiana (ampiamente condivisibile), ma la pars construens, ossia il rimedio che è stato appena abbozzato da Marx e ripreso dai suoi epigoni.

Lo spirito umano ha prodotto l’intelligenza collettiva, la tecnoscienza e i mezzi per liberarsi potenzialmente dalle costrizioni della natura, ma l’impedimento al raggiungimento di questa condizione, che consentirebbe all’umanità di uscire dalla preistoria per trovare finalmente la sua “umanità”, è costituito dall’appropriazione privata della produzione sociale che si nutre del sangue del lavoro salariato. Pertanto la soluzione viene individuata nella soppressione della proprietà privata delle forze produttive e nella politica amministrativa di piano che elimina i cicli economici in cui a fasi espansive succedono fasi recessive particolarmente dure per i lavoratori. La proprietà sociale dei mezzi di produzione e l’economia pianificata attenta alle risorse – anziché l’approccio dissipativo e distruttivo tipico del capitalismo – determinerebbero reali processi democratici di formazione delle scelte collettive.

La teoria marxiana ha realizzato la più potente descrizione dei meccanismi di funzionamento del capitalismo, ma sul piano propositivo non è riuscita a costruire un sistema alternativo all’altezza delle necessità. L’avventura dei paesi comunisti del secolo scorso – interpretabile come l’eredità realizzativa del marxismo – viene universalmente ritenuta fallimentare anche se un giudizio equilibrato su quell’esperienza storica potrebbe sicuramente rivalutarne molteplici aspetti. Perciò coloro che credevano in quei sistemi hanno subito un trauma talmente forte che oggi, i piccoli partiti comunisti che ancora fanno riferimento a Marx pongono essenzialmente problemi di ordine politico, mentre gli economisti che impiegano le categorie marxiste sono in visibile difficoltà a costruire sistemi alternativi e spesso ripiegano provvisoriamente verso soluzioni neokeynesiane radicali. Così, attraverso insistenze dogmatiche e incertezze concettuali, un fondamentale pensiero rivoluzionario (che sarebbe pur soggetto ai necessari e fondamentali aggiornamenti) si è involuto anch’esso in teologia. Se si accetta l’idea che la visione marxista sia in grado di superare le contraddizioni di un’economia basata sulla proprietà privata occorre comunque porsi alcune domande. L’economia pianificata comunista, che si pone l’obiettivo di rimediare ai guasti del capitalismo, non dimentica nulla? Non sono emersi fatti nuovi che implichino revisioni e approfondimenti del marxismo? Davvero un’economia comunista sarebbe oggi in grado di assicurare il benessere degli umani e la stabilità del sistema di riproduzione sociale? Pur considerando che tale sistema, nella sua realizzazione universale, cancellerebbe necessariamente le produzioni di morte finalizzate alla guerra, davvero potrebbe indirizzare la produzione allo scopo di promuovere la liberazione umana dal bisogno? A quali condizioni? E infine: davvero potrebbe assicurare quello sviluppo continuo per alimentare l’aspirazione della specie umana verso l'infinito che il capitalismo non è stato in grado di assolvere?



2.4 – La teologia rossoverde

Come sempre, individui meno condizionati da ideologie strutturate vedono per primi le contraddizioni sociali e si cimentano in proposte alternative. Non occorre molto acume per comprendere come l’economia stia distruggendo il substrato vitale da cui prende vita: la natura. Lo sviluppismo, di cui le tre teologie economiche prese in esame sono ferree sostenitrici, sta creando danni irreversibili. Acidificazione dei mari, inquinamento delle terre e dell’aria, riscaldamento dell’atmosfera con conseguente rischio di scioglimento dei ghiacci polari e grandi emigrazioni dalle terre basse, scarsità di materie prime (che si riflettono inesorabilmente sull’aumento dei prezzi). Senza contare l’aumento della povertà, la fuga di massa da luoghi sconvolti da conflitti, le guerre per l’accaparramento del poco che rimane. Neoclassici e neokeynesiani (con i rispettivi politici di riferimento) continuano a offrire le ricette che hanno portato l’umanità in questa disgraziata posizione. C’è povertà? La ricetta si chiama “sviluppo”. I lavoratori dei paesi sviluppati perdono il lavoro? C’è solo una soluzione: lo sviluppo. I neomarxisti, non essendo al potere, non possono che limitarsi ad additare (giustamente) le contraddizioni del sistema capitalistico e dei loro sacerdoti neoclassici e neokeynesiani, ma se la Storia concedesse loro un’altra possibilità, si troverebbero in difficoltà analoghe a quelle in cui si dibattono coloro che criticano.

