1 – Sopravvivere e “vivere sopra”



La storia dell’umano è una storia di sopravvivenza. “Sopravvivere” significa trascinare la propria esistenza combattendo incessantemente con la natura di cui si è parte e di cui siamo fatti. Da quando i nostri antichi progenitori si sono manifestati in qualche luogo di questo pianeta, la durezza dell’esistenza ci ha accompagnato senza tregua e abbiamo dovuto soffrire non diversamente dagli altri animali. Alcuni antropologi sostengono che c’è stato un momento dell’evoluzione in cui il rapporto tra i beni concessi dalla natura e lo stadio evolutivo della nostra specie è stato ottimale. Una sorta di età dell’oro. Non possiamo certo enfatizzare quel periodo, ma se è vero che la giornata lavorativa era corta come certi studiosi asseriscono, allora è vero che quel tempo ha offerto una condizione che in seguito non si è più ripresentata. Infatti, con l’ingresso nella civiltà, quella nuova condizione basata sulla domesticazione delle piante e degli altri animali, la sofferenza umana è cresciuta a dismisura. Poiché l’ampia maggioranza della popolazione era contadina, essa doveva combattere con un duro lavoro quotidiano, con la scarsità incombente, con la minaccia di carestie, con il prelievo forzoso di risorse da parte del signore di turno. E poi con le pestilenze, con le turbolenze sociali, con le guerre. La prima rivoluzione industriale, quella che ha preceduto la nostra condizione, è stata ancor più tragica. Masse inurbate e abbruttite da fame, sforzi, violenze, sfruttamento inumano non sono il prodotto di fantasie dickensiane, ma la cruda realtà che ha accompagnato per lungo tempo la preparazione alla società dei consumi: un terribile inferno sulla terra in cui le preoccupazioni principali erano il cibo e la difesa del corpo dalle aggressioni fisiche e ambientali. Una minoranza parassita – potremmo chiamare questa élite numericamente minoritaria “animali dominanti della specie Homo sapiens” – poteva elevarsi dalla disgraziata condizione del proletariato o del contadiname, ma se consideriamo le rivolte, le guerre, le rivoluzioni, i vari sommovimenti più o meno riusciti che hanno fatto costantemente da sfondo alla Storia, anche molti tra quelli che se la passavano meglio difficilmente hanno potuto garantirsi una esistenza veramente tranquilla. Comunque, a parte la condizione di ridotte minoranze di sfruttatori, la sopravvivenza è stata l’essenza della faticosa relazione che gli umani hanno intessuto con un ambiente da sempre avverso.

Se si escludono le persone più anziane che conservano il ricordo del passato, gli individui nati nella società dei consumi riescono a immedesimarti con fatica in questa cruda rappresentazione. Occorre un notevole sforzo per immaginare come i nostri avi vivessero fino a 100 o anche solo 60 anni fa. La nostra disposizione d’animo e le abitudini contratte con un benessere che ad un certo punto pareva essere promettente e sicuro ci hanno allontanato mentalmente da una realtà che non riusciamo più a rappresentarci. Eppure basterebbe poco. Basterebbe vedere che cosa si sta verificando poco lontano da noi. Basterebbe mettere il dito a caso sul mappamondo e informarsi su cosa sta accadendo in quel luogo. La probabilità di non cadere in spazi contraddistinti da quella che ancora è la nostra condizione sarebbe altissima.

Dunque il termine “sopravvivere” ci pone di fronte alle difficoltà legate alla scarsità che ha sempre accompagnato la nostra specie lungo l’arco della sua esistenza fino a tempi relativamente recenti. Però in questo verbo c’è qualcosa di curioso. È facile notare come esso sia un termine composto. Invertendo le sue parti si ottiene “vivere sopra” e l’inversione ci segnala qualcosa che, a partire da un certo momento, è diventato assolutamente tipico dell’umano generando una tendenza opposta a quanto detto finora. Nonostante la nostra specie emerga letteralmente dalla natura e sia, come qualcuno dice in modo appropriato, un bricolage fatto dei pezzi di animali che l’hanno preceduta nell’evoluzione, quelle componenti umane che potremmo chiamare “animali dominanti” (filosofi, pensatori, preti… insomma, l’élite culturale) non hanno mai cessato di pensare e dichiarare l’estraneità dell’umano dalla natura e, quindi, di rifiutare la propria natura animale. Ciò è avvenuto fondamentalmente lungo due direttrici: quella dettata dalla religione – che ha iniziato per prima – e quella dettata dalla scienza. Si dice che tra di esse non corra buon sangue, e sotto certi aspetti è vero. Ma per quanto riguarda la presa di distanza dalla natura, con conseguente pretesa di vivere sopra di essa, l’assonanza è totale. Vediamo alcuni passaggi.

