Introduzione



Tutti conoscono la storia. Galileo, costruito il cannocchiale, invitò il cardinale Bellarmino a guardare il cosmo. Ma la Chiesa ultraconservatrice del tempo non poteva accettare la sfida, poiché non era pronta a mettere in discussione i fondamenti "letteralisti" delle Sacre Scritture. Semplicemente si rifiutò di "vedere" ciò che chiunque avrebbe potuto vedere. L’ideologia doveva prevalere sulla realtà: ad ogni costo.

Analogamente, oggi, i nuovi bellarmini ben sistemati nelle istituzioni politiche, economiche e culturali del mondo non vogliono porre lo sguardo dove nuovi strumenti consentono di guardare. Per quanto il loro sia un mondo in disfacimento, per quanto i farmaci che dispensano producano la malattia anziché combatterla, essi sono stabilmente fermi nelle loro ottuse convinzioni. Il silenzio, la deformazione della realtà, la deviazione dell'attenzione sono gli strumenti sistematici attraverso i quali il potere economico e le istituzioni politiche, supportate dai media, ammaestrano l'opinione pubblica per sottrarle il senso critico necessario per una nuova rinascenza. Indubbiamente nel passato mancavano importanti strumenti interpretativi della realtà. Ma oggi sembrerebbe naturale cambiare prospettiva e prendere atto che la strada imboccata dall’umanità non può insistere sul tracciato finora percorso. Purtroppo le idee sulla realtà prendono il sopravvento sulla realtà stessa. La potenza di questo meccanismo è tale che persino quelle forze sociali critiche e persino antagoniste che dovrebbero essere immuni dalle deformazioni ideologiche, pur combattendo il pensiero mainstream, ne assumono il tratto dominante. Ebbene, qui si proporrà una riflessione. Anzi, la riflessione. Non l’unica, certamente, ma quella che dà senso a tutte le altre: il rapporto dell'essere umano con la natura attraverso il medium deformato dell'attuale “scienza dell'economia”. Infatti tutto dipende da questo rapporto: il lavoro, l’esistenza, la realizzazione personale, insomma il nostro futuro e quello delle persone che ci stanno intorno e alle quali vogliamo bene. E anche di quelle che sono lontane giacché la loro tranquillità, ricordiamolo sempre, è la garanzia migliore per salvaguardare la nostra. La tesi è semplice: l’economia non è una scienza. Ciò che viene fatta passare per scienza razionale non è che una raccolta di illusioni nascoste sotto numeri ed equazioni. Eppure di una scienza dell’economia ne avremmo certo bisogno. Anche se, sotto molti aspetti, viene sopravanzata da moltissime altre ben più capaci di alimentare lo spirito umano, è di certo la più importante perché solo gestendo bene l’ambiente e le sue risorse si può poi pensare a tutto il resto: alla famiglia, alla crescita dei figli, alla gestione del tempo libero, alle relazioni con gli amici, alla stessa salute fisica e mentale. E invece oggi l’economia ancora non esiste perché si presenta come mera teologia.

Con questa espressione si esprime, dunque, una critica profonda verso quelle élite economiche, politiche, finanziarie che, pur rappresentando di fatto un potere assoluto nel governo del mondo, mostrano totale incapacità di comprenderne la natura. “Teologia economica” è perciò un’espressione adeguata per indicare la cornice storica in cui operano i gruppi umani dominanti e le istituzioni che hanno la pretesa di guidare il mondo. Come la teologia religiosa pretende di possedere una verità a cui l'umanità debba sottomettersi per realizzare una buona vita, così il mondo della politica, della sfera economica e delle istituzioni tecniche ad essa collegate, ha l’ambizione di leggere la realtà per gestire i megatrend e assicurare il benessere all’umanità. Come la religione detta le regole per un doveroso adeguamento umano al volere divino, così la “scienza economica” ha la stessa pretesa di sottomettere l'umano a determinate regole – dichiarate naturali – affinché il seguirle determini ricchezza e prosperità per ognuno. Discostarsi da queste regole – viene detto – significa condannarsi a sconvolgimenti, conflitti e distanziamenti dalla ricercata condizione di felicità consumistica. Come questo programma sia stato attuato e quale fondatezza abbiano le sue promesse (e premesse) è sotto gli occhi di tutti.