In virtù di queste considerazioni persone sensibili ai problemi emergenti stanno elaborando la quarta teologia: la teologia rossoverde. Il rosso deriva dall’assunzione di qualcosa della tradizione socialista e il verde dall'influenza della nuova tendenza ecologista e ambientalista. La base di questa nuova visione consiste nella presa d’atto dei problemi globali che attanagliano il mondo e nel tentativo di porvi rimedio per mezzo di politiche alternative. Osservando bene si registrano due tendenze diverse. La prima tendenza fa riferimento a ciò che potrebbe essere definito “sviluppo sostenibile”; la seconda allo “sviluppo senza crescita”. Naturalmente non mancano altri soggetti che rimescolano le due tendenze in onore alla Dea Confusione.

I teorici dello sviluppo sostenibile – più sbilanciati verso il “rosso” – si rivolgono verso l’uso delle più ardite tecnologie verdi e sono i fautori di una riprogettazione del territorio e delle infrastrutture. Si suppone che queste tecnologie siano in grado di consumare energia e materia in quantità molto ridotta rispetto alle tecnologie tradizionali consentendo quindi una ripresa dell’economia, un soddisfacimento adeguato dei bisogni umani e una nuova possibilità di rilancio dell’accumulazione capitalistica. Le campagne e le città (ma soprattutto le città) dovrebbero avviare processi di trasformazione dei sistemi adattandosi agli stessi cambiamenti globali prodotti dalla specie umana. Come? Con imponenti investimenti nella costruzione di infrastrutture adeguate a contenere gli effetti climatici e i danni ambientali. L’imprenditoria privata dovrebbe invece progettare prodotti ad alto contenuto tecnologico e a basso impiego di materia ed energia. In questa sconclusionata visione il mercato sarebbe liberato da tutte le sue contraddizioni e condotto per mano dalla politica e dalle sue scelte di indirizzo.

I teorici dello sviluppo senza crescita – più sbilanciati verso il verde – sono cauti rispetto alla posizione precedente. Comprendono che lo sviluppo delle infrastrutture si porta dietro problematiche rischiose. Non è forse vero che tutto lo sviluppo occidentale, ora seguito anche da altri paesi tradizionalmente depressi, ha percorso questa via? Eppure a fronte di questo sviluppo si è verificata la nascita di quelle problematiche economiche, sociali, politiche, ambientali e culturali che oggi si ritiene di superare con gli stessi mezzi che hanno creato le difficoltà! Così l’attenzione si sposta verso la produzione locale, i territori, l’economia dei servizi e l’economia dematerializzata, la politica dal basso. La critica principale di questi novelli costruttori d’utopie si sposta sulla inadeguatezza del prodotto interno lordo (PIL) per giungere ad abbracciare indici alternativi, quali il benessere equo e sostenibile (BES), che siano in grado di considerare non solo aspetti di carattere economico, ma anche elementi che tengano conto di fattori quali l’eguaglianza, il benessere psicologico, la conservazione ambientale, la sostenibilità, la difesa dei beni comuni.