È noto lo sconcertante brano della Genesi biblica:

Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie». E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra».

Il popolo ebraico ha scritto la Bibbia per garantirsi un dio amico, ma, dovendo raccontare l’inizio della creazione, doveva necessariamente tralasciare la questione del popolo eletto e rimandarla ai libri successivi. Ora non si poteva ancora parlare di ebrei, ma semplicemente di uomini. Il passo presenta quindi un ottimo esempio di come si possa immaginare di “vivere sopra”. Con questa tremenda costruzione, l’estensore del pezzo biblico è chiaro: grazie alla volontà di Dio, gli umani hanno la concessione assoluta sulla natura. Gli umani cessano di essere pezzi di natura per diventare nientemeno che enti a immagine di Dio. Gli effetti di questo lugubre passaggio si sono successivamente amplificati con l’influenza che la Bibbia ha avuto sugli altri popoli del “Libro”. «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». Non c’è che dire: coloro che hanno assunto a riferimento questo libro si sono mantenuti fedeli al dettato. La Terra l’hanno riempita, e a dismisura! E inoltre ogni altro terrestre ha provato sulla sua pelle la violenza di questo ultimo venuto che, per erigersi sopra la natura e “staccarsi” da essa, ha dovuto nientemeno che inventarsi un dio e farsi dare un imprimatur esterno per spargere il terrore sulla Terra. Questi due aspetti – quello demografico e quello relativo al rapporto con gli altri terrestri – sono molto importanti e rientreranno nel discorso. Ma per ora è sufficiente porre l'attenzione su questo passaggio fondamentale: la presa di distanza dalla natura da parte dell’umano è il modo per potersi costituire come ponte tra essa e Dio. La fantasia umana ha trasformato in trino quanto era semplicemente uno: dalla natura indifferenziata sono scaturiti Dio, la natura stessa e, in mezzo a fare da intermediario, l’umano. Con questa mirabile trovata ora l’“uomo” (notare bene: il termine “uomo” dimostra come tutta questa elaborazione sia nata da una società pastorale, patriarcale e maschilista) è autorizzato a cercare la strada per vivere sopra la natura.

L’aspirazione a vivere sopra è stata ereditata dal campo scientifico. La sostanza di questa tendenza è diversa, ovviamente, ma corrisponde alla stessa ansia: quella di prendere congedo dalla natura e di sentirsi un ente da essa separato. Nessuno scienziato serio ammetterà che l’umano non appartiene alla natura, sia esso un fisico, un biologo o un esperto di qualsiasi altra disciplina. Eppure, una specie di trascendentalismo ateo si è impossessato del suo spirito cosicché l’inevitabile imprinting darwiniano (di cui non può liberarsi) si accompagna alla pretesa di una illusoria libertà dal mondo materiale e alla credenza di poter “agganciare” realtà autonome ed extranaturali (ad es. il “mondo 3” immaginato da Popper). Se lo scienziato non crede nell’immortalità dell’anima, crede nell’immortalità dello spirito umano capace di condurre la specie a mete ancora inimmaginabili. Di nuovo l’umano si pone come ponte: non più tra la natura e Dio, bensì tra vita biologica e un piano extrabiologico ed extranaturale. Ma in entrambi i casi la natura viene svilita anche se la scienza rifugge il termine “svilimento” e ripiega nel concetto di dominio: la natura viene dominata.

Il percorso che porta alla ubriacatura umana, una forza devastante priva di controllo, parte da lontano. Sir Francis Bacon riprende una tradizione quattrocentesca ancora influenzata dalla magia e getta le prime basi per la rivoluzione scientifica. Basi ancora fragili per via di uno scarso impiego di quella fascinosa, ma micidiale matematizzazione del mondo che proverrà da Galileo e da Newton. In ogni caso egli si pone il problema della ricerca di un metodo di conoscenza con il quale indagare la natura. Lo scopo è quello di consentire alla scienza di dominarla per offrire all’umanità soluzioni utili che sanciscano il controllo assoluto sull’ambiente e l’affrancamento dalle sue millenarie difficoltà. In Bacon si afferma, seppur in forme ancora sfocate, quella ricerca del “metodo” che sfocerà, attraverso tappe intermedie, nei successi futuri.