Ci si può chiedere come sia possibile che una pseudoscienza scadente che ormai combina guai a livello universale impedisca all'umanità, persino alla parte più intellettuale e aperta, di comprendere evidenze lampanti che dovrebbero mandare in frantumi visioni assurde costruite in tre secoli (ma con radici più antiche) e messe rigorosamente in crisi dalla dura testimonianza dei fatti, dalla forza delle cose. Tutto questo è solo apparentemente sconcertante. Il parallelo con le religioni può aiutarci a capire.

Si dice che ogni umano abbia una esigenza profonda del divino. È una infondata forzatura. Nessuna bambina e nessun bambino, nascendo e crescendo in una società atea sentirebbe il bisogno di credere nelle verità dei libri sacri. Eppure nelle società teocratiche è difficile distogliersi da credenze diffuse e consolidate. Anche nelle società laiche, laddove gli individui vengono indotti fin dall'infanzia a credere nei dogmi della religione, si creano delle fortissime rigidità e bisogna sperare nella molteplicità di relazioni e incontri affinché la morsa di visioni tanto sorprendenti si allenti nei soggetti colpiti fino a liberarli dalle loro convinzioni. In realtà i condizionamenti religiosi sono tutt'altro che effetti di una aspirazione universale naturale, astorica e interiore e possono mostrarsi in tutta la loro potenza attraverso un percorso storico fatto di dominazioni e influenze che, insediatesi nella persona, diventano verità assolute. E a quel punto acquistano vita propria e governano da dentro l’individuo. Ebbene le molteplici scuole economiche ripropongono un medioevo moderno in cui è dimenticata la sostanza materiale del mondo a causa di un errore evolutivo che possiede radici lontanissime. Una volta commesso questo errore – se ne parlerà a tempo debito – lo stesso principio di realtà scompare e la collettività degli umani vive all’interno di una specie di sogno dal quale rischia di svegliarsi soltanto quando la somma delle sue disgraziate azioni renderà il risveglio un autentico incubo. Da questo punto di vista i fenomeni – teologia religiosa e teologia economica – sono abbastanza simili: in entrambi i casi la realtà immaginaria costruita dall'umano si erge sopra il suo creatore e lo domina, e lo sovrasta, e gli toglie ogni possibile autonomia di giudizio. Le affermazioni più assurde diventano reali e nessuna prova contraria sarà in grado di rimuovere convinzioni ormai cementate nel pensiero collettivo e nelle istituzioni.

Non è dato di sapere se un'uscita dal nostro medioevo sia consentito prima della tragedia irreversibile della specie umana. In ogni caso non sarà un libretto a porre rimedio al disastro che si prefigura all'orizzonte. Per cancellare la teologia economica e sostituirla con la scienza dell'economia non occorre un libretto, ma una forza politica che, a livello universale, faccia proprio il principio di realtà e, su questa base, addomestichi – meglio, sconfigga e distrugga – le devastanti forze impersonali che hanno fin qui disposto e continuano a disporre del potere assoluto sulla mente e sui cuori dei popoli. Tuttavia questo testo può aiutare il lettore a decodificare la realtà. È un cannocchiale attraverso il quale è possibile vedere qualcosa di molto reale, come reali erano i pianetini che Galileo voleva mostrare agli inquisitori. Non è possibile avere la pretesa di convincere i bellarmini di turno, violenti e sopraffatti dalle proprie nevrosi, ma è sperabile che individui consapevoli che la storia si è avviata su una strada rovinosa, acconsentano di porre lo sguardo in una direzione impensata.






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Capitolo 1 – Sopravvivere e “vivere sopra”



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