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Bene, questa è la mappa essenziale delle teologie in gioco. Ne manca ancora una, atipica rispetto alle precedenti, e la vedremo tra poco. Ma proviamo a ragionare su quelle fin qui discusse. Sulle differenze non dovrebbero sussistere dubbi. Rispetto al mercato: c’è chi gli attribuisce centralità assoluta, chi lo vorrebbe controllato dallo Stato, chi vorrebbe farlo scomparire per sostituirlo con la pianificazione statale. Per quanto riguarda gli interessi si va da chi è puramente interessato all’accumulazione di denaro, a chi considera il denaro esclusivamente come una specie di circolazione sanguigna del sistema economico, a chi pensa all’economia come strumento per realizzare l’emancipazione umana. Per quanto riguarda il “vivere sopra la natura”, per molti è un fatto che riguarda intimamente se stessi, anche se nelle orazioni pubbliche lo si inquadra in un interesse generale di pura facciata; per altri una mission che riguarda il bene di tutti, anche se prima solo per alcuni e gli altri vengono dopo; per altri ancora, animati da senso di giustizia universale, uno scopo da realizzare a qualunque costo e nel più breve tempo possibile. Poi ognuno ha le sue ricette per perseguire i propri obiettivi. Dunque non è proprio il caso di fare, come si dice, di tutta l’erba un fascio. In ogni caso ognuna delle religioni possiede una specie di dio: lo sviluppo detto altrimenti “crescita”. Certo la crescita del finanziere avrà un carattere, quella dell’imprenditore ne avrà un altro, quella del sindacalista ne avrà un altro ancora, quella di chi è attento alle specificità dei territori, sarà diversa dalle precedenti.

A questo punto rimane da considerare l’ultima chiesa, una chiesa atipica perché mette in discussione l’ossessione dello sviluppo, tipica di tutte le precedenti.



2.5 – Gli eretici della decrescita

L’insistenza sull’idea di sviluppo che proviene dai neoclassici, dai neokeynesiani, dai neomarxisti e, sotto aspetti meno ideologici, ma decisamente confusionari, da parte di certi rossoverdi ha generato per reazione una serie di riflessioni antisviluppiste. Tale cambio di prospettiva si è innestato sui lavori realizzati da istituzioni ambientaliste nell’arco degli ultimi decenni, anche se già dagli anni ’50 alcuni economisti fondatori del cosiddetto Club di Roma hanno messo in discussione la possibilità che un sistema possa crescere indefinitamente. Il ragionamento dei membri del Club di Roma si basava su una considerazione semplicissima: le scorte terrestri delle materie prime utilizzate nei processi industriali sono limitate, e quindi non è possibile immaginarne un uso infinito. Naturalmente non si sono limitati a questa considerazione che, pur banale, rovescia il paradigma fondamentale dell’economia sviluppista. I membri del Club di Roma hanno elaborato proiezioni sull’esaurimento di varie materie prime peccando di pessimismo e anticipando “esaurimenti” che non si sono ancora verificati. In seguito a questo approccio si è aggiunta tutta la ricerca ecoambientalista produttrice di un filone di studi e di orientamenti che mette in discussione la teoria della crescita continua e illimitata.

All’interno di questa tendenza si sono recentemente sviluppati i cosiddetti “movimenti per la decrescita” il più famoso dei quali è ispirato da Serge Latouche (Movimento per la decrescita serena). Essi, non solo rifiutano lo sviluppo infinito dell’economia, ma addirittura propongono l’inversione della tendenza alla crescita e la dismissione di buona parte della produzione attuale.

Le argomentazioni che propagandano la decrescita hanno certamente qualcosa di buono rilevando le contraddizioni delle politiche economiche basate sul dogma dello sviluppo. I decrescenti dimostrano di avere avvertito un pericolo serio e incombente e la loro proposta è indirizzata a sollecitare un repentino cambio di paradigma. Sicuramente si tratta di un cambio di paradigma della visione economica, perché invertire una tendenza che ha sempre governato la specie almeno negli ultimi 500 anni significa riposizionare coordinate concettuali su aspetti nuovi e importanti. Ma la proposta dei decrescenti funziona?