«Il dominio dell’uomo si afferma solo nella conoscenza: l’uomo può realizzare sulla base di quanto conosce; nessuna forza può vincere la catena delle cause naturali; la natura infatti non si piega se non ubbidendole».

Come facilmente si constata, la parola chiave ricorrente è “dominio”. Che il dominio si manifesti per concessione divina, oppure per aspirazione di un’élite (notare bene: di una élite!; infatti la quasi totalità degli umani del tempo di Bacon era contadina, estranea a questi nascenti concetti e, semplicemente, sopravviveva...), esprime l’ansia e la volontà di vivere sopra il supporto biotico che ha dato la vita al “dominatore. Poco importa che si sostenga una qual forma di ubbidienza (il linguaggio tradisce ancora frammenti della cultura rinascimentale). Tale ubbidienza non significa “rispetto”. L’ubbidienza a cui Bacon si riferisce è semplicemente la scoperta delle leggi naturali affinché esse possano essere successivamente impiegate contro la natura stessa. Se il ferro possiede un determinato coefficiente di rottura alla trazione o alla flessione, bisognerà ben tenerne conto se voglio costruire un grattacielo o un aereo. Questa è l’“ubbidienza” a cui Bacon si riferisce.

Il sommo disprezzo per la natura e, nello stesso tempo, il collegamento con le influenze religiose ancora fortissime all’epoca, si manifestano in questo passo del Discorso sul metodo di Cartesio, il rinnovatore della scienza e coevo di Bacon:

[...] È pure assai evidente che sebbene molti animali dimostrino più capacità di noi in certi atti a loro congeniali, non ne mostrano nessuna in tanti altri: perciò, ciò su cui ci superano non dimostra che hanno ingegno – perché altrimenti ne disporrebbero più di noi e ci supererebbero in ogni attività –, ma dimostra che essi non hanno affatto ingegno, e che è la Natura operante in loro, secondo le caratteristiche dei loro organi; così come un orologio, pur essendo composto solo di ruote e di molle, conta le ore e misura il tempo più precisamente di noi. […] dopo l'errore di coloro che negano Dio [...] non ce n'è alcuno che discosti di più gli uomini deboli dal cammino della virtù che pensare che l'anima delle bestie abbia la stessa natura della nostra e che, di conseguenza, non dobbiamo niente da temere, né niente da sperare dopo questa vita, come le mosche e le formiche; […]

Trasformare gli animali in dispositivi biologici non molto diversi da congegni fatti di molle e ruote dentate, richiamare Dio (forse per prudenza, considerando la facilità, in quel tempo, di finire abbrustoliti) e attribuire una vera anima agli umani per differenziarli dagli altri esseri viventi significa – oltreché aprire la strada all’orrore della vivisezione (ma questo è un aspetto che qui non si vuole considerare) – riproporre una “diversità” che legittima lo svolgimento di qualsiasi operazione su una natura considerata ormai estranea.

Ma il vero salto viene compiuto dall’umanità con l’Illuminismo. Questo impetuoso movimento ideologico e culturale irrompe nel Settecento e intende vivificare le scienze e portare un vento di rinnovamento per l’intera vita sociale. Da qui la critica ai pregiudizi e alle superstizioni che sono da sempre ritenuti l’ostacolo principale allo sviluppo della civiltà e al progresso umano. L’Illuminismo si presenta sulla scena della Storia nel momento di maturazione della borghesia, la classe emergente che poco a poco si sostituirà in tutto l’Occidente alla vecchia classe aristocratica e nobiliare. Ora la borghesia si fa (apparentemente) portatrice degli interessi di tutti gli umani per un motivo assai semplice. Poiché l’ascesa sociale non può avere le caratteristiche di “sangue” che aveva con la nobiltà, ne consegue che, in via di principio, deve aprire a ogni soggetto umano ogni possibilità di affermazione individuale. Non a caso l’Illuminismo ha svolto un ruolo fondamentale nella Rivoluzione francese e nelle istanze di emancipazione umana; ma perché la Grande Rivoluzione ha scolpito nelle sue bandiere l’espressione “diritti dell’uomo e del cittadino”? Questa strana ridondanza non è casuale. Come è stato fatto notare, sarebbe bastato scrivere nella Carta della Rivoluzione “per i diritti dell’uomo” (meglio ancora sarebbe stato “dell’umano”, così da comprendere anche l’altra metà della nostra specie). La strana aggiunta (il cittadino) sta lì a ricordarci che in realtà, nelle intenzioni profonde, quei rivoluzionari volevano circoscrivere i diritti soltanto a uomini che fossero “cittadini proprietari”, cioè i nuovi soggetti emergenti in contrapposizione alla nobiltà e al clero, ma anche al contadiname e al nascente proletariato.