La decrescita, in tutte le sue versioni, persegue la riduzione della produzione e del consumo locale e globale. Poiché i principali problemi di ordine globale cui l’umanità deve fare fronte dipendono dallo sviluppo della produzione e dei consumi, perché non immaginare una “decrescita” per salvare il pianeta e i suoi popoli? La decrescita costituirebbe una riduzione controllata della produzione mondiale su base volontaria al fine di ridurre i consumi delle risorse che la specie ha dilapidato a partire dal XX secolo (ma probabilmente, come alcuni ritengono, anche da molto tempo prima) e che continua imperterrita a dilapidare. Nella logica dei decrescenti una totale inversione di rotta impone una trasformazione culturale dei popoli i quali, compresa l’impossibilità di spingere l’economia nella prospettiva fin qui seguita, dovrebbero abbracciare stili di vita basati sull’autoproduzione, sul consumo critico, sulla produzione biologica, sul risparmio energetico, sulle energie alternative, sulla difesa dei beni comuni, e, in definitiva, su un’accentuata “territorializzazione” dell’economia. Quest’ultimo punto è importante: è indubbio che la mondializzazione, fondata sul commercio internazionale che sposta merci da un continente all’altro, è una componente primaria della distruzione delle risorse del pianeta. Poi, la costituzione di colossali multinazionali che dominano la produzione mondiale e i cui obiettivi consistono nell’espansione dell’attività a prescindere dagli effettivi bisogni umani, costituisce un immenso fattore causale della distruzione dei delicati habitat da cui dipende la salute della Terra e di tutti gli esseri che la abitano.

Secondo i decrescenti la riduzione della produzione, e quindi dei consumi, non rappresenta per nulla un fatto negativo. Lo sarebbe se la decrescita avvenisse in un sistema costruito per la crescita, e in effetti, in questo caso si parlerebbe di recessione economica con tutti gli effetti conseguenti di disoccupazione e di impoverimento dei ceti medi e dei gruppi sociali più deboli. Invece una riduzione controllata della produzione e dei consumi e un’attenzione maggiore ai beni d’uso anziché all’aumento dei profitti, può, secondo i decrescenti costituire persino un miglioramento delle condizioni di vita degli individui. L’abolizione degli sprechi, il consumo del cibo locale, l’autoproduzione di beni ove sia possibile, il rifiuto delle merci indotte da una pubblicità aggressiva, tutto questo e tanto altro avrebbe effetti benefici perché, tra l’altro, comporterebbe la creazione di una società basata su aspetti solidaristici e conviviali.

Tutto chiaro, dunque. Peccato che questa costruzione, in tutte le sue fragili varianti, sia soltanto il pio desiderio di un gruppo di alternativi la cui unica virtù consiste nella pur importante comprensione che occorre un’inversione di rotta rispetto a una tendenza fino a ieri consolidata che sta mostrando problemi sociali e ambientali insostenibili. Ma basta? Può bastare?

Intanto, se si approfondisce la questione della decrescita si scopriranno tante confutazioni, alcune sballate, altre meno. Tra le prime si rilevano quelle dei neoclassici e dei neokeynesiani che stroncano le teorie della decrescita partendo dai loro sogni sviluppisti. Su questi, se si è compreso il senso dei capitoli precedenti, non vale spendere una sola parola. I rossoverdi, non disponendo di una teoria, essendo costretti a muoversi su concetti precari e avendo parecchie affinità e punti di contatto con i decrescenti, talvolta si trovano a fare da sponda nei loro confronti anche se non ne sposano l’assioma di base.

Interessante, invece, la critica dei neomarxisti. Essi evidenziano con precisione tutti i limiti di questa strampalata visione. Intanto comprendono che le gigantesche trasformazioni che coinvolgono il pianeta difficilmente possono essere contrastate con le visioni dei profeti. E possiede natura profetica ogni posizione teorica o – come in questo caso – semplicemente illustrativa tendente a insegnare in modo “illuministico” come il mondo dovrebbe essere. Anche lasciando da parte le posizioni retrograde di coloro che vorrebbero sostituire il motore a scoppio con la trazione dei cavalli e considerando quelle meno strampalate, le posizioni dei decrescenti non sono posizioni politiche, non si strutturano in movimenti politici con programmi precisi; si spingono fino a credere che sia possibile un cambiamento grazie a una decolonizzazione dell’immaginario collettivo come se le rivoluzioni, i grandi cambiamenti della base sociale, si manifestassero agendo sulla psicologia delle persone, facendo prendere loro coscienza affinché cambino stili di vita. In effetti i decrescenti pretenderebbero di agire proprio sull’individuo anziché sulle strutture economiche della società in cui operano.

In secondo luogo le proposte che giungono da questi soggetti costituiscono un insieme disorganico di indicazioni spesso contraddittorie che non collimano le une con le altre. Si tratta semplicemente di una lista di titoli buttati giù alla rinfusa che funzionano nella testa dei loro proponenti, giacché, non potendo essere applicati nel mondo reale, mantengono l’appeal delle cose buone e giuste.

Infine la visione dei decrescenti si presenta come un’insieme di trasformazioni dal basso. Ora, se una realtà strutturata come il mondo attuale collassa, di sicuro tutto ritorna “verso il basso” e verso i territori i quali si ridurrebbero a luoghi ad alta conflittualità di straccioni senza prospettive né legge. Altro che farsi lo yoghurt in casa anziché comprarlo al supermercato! Se invece il sistema globale regge (finché regge), allora il decrescente può farsi lo yoghurt in casa ma di certo la maggioranza non seguirà le sue fantasie. I neomarxisti hanno ragione a pensare che, senza una politica di pianificazione da parte di strutture statali che nazionalizzino la disponibilità globale delle risorse – soprattutto strategiche – e ne indirizzino le destinazioni accompagnando la trasformazione, parlare di decrescita è semplicemente un atto demenziale. Del resto non occorre molto acume per comprendere cose semplici. Come si è visto in precedenza, un “territorio” avrà ben le sue risorse, ma dipende fondamentalmente dalle risorse che derivano dall’esterno. Proviamo a pensare a quante cose – pur considerando una economia austera quanto si vuole – dovrebbero provenire dall’esterno. E pensiamo ai rifiuti che dovrebbero essere stoccati nel territorio stesso! Non solo. Pensiamo alle città d’Italia e alle megalopoli del mondo. Per i grandi agglomerati urbani le ricette dei decrescenti non funzionerebbero mai e perciò le popolazioni delle grandi città dovrebbero essere ricollocate nei piccoli centri. Strana proposta in una fase storica in cui le popolazioni mondiali tendono ad urbanizzarsi. In Italia cosa accadrebbe? Anche nell’ipotesi assurda di un accordo tra i 60 milioni di soggetti sulle politiche da intraprendere, la loro distribuzione nelle campagne trasformerebbe i piccoli centri in centri di dimensione media e gli spazi sarebbero tutti occupati con effetti pesanti sulla biocapacità dei territori. Insomma i decrescenti non sanno di cosa parlano e i loro critici di sinistra hanno tutte le ragioni per scorgere in loro la natura di piccoli bottegai di paese animati da vacue aspirazioni piccoloborghesi.

Con alcune riflessioni sulle filosofie della decrescita, il quadro è stato completato. Chi ha approfondito con altre letture le questioni di economia troverà troppo schematiche le note offerte. Tuttavia, ai fini di quanto seguirà, sono più che sufficienti, forse persino eccessive. Ora però è possibile comprendere lo stato d’animo del lettore. Se le teorie della crescita sono problematiche e quelle della decrescita incongrue, quale direzione occorre prendere? La questione non è semplice. La proposta consiste nel dismettere gli occhiali con lenti deformanti con le quali da molto tempo siamo abituati a guardare il mondo.

Intanto possiamo osservare che tutti i modelli economici che abbiamo considerato, sia quelli all’opera sia quelli che vorrebbero prendere il loro posto, sono stati coniati per risolvere problemi enormi e vitali. Ma la soluzione di un problema presuppone che la sua natura sia chiara. Ostinarsi a cercare soluzioni senza che la natura del problema sia conosciuta, significa brancolare nel buio. Per quanto possa sembrare strano, i portatori delle teologie descritte non hanno le carte in regola per comprendere la natura del problema che vorrebbero risolvere. Qual è questo problema? Qual è la sua natura? Vi sono soluzioni e se sì, quali?






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Capitolo 3 – Experimentum crucis



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