Eppure, l’impossibilità di stabilire con chiarezza la libertà e i diritti per una ristretta cerchia di umani ha mantenuto aperta, per la prima volta nella storia, la dialettica tra le varie componenti sociali fino a portare la contraddizione nel nostro tempo. Cosicché oggi, nonostante la democrazia reale non sia ancora stata attuata in nessun luogo del mondo, permane tuttora l’onda lunga di quel processo rivoluzionario. Oltre a essere dichiarate inammissibili le discriminazioni basate sulla razza o sul genere, si accetta ancora l’idea che si debba ricercare la felicità, la giustizia e il benessere per tutta l’umanità. Ora, in via di principio (principio continuamente e gravemente smentito dai fatti), tutta l’umanità si erge in modo democraticamente paritario, sulla natura e sul resto degli esseri viventi. Ciò che prima era un’idea delle élite, un’idea generica lontana dalla comprensione della grande maggioranza dei popoli, ora appare – percorsi alcuni secoli – spirito del tempo. Il portato rivoluzionario delle scoperte scientifiche ha promesso benessere per tutti. La democrazia politica sta lì a sancire che quanto non è stato ancora perseguito, lo sarà sicuramente in un futuro più o meno lontano, giacché questo è il suo fine dichiarato. L’economia, con l’affermazione della nuova classe borghese, invade il mondo. Essa, per mezzo della scienza, assume il controllo progressivo della natura.

Se l’umanità ha iniziato la sua avventura sopravvivendo a terribili avversità, ora Scienza, Economia e Politica, fuse in una nuova sacra trinità, possono dire di avere realizzato un sogno, prima solo immaginato da pochi, poi sostenuto da molti, infine dichiarato (a parole) “per tutti”: vivere al di fuori, dunque al di sopra, della natura. Il processo di distacco, tutto da perfezionare, ma ben chiaro nelle finalità, è stato completato.

Vivere sopra, allora, significa garantire definitivamente i bisogni primari per tutti – cibo, salute, protezione dagli agenti atmosferici – per poter poi mirare ad uno sviluppo infinito di bisogni secondari che trasformino l’umano in una dinamica e inarrestabile macchina desiderante. Ma vivere sopra implica anche che la natura venga osservata dall’immaginario collettivo come accatastamento di cose di nessuno, e quindi a libera disposizione della specie umana (a livello teorico, di tutta la specie, a livello pratico, di una parte di essa). Ciò è così scontato che è difficile trovare qualcuno che ponga in dubbio il diritto della specie di appropriarsi senza limiti di qualcosa che le è esterna. Non esiste un solo centimetro quadrato della Terra che non sia di proprietà di qualcuno! In definitiva, “vivere sopra” significa togliere alla natura quell’autonomia che gli è propria e cadere nell’errore originario di immaginare che ogni ente sia appannaggio di Homo sapiens.

Ma non potrebbe darsi che l’umano sia davvero riuscito a trascendere la natura avvalorando le sacre scritture o, in alternativa, le aspirazioni della scienza? Per verificarlo non rimane che riflettere sulla natura dell’“appropriazione” secondo il punto di vista della specie umana. Tutto va ricondotto alla Santissima Trinità che garantisce i processi di riproduzione sociale. Al centro c’è la “scienza” dell’economia. Ai suoi lati, a reggerle lo strascico, stanno le ancelle: la politica e la tecnoscienza.

La politica, che con geometrie variabili realizza lo Stato, si riduce a un comitato d’affari agli ordini della sfera economica e mostra interesse per i cittadini nella misura in cui essi sono “utili” e adeguati alla funzionalità del sistema. Anche la tecnoscienza, avendo ormai perso tutta la sua autonomia ottocentesca, è integrata nel sistema economico e svolge un importantissimo ruolo di supporto. Politica e tecnoscienza costituiscono fenomeni complessi che meriterebbero approfondimenti. Purtroppo la natura di questo scritto non li consente ed essi costituiranno solo lo sfondo del discorso generale. Invece sulla protagonista, la scienza economica, e sulle scuole che l’interpretano, occorre convogliare maggiore attenzione.








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Capitolo 2 – Religioni e sette in contesto economico



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